Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente
Il mancato raggiungimento del quorum per i quesiti referendari del 21 e 22 giugno 2009, considerata l’affluenza del 23% di votanti tra gli aventi diritto, ha definitivamente compromesso l’efficacia del referendum abrogativo. Il trend negativo della partecipazione, iniziato con la Seconda Repubblica, aveva registrato un’eccezione proprio in occasione del voto per la modifica della legge elettorale del 1997, obiettivo mancato per un pugno di voti – lo 0,4% – necessari a superare il quorum. Durante le ultime tre votazioni dal 2003 ad oggi, invece, l’affluenza è oscillata tra il 25% e il 23%, condizionata da un’ambigua strumentalizzazione politica dell’astensionismo che sta irrimediabilmente logorando l’istituto referendario. Il dato rilevante di cui discutere è, infatti, la distorsione democratica prodotta dall’uso strumentale del quorum.
Volendo abbozzare un’analisi dell’astensionismo, si devono considerare esclusivamente i referendum svolti durante la Seconda Repubblica per restare in un arco di tempo consono ai flussi elettorali e alle dinamiche di partecipazione attuali. Dalla storia referendaria recente balza agli occhi che le consultazioni maggiormente connotate dal dibattito politico hanno ottenuto un’affluenza del 57% e del 53%, rispettivamente per i referendum sulla regolamentazione della pubblicità per le tv commerciali nel 1995 e sulla riforma costituzionale ispirata dal terzo governo Berlusconi nel 2006. Con un calcolo approssimativo è possibile affermare che, tendenzialmente, l’astensionismo fisiologico o passivo in occasione delle consultazioni referendarie è pari al 45% circa. Si tratta di un’approssimazione per difetto, perché in entrambi i casi la partecipazione è stata sospinta da intense campagne politiche di propaganda (accentuate, nel secondo caso, dalla valenza difficilmente eguagliabile della Costituzione). Poiché i referendum abrogativi necessitano del quorum del 50% più uno dei voti degli aventi diritto, l’iniziativa popolare diventa estremamente vulnerabile se gli oppositori dei quesiti referendari decidono di rendere nulla la consultazione “alleandosi” agli astensionisti fisiologici. La controprova dell’effettività di tale meccanismo sta nel fatto che, in media, l’83% dei votanti nelle ultime tre consultazioni prese in esame si è espresso a favore dei quesiti referendari, dimostrando l’attitudine degli oppositori a confondere volontariamente l’astensionismo attivo e l’astensionismo passivo per sabotare il referendum evitando il confronto in cabina elettorale. Date le condizioni attuali del dibattito e della partecipazione pubblica, risulta evidente che si tratta di un gioco impari e che le consultazioni referendarie sono destinate sistematicamente a fallire, a meno di incontrare il favore della maggioranza di governo e di essere accorpate ad un’altra consultazione elettorale su scala nazionale, come le elezioni politiche.
Considerata la previsione costituzionale del quorum, uno degli argomenti più utilizzati per legittimare la pratica dell’astensionismo attivo è la negazione di qualunque margine negoziale sul tema sottoposto a referendum. Quasi a voler scandire un ultimatum, gli oppositori ribadiscono che i costi pagati dall’eventuale esito positivo della consultazione non sarebbero semplici errori politici, bensì gravi colpe morali e istituzionali. Se ciò può apparire plausibile per gli argomenti della fecondazione assistita del 2005 («sulla vita non si vota» è stato uno degli slogan più celebri del comitato oppositore), sembra quantomeno sproporzionato per una materia tecnica come la legge elettorale, le cui proposte di modifica sono state sottoposte all’ultimo referendum del 2009. Il punto è che, una volta avviato il meccanismo, diventa difficile sottrarsi alla tentazione di sfruttare la scia dell’astensionismo passivo, trasformando il fronte del no nel fronte trasversale dell’astensione. Dovrebbe allora essere vero il contrario, ossia che, in linea di principio, tutto ciò su cui si legifera direttamente o indirettamente è negoziabile politicamente, moralmente e istituzionalmente, finché rimane nei limiti della Costituzione.
Il quorum, dacché fu concepito dai padri costituenti per salvaguardare la rappresentatività nell’esercizio della democrazia diretta, si è paradossalmente trasformato in un disincentivo alla partecipazione e in un ostacolo all’espressione della sovranità popolare. Soprattutto da quando lo strumento referendario è stato impugnato dalla società civile in contrapposizione alla politica, quest’ultima ha spesso cercato di sottrarsi alle istanze dei cittadini scoraggiando la partecipazione (attraverso l’ostruzionismo all’informazione e la fissazione di date sfavorevoli nelle quali andare a votare) e allo stesso tempo utilizzando l’astensionismo come alibi per conservare lo status quo. Una possibile soluzione per restituire dignità ed efficacia all’istituto referendario sarebbe di eliminare o abbassare drasticamente il quorum e alzare da cinquecentomila a un milione il numero di firme da raccogliere per indire un referendum abrogativo di iniziativa popolare. Da un lato, l’innalzamento delle firme da raccogliere garantirebbe una maggiore conoscenza e un maggior consenso intorno al quesito referendario; dall’altro l’irrilevanza del quorum responsabilizzerebbe sia i cittadini, che rinuncerebbero più difficilmente ad informarsi e a deliberare per ciò che li riguarda, sia i politici, che di fronte all’ineluttabilità della deliberazione popolare competerebbero alla pari e perciò cercherebbero di massimizzare la partecipazione, scegliendo peraltro delle date favorevoli per recarsi alle urne. L’abolizione o la revisione del quorum, pertanto, innescherebbe un circolo virtuoso in grado di spezzare i vizi dell’attuale meccanismo referendario, garantendo e insieme valorizzando lo spirito con cui l’Assemblea costituente ha previsto l’istituto del referendum. È questo uno dei punti fondamentali delle riforme istituzionali per promuovere la partecipazione democratica dei cittadini e la loro fiducia nelle istituzioni.
Tra le righe del diritto internazionale si annidano le ragioni recondite che sottendono la controversia sullo status del Kosovo. I tempi della (geo)politica sono notoriamente più rapidi di quelli della giustizia e così, mentre la Corte Mondiale pondera un parere consultivo sulla questione, gli Stati hanno preso posizione sull’indipendenza di Pristina, mossi da interessi divergenti che delineano gli equilibri regionali all’interno della comunità internazionale. La frattura più appariscente e più importante contrappone il proselitismo euroatlantico ai rinnovati e irruenti interessi russi nei Balcani e nel Caucaso, come già testimoniato con i fatti dell’agosto 2008 in Georgia.
Dei 58 paesi membri dell’ONU che hanno formalmente riconosciuto la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, circa un terzo fa parte o della NATO o dell’Unione Europa o di entrambe, per un prodotto interno lordo complessivo superiore al 70% del prodotto mondiale [1]. Inoltre, sebbene Pristina non abbia ancora presentato domanda di adesione alle Nazioni Unite a causa del veto annunciato dalla Russia, il Fondo Monetario Internazionale ha riconosciuto la sua piena indipendenza e ha avviato il processo di integrazione del Kosovo in qualità di membro permanente [2]. A ulteriore conferma della visione strategica che ispira il blocco occidentale, vi è lo scatto in avanti compiuto dal Parlamento europeo con la risoluzione approvata a Strasburgo il 5 febbraio 2009. Il testo, tenuto conto della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza che ribadisce la sovranità e l’integrità territoriale della Serbia, «esorta gli Stati membri dell’Unione europea che non l’hanno ancora fatto a riconoscere l’indipendenza del Kosovo», considerando «la stabilità regionale dei Balcani occidentali una priorità dell’Unione» [3]. Si tratta di una risoluzione non vincolante e, dal momento che l’Ue necessita dell’unanimità dei suoi membri per definire univocamente lo status del Kosovo, tradisce la volontà di riaffermare un ruolo politico dell’Europa nella vicenda; volontà disattesa dai 5 dei 27 paesi dell’Unione che hanno confermato il proprio diniego. Per Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro, il precedente kosovaro costituirebbe un pericoloso appiglio per le rivendicazioni indipendentiste delle minoranze basche, magiare o turche che, a seconda del caso, minacciano l’interesse nazionale e l’integrità territoriale dei loro Stati.
Dal canto suo, Mosca gioca un ruolo di primo piano nei Balcani. Tra i paesi che non hanno riconosciuto il Kosovo o non hanno preso posizione in merito, la Russia si distingue per l’intricato intreccio di relazioni diplomatiche e commerciali intessute nell’area. Il profilo attivo della Russia si evince soprattutto dalla sua politica industriale nel settore energetico che interessa le vie di comunicazione della regione balcanica. Recentemente il Cremlino e Belgrado hanno benedetto di comune intesa l’acquisto della Nafta Industrija Serbija da parte di Gazprom, un passaggio cruciale per la riuscita del gasdotto South Stream; considerato che a detta di Putin «l’era del gas a buon mercato è finita», la svendita della società serba (a confronto delle soluzioni alternative, il prezzo d’acquisto di 400 milioni di euro è stato definito «inaccettabile» dall’Ambasciatore francese Fronçois Teral) lascia intendere l’esistenza di una corsia preferenziale nei rapporti fra Russia e Serbia [4]. Questa partnership comprende ovviamente la controversia sullo status del Kosovo, pertanto il veto sull’indipendenza, minacciato da Mosca in seno al Consiglio di Sicurezza, è intrinsecamente legato al parere di Belgrado. La Russia, d’altronde, ha il coltello dalla parte del manico perché le conseguenze di un riconoscimento internazionale del Kosovo ricadrebbero innanzitutto sui casi dell’Abkhazia e sull’Ossezia del Sud; Mosca ha infatti affermato che «il riconoscimento dello Stato indipendente del Kosovo creerà tutte le condizioni necessarie per ridiscutere i nuovi rapporti tra la Federazione e gli Stati autoproclamati che si trovano nella zona degli interessi della Russia» [5].
Alla luce della situazione analizzata, i possibili sbocchi geopolitici della controversia sul Kosovo, nel mentre che L’Aia si esprima, dipendono in larga parte dalla capacità di attrazione dell’Ue. L’accordo tra la Commissione europea per i Balcani occidentali della Direzione allargamento e il governo serbo prevede un finanziamento di un miliardo di euro a fondo perduto entro il 2011 per la preaccessione della Repubblica Serba all’Unione [6]. L’opportunità di entrare a far parte del club è ben vista dalla grande maggioranza della comunità serba, specialmente per i benefici economici che ne scaturirebbero. Tuttavia una parte consistente delle forze politiche nazionaliste e conservatrici non è ancora disposta a subordinare l’affaire Kosovo all’ingresso nell’Ue, così come contrasta apertamente l’attività del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugolsavia nei confronti di Karadžić (già estradato dalla Serbia stessa) e Mladić (ancora latitante). Anche e principalmente in considerazione dell’attrattiva che l’adesione all’Ue esercita tanto per la Serbia quanto per il Kosovo, sta all’Europa valutare le opportunità e gli strumenti per ritrovare una posizione comune e offrire il proprio contributo per una soluzione innanzitutto politica della controversa. In attesa che il diritto internazionale faccia il suo corso.
In anteprima assoluta, seguono alcuni stralci del discorsco con cui Berlusconi riferirà in Parlamento sulla sentenza di Milano.
Signori!
Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere, a rigor di termini, classificato come un discorso parlamentare.
[...]
Sono io, o signori, che levo in quest’Aula l’accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei corrotto un testimone. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo! Veramente c’è stato un avvocato inglese, che ha ricevuto esentasse dai cinquecento ai seicentomila dollari, secondo le motivazioni della sentenza che lo condanna. C’è stato un avvocato inglese, che ha testimoniato il falso dinanzi alla magistratura e talvolta ha corrotto i membri singoli della magistratura. Un avvocato inglese, che diceva di aver «tenuto mister B. fuori dal mare di guai in cui l' avrebbe buttato se soltanto avesse detto tutto quello che sapeva».
Ma io non ho mai conosciuto questo signore.
[...]
La Camera scatta; io comprendo il senso di questa rivolta; pure, dopo qualche giorno, io piego ancora una volta, giovandomi del mio prestigio, del mio ascendente, piego questa Assemblea subdola e facinorosa e dico: siano accettate le richieste di dimissioni. Siano accettate. Non basta ancora; compio un ultimo gesto normalizzatore: si torni al voto dopo il referendum elettorale. A tutto questo, come si risponde? Si risponde con una accentuazione della campagna di invidia e odio politico nei miei confronti. Si dice: il berlusconismo è una forma moderna di autoritarismo; è un’orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di banditi e di predoni! Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia.
Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito?
Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il pubblico italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.
Se le sentenze più o meno prevenute di certa magistratura bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda!
Se Mediaset non è stato che veline e tronisti, e non invece una manifestazione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa!
Se Fininvest è stata un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!
Se tutte le tangenti che ho pagato e leggi ad personam che ho approvato sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’avvento delle tv private a oggi.
[...]
Vi siete fatte delle illusioni, signori della sinistra! Voi avete pensato che il berlusconismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo e il signor Fini ha avuto anche l’ingenuità di crederlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora.
Non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione delle toghe rosse. L’Italia, o signori, vuole la quiete, non vuole pensare.
Noi, questa quiete gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario.
Voi state certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area. Tutti sappiamo che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la patria.
Per la redazione del Circolo Trieste Salario del PD
Si è conclusa domenica scorsa ad Amalfi la seconda scuola di formazione politica organizzata dal Partito Democratico. Amministratori e dirigenti locali, quadri, iscritti di base e studenti da tutta Italia hanno preso parte per tre giorni ad un ciclo di seminari e di workshop sul tema dell’ecologia e della sostenibilità ambientale. “AmbienteFuturo” ha raccolto il testimone di “GlobaleLocale”, la summer school di Cortona svoltasi a settembre, di nuovo sotto la direzione di Annamaria Parente, responsabile nazionale della formazione del PD, e del senatore Giorgio Tonini, con il contributo del responsabile nazionale per l’ambiente Ermete Realacci. Gli interventi dei relatori sono stati numerosi e hanno coperto gran parte degli argomenti relativi allo sviluppo sostenibile; tra gli eminenti intellettuali e i ricercatori presenti, vi erano Giorgio Ruffolo, Jean-Paul Fitoussi, Gianni Silvestrini, Edoardo Zanchini. Gli interventi di Bersani e Franceschini hanno infine testimoniato l’attenzione dei vertici del partito alle istanze proposte dalla scuola di formazione.
Il modello formativo proposto ad Amalfi è risultato radicalmente diverso da quello visto a Cortona. Laddove la summer school di Cortona aveva investito gli argomenti più disparati realizzando una sorta di festival della filosofia e della conoscenza, la scuola politica di Amalfi ha invece puntato su un solo grande tema, l’ambiente, concentrandovi tutte le energie. Inoltre, mentre la struttura di “GlobaleLocale” somigliava effettivamente a quella di un festival, la struttura di “AmbienteFuturo” si è dotata di strumenti assai più efficaci dal punto di vista formativo, quali seminari, workshop, gruppi di lavoro, laboratori. Se lo spirito di Cortona ha certamente arricchito mente e anima di tutti coloro che vi hanno partecipato, lo spirito di Amalfi ha più concretamente diffuso conoscenze e competenze riuscendo ad aggregare i suoi partecipanti attorno ad una visione comune del futuro. Compito, quest’ultimo, prioritario per il settore formazione di un partito politico e lodevole se raggiunto, come in questo caso, con metodo, rigore scientifico e una piattaforma di valori laici piuttosto che con l’indottrinamento o le ideologie.
Parlando di contenuti, il dato fondamentale di “AmbienteFuturo” è l’interdipendenza delle crisi economica ed ecologica. Le analisi, gli approfondimenti e le proposte sulle energie rinnovabili, sul decentramento e l’efficientamento energetico, sulla green economy e sul riscaldamento globale hanno evidenziato che affrontare il tema dell’ambiente significa affrontare il modello di sviluppo occidentale a trecentosessanta gradi, dai modi di produzione ai consumi e agli stili di vita dei singoli individui. Promuovere e diffondere il principio della sostenibilità comporta la dismissione delle vecchie categorie socio-economiche ormai dominio delle destre conservatrici e consente di ridiscutere finalmente una visione alternativa della società, proponendo un cambiamento strutturale dello status quo e non limitandosi a cercare di correggere ex post i difetti e le storture dell’esistente. La rivoluzione verde, perciò, non è solo una trasformazione tecnologica ma può essere l’opportunità per ridefinire il sistema dei rapporti sociali ed economici. La relazione conclusiva di Franceschini, a differenza di quella di Bersani, pare aver colto in pieno la portata e le potenzialità di quest’aspetto della questione ambientale. Il segretario del PD, oltre ai discorsi di rito, ha esplicitamente sconfessato l’ipotesi nucleare e ha promesso di cominciare a lavorare fin da subito per porre l’ambiente al vertice dell’agenda del partito e del dibattito pubblico. Mi sento di affermare che, se davvero il Partito Democratico deciderà di promuovere su larga scala il modello formativo e l’agenda politica di Amalfi, s’intraprenderà finalmente la strada di un nuovo corso politico.
«Lo Stato turco è una Repubblica», come recita l’articolo primo della Costituzione del 1982 e come recitavano gli stessi articoli delle Costituzioni del 1961 e del 1923. La forma repubblicana si accompagna ad un governo democratico parlamentare monocamerale la cui struttura ha visto accentuarsi, nel tempo, i caratteri della dualità. L’ordinamento dello Stato, «fondato sul primato del diritto» secondo l’articolo 2, assoggetta l’esercizio dei poteri al sindacato di costituzionalità, compito ottemperato dalla Corte costituzionale a partire dal 1961.
Il quadro fin qui descritto potrebbe individuare, né più e né meno, l’assetto istituzionale di gran parte dei paesi europei; sennonché l’ordinamento costituzionale turco si distingue per due aspetti fondamentali. Il primo, esplicitato dalla costituzione formale già nel Preambolo e all’articolo 2, riguarda lo spirito delle leggi e delle istituzioni, prescritto «leale al nazionalismo di Ataturk». Il secondo, derivato dalla costituzione materiale, investe il ruolo implicito dell’apparato militare che spariglia la tradizionale tripartizione dei poteri e ridisegna gli equilibri istituzionali.
I due elementi sopraccitati marcano una discontinuità importante dalla dottrina liberal democratica europea e vanno inseriti, per poter essere compresi, nel contesto storico che ha accompagnato la fondazione della Repubblica turca. In tal senso, decisivo fu il ruolo svolto dall’ideologia elaborata da Mustafa Kemal, collante della rinnovata identità nazionale turca, così come determinante è il processo accelerato di industrializzazione e di occidentalizzazione che investì la società.
La Grande Assemblea
L’ordinamento turco attribuisce le funzioni legislative ad un parlamento monocamerale costituito dalla Grande Assemblea nazionale turca, composta da 550 membri eletti a suffragio universale e con mandato quinquennale. La Grande Assemblea elegge il Presidente della Repubblica e vota la fiducia al governo che quest’ultimo nomina su indicazione dei gruppi parlamentari. Tra le facoltà della Grande Assemblea, oltre all’approvazione delle leggi ordinarie, alla revisione costituzionale, all’indagine sull’attività del governo e all’approvazione del bilancio, vi è il controllo dell’emissione di moneta; prerogativa, questa, solitamente attribuita nella tradizione europea ad enti autonomi dal potere politico – le banche centrali – e indicativa pertanto del retaggio statalista dell’ordinamento turco.
La rappresentatività del parlamento è prescritta dall’articolo 67 della Costituzione, secondo il quale le disposizioni in materia elettorale devono «conciliare i principi di giusta rappresentanza e stabilità del potere». Taluni aspetti della legge elettorale, però, non sembrano assolvere pienamente le prescrizioni costituzionali. E’ il caso della doppia clausola di sbarramento: se da un lato la legge fissa la soglia nazionale al 10%, la ristrettezza delle circoscrizioni elettorali, comprendenti mai più di 7 seggi ciascuna, determina uno sbarramento implicito del 14% circa. L’effetto prodotto è fortemente maggioritario: per un verso le forze politiche preponderanti sono sovradimensionate, per l’altro le minoranze etniche e linguistiche, specie se territoriali, risultano sottodimensionate o addirittura escluse.
E’ ancora l’articolo 67 a prescrivere la «conformità» con le leggi per i cittadini che vogliano esercitare il diritto di voto attivo e passivo. La conformità, secondo l’impostazione turca, non è da intendersi in senso meramente procedurale, ma anche sostanziale, secondo i dettami del nazionalismo di Ataturk. La facoltà di candidarsi alle cariche pubbliche, per esempio, è subordinata all’adempimento degli obblighi di leva, in contraddizione con quanto stabilito dalla Carta di Nizza circa il diritto all’obiezione di coscienza. Tra le cause di ineleggibilità figurava anche la condanna per reati d’opinione, ora depennata dalla riforma della disciplina sulla composizione della Grande Assemblea (articoli 75 e 76).
Dall’analisi del parlamento turco nella sua versione costituzionale del 1982 emergono i tratti di una democrazia protetta, o meglio iper-protetta. Le disposizioni dell’ordinamento costituzionale, infatti, non si limitano a circoscrivere negativamente i limiti della democrazia ma definiscono positivamente alcuni dei contenuti e dei valori dai quali le istituzioni e le forze politiche non possono prescindere. Infine, seppur il rapporto di fiducia che vincola legislativo ed esecutivo identifichi una democrazia parlamentare, l’estrema semplificazione del sistema partitico ha configurato la struttura di un governo di gabinetto simile al modello britannico. La recente introduzione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica, poi, ha aperto nuovi scenari istituzionali accentuando la dualità dell’esecutivo e avvicinando la forma di governo turca al modello semipresidenziale francese.
Il Consiglio dei ministri
L’organo deputato a svolgere le funzioni di governo è il Consiglio dei ministri. Il Primo ministro, che designa gli altri ministri, riceve l’incarico dal Presidente della Repubblica ed è quest’ultimo a conservare il potere di nomina e revoca per ciascun dicastero. Una volta nominato, il governo deve incassare la fiducia del parlamento attraverso il voto della maggioranza assoluta dei deputati, ma per le questioni di fiducia successive al suo insediamento è sufficiente la maggioranza semplice; tale procedura intende preservare la legittimità democratica dell’esecutivo e contemporaneamente far sì che non sia eccessivamente esposto alle imboscate parlamentari. Il rapporto di fiducia è stato dettagliatamente disciplinato dalla Costituzione del 1982: al mancato ottenimento del voto di fiducia nel momento dell’insediamento o al successo di una mozione di sfiducia deve seguire una soluzione politica o la formazione di nuovo governo entro 45 giorni, al termine dei quali il Presidente della Repubblica potrà sciogliere la Grande Assemblea e indire nuove elezioni. Nella prassi istituzionale turca lo scioglimento anticipato del parlamento si è tradotto nel rafforzamento della figura del Primo ministro come in Gran Bretagna, dove la minaccia di terminare la legislatura è un arma a doppio taglio, impugnabile reciprocamente dall’assemblea e dal Premier.
Il Presidente della Repubblica
Prima della riforma del 2007, la Costituzione del 1982 prevedeva per l’elezione del Presidente della Repubblica un iter parlamentare ben definito. I primi due scrutini della Grande Assemblea prevedevano la maggioranza qualificata dei due terzi, senza la quale si procedeva ad un terzo scrutinio a maggioranza assoluta e, ancora, ad un quarto scrutinio a cui prendevano parte solo i due candidati più votati; al termine di questa trafila, in mancanza di un Presidente eletto, la Grande Assemblea doveva essere sciolta per procedere a nuove elezioni.
Secondo il testo costituzionale del 1982, in ambito legislativo il Presidente della Repubblica, oltre a promulgare le leggi, dispone sia della facoltà di rinviare una legge al parlamento per un riesame, sia della facoltà di sollevare la pregiudiziale di costituzionalità ricorrendo alla Corte costituzionale. Il doppio canale a disposizione del Presidente testimonia il profilo attivo e interventista assegnatogli dall’ordinamento: se il controllo di costituzionalità è infatti un tipico attributo dei capi di Stato garanti delle costituzioni, il potere di veto sulle leggi ordinarie denota una valenza prettamente politica. Inoltre il Presidente indice il referendum sugli emendamenti costituzionali quando questi non sono stati approvati con la maggioranza qualificata dei due terzi.
Per quanto riguarda il potere esecutivo, il Presidente della Repubblica emana e ratifica i decreti, nomina il Primo ministro, nomina e revoca i ministri (su proposta del Primo ministro), i diplomatici all’estero, i membri del Consiglio superiore dell’istruzione, i rettori delle università, partecipa – qualora lo ritenga necessario – al Consiglio dei ministri.
Sul versante giudiziario, il Presidente nomina i membri della Corte costituzionale, un quarto dei componenti della Corte suprema d’appello, i membri della Corte suprema d’appello militare, i membri del Consiglio superiore dei giudici e dei pubblici ministeri.
Abdullah Gul, il primo Presidente islamico nella storia della Turchia repubblicana, sarà anche l’ultimo ad accedere alla carica tramite elezione indiretta; l’elezione diretta del capo dello Stato, approvata nel 2007, apporterà mutamenti profondi all’assetto istituzionale turco.
La magistratura
Per procedere con l’analisi dell’assetto istituzionale della Turchia, è importante esaminare l’articolazione del potere giudiziario a cominciare dall’indipendenza della magistratura. Sebbene l’ordinamento turco abbia fatto dell’indipendenza dei giudici un elemento di forte continuità fra i testi costituzionali del 1961 e del 1982, quest’ultimo ha di fatto indebolito l’autonomia dei giudici modificando la composizione del loro organo di autogoverno. In entrambe le costituzioni l’articolo 6 sancisce l’esercizio del potere giudiziario da parte di «tribunali indipendenti in nome della nazione turca», principio ribadito e rafforzato dagli articoli 138 e 139 che proteggono la magistratura dall’intromissione dell’esecutivo e del legislativo. Il testo riformato del 1982, però, prevede che il Consiglio superiore dei giudici e dei pubblici ministeri non sia più nominato dalla Corte di Cassazione, bensì dal Presidente della Repubblica – pur tra una rosa di nomi indicati dalla Corte stessa. Inoltre, a presiedere il Csm turco composto di soli 7 membri, è il Ministro di Giustizia che, insieme al suo sottosegretario, gode del diritto di voto. Considerata anche l’assenza di un segretario autonomo e di un bilancio proprio, l’organo di autogoverno dei magistrati si rivela potenzialmente vulnerabile alle pressioni politiche dell’esecutivo.
La Corte costituzionale
A comporre la Corte costituzionale turca sono 11 membri permanenti e 4 supplenti nominati dal Presidente della Repubblica; 11 di questi (8 permanenti e 1 supplente) sono selezionati all’interno di una rosa di nomi formulata dalle alte corti dello Stato e dal Consiglio superiore dell’istruzione, mentre i restanti sono affidati alla piena discrezionalità del Presidente. La nomina di derivazione esclusivamente presidenziale rispecchia l’impostazione originaria che i costituenti attribuirono alla Corte: non tanto (o non solo) un organo garante del diritto, dei diritti e delle libertà, quanto la custode del secolarismo kemalista, fondamento della Repubblica turca. Si riconoscono nuovamente i tratti salienti della democrazia iper-protetta che, lungi dal voler assolvere funzioni esclusivamente procedurali, affida ai vertici dello Stato – il Presidente, la Corte e implicitamente l’apparato militare – il compito di preservare l’ideologia kemalista a prescindere dai mutamenti sociali e dai movimenti della base. Non è un caso che la Corte dichiari di essere innanzitutto il contrappeso istituzionale del parlamento, delineando esplicitamente il proprio profilo attivo, quasi politico.
La Corte può essere attivata in via principale dal Presidente della Repubblica o dalla Grande Assemblea (dai gruppi parlamentari di maggioranza, di opposizione o da almeno un quinto dei deputati) per valutare la legittimità costituzionale delle leggi e dei provvedimenti aventi forza di legge. Vi può accedere altrimenti in via incidentale chiunque sia parte in giudizio (giudice compreso) a patto che la questione sollevata risponda alle condizioni di pertinenza con il giudizio pendente e di non manifesta infondatezza.
Il Consiglio di sicurezza
Le contraddizioni dell’ordinamento turco fin qui evidenziate si palesano definitivamente nel Consiglio di sicurezza, l’organo costituzionale che più di tutti rappresenta il centralismo verticistico delle istituzioni repubblicane. Il Consiglio si compone di 11 membri, di cui sei sono alti generali delle forze armate mentre i restanti 5 sono il Presidente della Repubblica, il Primo ministro, i ministri della Difesa, degli Esteri e degli Interni. Secondo gli articoli 118 e 120, il Consiglio è incaricato di occuparsi della sicurezza nazionale; stabilisce da sé l’ordine del giorno e ha la facoltà di presentare dei pareri (formalmente non vincolanti) all’esecutivo.
E’ sufficiente un rapido riepilogo dei colpi di stato militari (1960, 1971, 1980, 1997) per comprendere la vera natura del Consiglio di sicurezza. D’altronde la struttura delle forze armate è corporativa e autoreferenziale: i militari organizzano il servizio di leva slegati da qualsiasi controllo civile o politico, determinando in proprio i criteri della selezione delle candidature e gestendo in piena autonomia le strutture adibite all’educazione e alla formazione. Il capo di stato maggiore generale, poi, è de facto la figura preminente per la definizione degli affari di sicurezza interna ed estera e addirittura gestisce la produzione e l’acquisto degli armamenti senza doverne rendere conto nel bilancio statale.
L’equilibrio dei poteri
La disamina dell’architettura costituzionale turca induce una riflessione originale sull’equilibrio dei poteri, inteso sia in orizzontale (tra gli organi dello Stato) che in verticale (tra la società, i corpi intermedi e lo Stato). La preminenza della storia e dell’ideologia kemalista e la conseguente rilevanza dell’apparato militare hanno attribuito un significato particolare al concetto di legalità costituzionale. A dispetto – ma infondo proprio a causa – del processo accelerato di occidentalizzazione, il sindacato di costituzionalità è stato interpretato estensivamente per ingerire nelle dinamiche democratiche della società civile, limitandone alcune istanze e imponendone altre. Principali fautori della “eteronomia democratica” sono stati e sono tutt’ora i militari, forti della loro investitura storica. Il baricentro del potere statale, perciò, risulta sbilanciato verso le cariche esecutive – avamposti dell’elite burocratica e militare – a scapito del parlamento. Quest’ultimo, inoltre, soffre di un discreto deficit democratico sia a causa delle legge elettorale, fortemente limitativa della rappresentanza, sia a causa del condizionamento della Corte costituzionale nella vita dei partiti politici.
Conclusioni
Sullo sfondo delle contraddizioni che caratterizzano l’ordinamento costituzionale turco, il successo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), erede diretto del Refah Partisi, potrebbe rappresentare un punto di cesura nella storia repubblicana. Il nazionalismo e lo statalismo di stampo kemalista hanno condizionato unilateralmente il rapporto tra Stato e società, che ha visto quest’ultima subire le istanze accentratrici e verticistiche delle elite burocratiche e militari. Le forze sociali, pur rappresentate in parlamento, non hanno mai trovato uno sbocco istituzionale adeguato. Ciò è testimoniato principalmente dal succedersi di costituzioni prive di una reale legittimazione democratica perché ottriate dai militari. La revisione costituzionale annunciata dall’Akp, perciò, si configura come il primo effettivo progetto costituente condiviso dal basso nella storia della Repubblica. Inoltre l’elezione diretta del capo dello Stato, introdotta nel 2007, ridurrà ulteriormente la forbice tra società civile e Stato.
Il processo di normalizzazione democratica intrapreso dall’Akp, tuttavia, non è libero da impedimenti. Le resistenze dell’apparato militare, intento a difendere l’ideologia kemalista e a conservare il proprio potere, potrebbero tradursi ancora una volta in una forzatura istituzionale; oltre tutto, non bisogna sottovalutare il consenso popolare di cui godono i militari, concentrato soprattutto nelle file del Chp. Parallelamente, l’affermazione di un islamismo moderato potrebbe ledere alcuni dei principi fondamentali per la modernizzazione della Turchia. Nell’ottica dell’integrazione europea, però, sarebbe l’Unione stessa ad assolvere i compiti di garanzia, salvaguardando la laicità dello Stato ma attenuandone i tratti combattivi e militanti.
La sfida che si para davanti l’Akp, pertanto, consiste nel conciliare la nuova proposta islamica moderata con i principi di democrazia e laicità nell’intento di portare a compimento il processo di normalizzazione politica e istituzionale.
Di seguito l'intervento che ho pronunciato all'assemblea "Il PD che vogliamo: riflessioni e proposte per ripartire" della sezione di Piazza Verbano (Roma).
Cari compagni e care compagne,
sono felice di potermi finalmente confrontare con tutti voi. Devo ammettere che questo momento si è fatto attendere più del previsto; sarà che non avevo mai preso parte alla politica attiva e non sono abituato ai tempi di un partito, o sarà la particolarità del momento che stiamo vivendo. Quel che importa è che ora siamo qui e possiamo finalmente discutere delle nostre prospettive per il Partito Democratico, della sua identità e della sua struttura. Una discussione, questa, mai svolta per davvero e rimandata troppe volte, ma che fino a quando non sarà risolta, ci impedirà di affrontare sul serio – cioè come un vero partito – i veri temi politici del paese. Sono convinto, infatti, che senza dotarsi di un’organizzazione solida e ben articolata sia difficile se non impossibile praticare un’azione politica efficace e legittimata. Poiché le questioni sociali ed economiche incalzano, spero proprio che il percorso avviato oggi giunga definitivamente a compimento con il congresso del prossimo autunno, e che stavolta non si ricorra a scorciatoie o a compromessi al ribasso ma si abbia il coraggio di contarsi, se necessario, per scegliere una linea politica forte, chiara e riconoscibile.
Non si tratta, ovviamente, solo di una questione di efficacia e di opportunità. E’, nel lungo periodo, soprattutto una questione di qualità: se i partiti sono le colonne di una democrazia, come sosteneva Bobbio, definire i modi e i tempi di un partito significa determinare la qualità della partecipazione dei ceti popolari alla vita pubblica. E’ vero che oggi le nuove tecnologie di massa consentono di accrescere l’ampiezza della partecipazione ma solo i partiti sono in grado di incidere sulla profondità di tale partecipazione. Detto in altre parole, le nuove tecnologie possono allargare il perimetro orizzontale della politica ma, lasciate a sé stesse, sono incapaci di provvedere alla qualità del dibattito e dell’agenda. D’altronde chi di noi si sentirebbe al sicuro in una sondocrazia, una democrazia dei sondaggi? La democrazia diretta è diventata tecnicamente possibile, ma più che un’utopia si rivelerebbe forse una distopia. Abbiamo invece bisogno di corpi intermedi che medino gli interessi individuali e sociali con l’interesse pubblico e generale, sia perché gli interessi devono essere filtrati e ragionati, sia perché devono essere aggregati per non rimanere dispersi e inefficaci. Se i partiti si ritirano, lasciano il campo alle lobby e alle corporazioni che ne fanno impropriamente le veci: ecco, non c’è niente di peggio di una partitocrazia senza partiti. Credo quindi che se vogliamo ristabilire il primato della politica non possiamo prescindere dal partito quale strumento di partecipazione e organizzazione dell’azione politica. Non un partito liquido e virtuale, ma un partito vero, strutturato, radicato sul territorio e propugnatore di una visione della società, aperta ma riconoscibile, forte ma non per questo immutabile. Un partito che abbia un rapporto dinamico tra la base e i suoi vertici e che non dissimuli l’accentramento del potere con primarie dimezzate e talvolta falsate.
Sarebbe quantomeno ipocrita rivendicare l’importanza del ruolo dei partiti in democrazia senza pretendere che anch’essi la pratichino al loro interno. Ma democrazia interna non significa cedere al leaderismo azzerando la vita del partito, tanto più se la competizione per la leadership non si svolge in campo aperto ma nasconde dietro il totem delle primarie un compromesso per la sopravvivenza dell’intera nomenklatura. Democrazia interna significa regole chiare e trasparenti per un confronto aspro, se necessario, attraverso il quale i giovani possano risolvere la questione generazionale senza farsi cooptare dai dirigenti ma consumando una frattura politica, se ne hanno la forza e le capacità. Democrazia interna significa garantire la discussione politica nel partito e riconoscere la dialettica tra le correnti, perché impedire che il partito organizzi la propria vita tramite correnti politiche e programmatiche significa consegnarlo, di fatto, alle correnti personali, che sono però invisibili, svuotate di ogni contenuto politico e soprattutto slegate dal controllo della base.
Mi auguro che non si indugi più sul da farsi e che ci si assuma la responsabilità di dare una linea politica a questo partito, perché le sfide che ci si parano davanti non ci permettono davvero di perdere un minuto di più di tutto il tempo che abbiamo già sprecato.
Andrea Romano li ha descritti come Compagni di scuola uniti da un forte senso di solidarietà intragenerazionale, questa è l’immagine che meglio rappresenta la classe dirigente riunitasi ieri alla direzione nazionale del Pd. Siamo sulla stessa barca, si son detti, e tutte le divergenze del mondo non dovranno minacciare la nostra autoconservazione. Delle critiche, delle linee politiche e delle questioni morali non ci importa granché.
Quel che rimane è una seduta di autocoscienza collettiva, un maldestro tentativo di esorcizzare lo psicodramma di un partito mai partito, semmai trasmesso in streaming come la direzione di ieri – simulacro della trasparenza tanto cara al manierismo radicale. Potremmo parlare di Tonini che, dopo aver plasmato la retorica veltroniana sull’equidistanza tra lavoro e imprese, sulla pace sociale e sull’inclusività, riscopre improvvisamente le ragioni del conflitto sociale; potremmo parlare di Bersani che contesta il partito liquido succube della società (in)civile o di D’Alema che sconfessa le primarie. Parlarne, a che pro? Infine hanno tutti appoggiato la relazione del segretario. La direzione intraprende tutte le direzioni, cioè nessuna direzione, alla deriva finché la barca ancora galleggia. Qui lo dico e qui lo nego.
Mesi fa alcuni l’hanno evocato, ma il congresso straordinario è stato subito derubricato; non è ancora il momento di fare le conte, non è mai il momento a quanto pare. Vorrei sapere come pensiamo di andare avanti fino all’autunno del 2009, ammesso che c’arriviamo interi. Non è più tempo di diversità morali, la questione morale stavolta non può coprire i vuoti politici, anche perché siamo noi a subirla. Serve una linea, serve una frattura politica, serve una competizione dialettica fra correnti e non un ipocrita compromesso di nomenklatura che finge di negarle e invece le manda in stallo; insomma serve un partito. La sommatoria dei dirigenti non fa una direzione politica.
Proudhon individua nell’autorità e nella libertà i due termini dell’antinomia che fonda l’ordine politico di una società: dalla combinazione e dalla divisione di questi due elementi discendono le quattro principali forme di regime politico. Tra i regimi d’autorità Proudhon annovera la monarchia, cioè il governo di tutti da parte di uno, e il comunismo, il governo di tutti da parte di tutti; tra i regimi di libertà, invece, vi sono la democrazia, che è il governo di tutti da parte di ciascuno, e l’anarchia, qui intesa come il governo di ciascuno da parte di ciascuno. Tenuto conto del suo discorso intorno la proprietà e considerata la sua visione delle opposizioni reali quali parti indissolubili della società, non stupisce che Proudhon riconosca nel comunismo, più che una dittatura del proletariato, una dittatura sul proletariato: «l’ideale della comunanza è l’assolutismo. Ed invano si direbbe che quest’assolutismo sarà transitorio, poiché se una cosa è necessaria un solo istante, lo diventa per sempre, la transizione è eterna»[1]. L’eguaglianza sociale perseguita da Proudhon consiste nell’autogoverno dei produttori e nella liberazione del lavoro dallo sfruttamento, perciò la sua elaborazione politica rifiuta categoricamente la formula comunista che, attraverso la collettivizzazione dei mezzi di produzione e il governo della burocrazia, finisce col dar vita ad una nuova alienazione di Stato. Egli intende piuttosto agire sulla divisione gerarchica del lavoro, vera matrice della società classista, integrando lavoro manuale e lavoro intellettuale, vale a dire restituendo ai produttori la direzione e il controllo dei mezzi di produzione[2].
L’orizzonte politico di Proudhon è chiaramente anarchico; tuttavia la sua proposta, saldamente ancorata al metodo riformista che lo contraddistingue, ammette la necessità di trovare un punto di equilibrio fra il piano ideale dell’anarchia e il piano reale che vede opporsi autorità e libertà. Per questa ragione Proudhon ravvisa nel federalismo il principio politico che più si avvicina, per approssimazione, all’anarchia. Difatti «la proprietà, per la funzione politica che le spetta», cioè di bilanciare il potere dello Stato, deve porsi «nel sistema sociale come liberale, federativa, decentratrice, repubblicana, egualitaria, progressista e amante della giustizia. È vero che questi attributi, nessuno dei quali si trova nel principio di proprietà, le vengono a misura che essa si generalizza, cioè a misura che un maggior numero di cittadini arriva alla proprietà? Ed è vero che per operare questa generalizzazione, per assicurarne in seguito l’eguagliamento, basta organizzare a fianco della proprietà e al suo servizio un certo numeri di istituzioni e di servizi pubblici, trascurati fino ad oggi o abbandonati al monopolio e all’anarchia?»[3]. La risposta affermativa a questa domanda sta, secondo Proudhon, nell’organizzazione federale e decentrata dello Stato, uno Stato concepito come un mezzo e non come un fine, le cui istituzioni si adoperino per garantire l’universalità dei diritti e della proprietà, impedendo l’odioso abuso di quest’ultima – il droit d’aubaine.
Affinché il federalismo politico abbia successo deve compiersi anche il mutualismo economico, cioè il socialismo pluralista fondato sull’autogestione dei produttori. L’ordine politico e quello economico descritti da Proudhon sono complementari all’equilibrio della società laddove si vogliano garantire rispettivamente le autonomie dello Stato e della società civile; pertanto la socializzazione dei mezzi di produzione, piuttosto che nella collettivizzazione, si realizza nel mutualismo dei produttori liberi e indipendenti all’interno di un’economia di mercato[4]. La teoria politica di Proudhon ruota intorno al bilanciamento dei poteri, mentre la sua idea di giustizia sociale non si esplica attraverso la lotta di classe in sé e per sé ma mediante l’universalizzazione dei diritti politici, civili e sociali.
[1] P. J. Proudhon, Sistema delle contraddizioni economiche, Edizioni «Anarchismo», Catania 1975, p. 498
[2] G. Berti, Il pensiero anarchico, Piero Lacaita Editore, Roma 1998, pp. 209-210
[3] P. J. Proudhon, La teoria della proprietà, Edizioni Seam, Roma 1998, p. 140
[4] G. Berti, Il pensiero anarchico, cit. pp. 216-217
E’ andata peggio di quanto avessi previsto. Le elezioni primarie per la Costituente dei Giovani Democratici sono terminate e, a giudicare da ciò che ho potuto vedere dal momento della loro indizione fino alla chiusura del mio seggio, hanno dimostrato l’estrema fragilità dei meccanismi democratici scelti da chi le ha organizzate e della coscienza democratica di alcuni tra quelli che vi hanno preso parte.
Fin dalla pubblicazione del regolamento delle primarie, non ho perso occasione per esprimere dubbi e perplessità ai miei compagni di sezione a Roma. Pensavo – e alla prova dei fatti continuo a pensarlo – che la presentazione di un’unica lista aperta per i candidati delegati all’assemblea nazionale fosse la soluzione sbagliata. L’elettore deve poter concorrere con il suo voto alla formazione di una maggioranza che traduca la sua volontà durante il confronto assembleare; a questo servono le liste, ad aggregare le istanze dei candidati delegati in un programma comune che sia riconoscibile dagli elettori, e perciò i candidati segretari, solitamente, si collegano ad una (ed una soltanto) di quelle liste, per farsi portavoce di quel programma. La presentazione di un unico listone, invece, ha chiamato ogni elettore a scegliere due rappresentanti indipendenti su mille, concedendo loro una cambiale in bianco de facto, e ad eleggere con voto disgiunto il segretario. Quest’impostazione da parlamento ottocentesco, romanticamente votata all’ideale dell’assemblea universalista, ha fortemente limitato il voto d’opinione contraddicendo la natura stessa delle primarie. Non è facile per quel cittadino che non abbia un rapporto personale con uno dei candidati, raggiungere un grado d’informazione tale da poter scegliere fra le decine (se non centinaia) di aspiranti delegati della sua circoscrizione; senza considerare l’efficacia reale del suo voto, che restando disaggregato (sganciato da una lista o da un programma) sfiora i minimi termini. Si è favorito, invece, il voto d’appartenenza o di scambio, sconfessando così il significato delle primarie, cioè l’allargamento della partecipazione democratica. Come nei parlamenti ottocenteschi, appunto, quel che rimane è il predominio del notabilato.
Nonostante la mia opposizione(!), i Giovani Democratici sono andati per la loro strada, e con loro i miei compagni e amici che hanno deciso di candidarsi; nonostante le mia disapprovazione(!), la macchina organizzativa delle primarie è andata avanti, ed io con lei, dal momento che il Cpp (Comitato promotore provinciale) mi ha nominato scrutatore del seggio di piazza Istria. Qui ho avuto modo di confermare le mie congetture, purtroppo. Durante le quattordici ore in cui il seggio è rimasto aperto, si sono avvicendati amici dei candidati, amici degli amici, cugini, compaesani, coinquilini, colleghi, in pratica tutte le categorie possibili di elettori meno una – il cittadino, solitamente disinteressato ai destini personali del candidato. Questo, però, è il meno, perché fare appello alla stima dei propri conoscenti non è un atteggiamento da condannare, soprattutto se si riconoscono e si criticano i limiti di un contesto così povero di contenuti, calato dall’alto, e si aspira a cambiare lo stato delle cose. Quel che invece non posso proprio mandar giù, è la consapevole ed entusiastica militarizzazione del proprio elettorato. Nei dintorni del mio seggio, e man mano sempre più vicino, si aggiravano alcuni soggetti, notabili dei nostri tempi, che non solo trascinavano a votare studenti completamente ignari di cosa stesse accadendo, ma vigilavano scrupolosamente sul buon esito del copiaeincolla dal santino alla scheda. Mi sono speso per quanto ho potuto affinché il voto restasse personale, libero e segreto, subendo insistenti pressioni, ma da solo e con una cabina elettorale a cielo aperto non ero in grado di garantire granché. Magari il mio è stato un caso limite ma di certo non un caso isolato o episodico, perché la natura stessa del regolamento delle primarie, come ho spiegato, premiava la cooptazione, la clientela, la nomenklatura.
Quando ho sentito parlare dei Giovani Democratici per la prima volta, ho innanzitutto sperato che non si riproducessero quelle dinamiche di ghettizzazione, tipiche delle vecchie organizzazioni giovanili abituate a ricalcare gli apparati del partito senior. Invece non solo, mi sembra, abbiamo cominciato col piede sbagliato, ma abbiamo addirittura peggiorato, se possibile, il modello delle primarie organizzate per Veltroni. Mi sbaglierò, lo spero, ma intanto mi servirà qualche settimana per digerire l’esultanza di quei ragazzi, candidati e notabili dei nostri tempi, che festeggiavano senza alcuna vergogna la loro vittoria ovvero la sconfitta della democrazia, che dir si voglia.
Se volessimo grossolanamente declinare il concetto della libertà a partire dalle categorie politiche fondamentali – conservatori o progressisti, comunitari o liberal, destra o sinistra – dovremmo innanzitutto definire la dicotomia fra status quo e cambiamento. Laddove lo status quo (sociale, economico, politico) consiste nell’ordine (pre)costituito (della società, del mercato, del governo) consolidatosi per via di tendenze naturali e contingenze storiche, il cambiamento rappresenta invece l’obiettivo di chi critica l’esistente e intende individuare attraverso l’uso della ragione nuove regole e istituzioni universalmente valide (a prescindere dalle tendenze naturali e dalle contingenze storiche, nei limiti del possibile). Non v’è dubbio che entrambi i processi siano perfettibili e si contaminino l’un l’altro, ma riconosciuta la differenza di fondo possiamo comprendere meglio le rispettive declinazioni della libertà. Nel caso dei conservatori, la libertà coincide con l’esercizio dell’autonomia individuale all’interno della cornice tracciata dallo status quo (usi, costumi, tradizioni, morale); pertanto a tutela giuridica della libertà è sufficiente l’eguaglianza formale. I progressisti, dal canto loro, contestando l’ordine derivato dello/dallo status quo, subordinano la piena realizzazione dell’autonomia individuale (e perciò la facoltà di esercitare pienamente e consapevolemente la propria libertà) al cambiamento e al superamento dell’esistente; diventa preminente, quindi, il perseguimento dell’eguaglianza sostanziale all’interno di un ordine nuovo finalizzato a garantire la libertà per ciascun uomo.
Dalle suddette declinazioni del concetto della libertà scaturiscono gli approcci tipici del conservatorismo e del progressismo: la difesa delle istituzioni tradizionali, i cui argomenti spesso attingono dal giusnaturalismo (ma forse sarebbe più corretto dire dai giusnaturalismi), e la fiducia nel libero mercato, o viceversa l’elaborazione ex novo di un contratto sociale, le cui basi poggiano sul diritto positivo, e la volontà di intervenire nella sfera economica. E’ proprio l’economia, tuttavia, a rappresentare lo snodo più rilevante per la declinazione del concetto della libertà. Se, difatti, le politiche progressiste in campo sociale non impediscono alle istituzioni tradizionali di autoconservarsi e perfino espandersi (si pensi all’introduzione di nuove forme giuridiche di convivenza civile o al consenso informato per i trattamenti terapeutici, entrambe misure che non limitano ma ampliano la gamma dei diritti dei cittadini), quelle rivolte alla sfera economica traducono la propria efficacia mediante strumenti (più o meno) coattivi; ed è vero altresì che, dal punto di vista dei progressisti, la piena realizzazione dell’autonomia dell’individuo è impossibile senza il ricongiungimento di quest’ultimo con i mezzi di produzione (fisici o intellettuali che siano). Si tratta evidentemente di due declinazioni della libertà alternative, escludenti l’una con l’altra. Il caso della proprietà è certamente emblematico: la capacità d’intervento delle istituzioni sulla proprietà privata misura contemporaneamente i confini dell’autonomia individuale e la divaricazione fra eguaglianza formale ed eguaglianza sostanziale, descrivendo intenzioni ed effetti di politiche rivolte alla mera amministrazione pubblica o di politiche correttive finalizzate alla redistribuzione della ricchezza – per restare su un piano strettamente analitico sto escludendo ideologie non circostanziate dalle condizioni ambientali, come il libertarismo, o viziate da dottrine metafisiche, come il comunismo, entrambe basate perlopiù su di una valutazione morale della proprietà, che prevederebbero misure ben più drastiche.
Quest’astrazione non rende giustizia alle infinite sfaccettature che hanno connotato il concetto politico della libertà nel corso della storia, così come tace sulle innumerevoli sfumature delle forze politiche protagoniste degli ultimi secoli e interpreti delle istanze di libertà. Tuttavia è utile a rivelare la tensione che, lungo la parabola destra-sinistra, contrappone la conservazione e il cambiamento, la libertà e l’eguaglianza; come ogni modello teorico che si rispetti non pretende di spiegare esaustivamente la realtà ma intende offrire un punto d’appoggio parziale per orientarsi tra i fenomeni del reale e cercare di interpretarli.
Prendiamo il mercato del lavoro, nient’altro che il luogo figurato in cui si incontrano la domanda e l’offerta di impiego in un paese come l’Italia. Perché il lavoro si divide generalmente in lavoro domandato e lavoro offerto, è presto detto: nelle società complesse, industrializzate e tecnologicamente avanzate le mansioni da svolgere richiedono tecnici specializzati e ingenti investimenti di capitale. Queste ragioni fanno sì che ogni uomo, piuttosto che provvedere autarchicamente a sé stesso, si curi di qualcosa in particolare, preoccupandosi solo in un secondo momento di scambiare il proprio prodotto (o le proprie competenze o le proprie conoscenze) con ciò di cui ha bisogno. La divisione del lavoro impone un gioco dei ruoli per il quale un ingegnere elettronico che progetta microprocessori offra il proprio lavoro all’impresa da cui, un mese più tardi, acquisterà un notebook con i soldi del suo primo stipendio; nel mercato del lavoro l’ingegnere rappresenta l’offerta e l’impresa la domanda, nel mercato dei beni i ruoli si rovesciano, ma gli attori restano gli stessi. Va da sé che il denaro, svolgendo una semplice intermediazione, non costituisce un valore intrinseco ma rappresenta, piuttosto efficacemente, il valore creato dal lavoro degli individui e che, nel caso dell’ingegnere, ritorna sotto forma di prodotti (il notebook, la spesa al supermercato, una consulenza legale o qualunque cosa gli possa essere utile). E’ un sistema complicato, ma paga. Storicamente nessun’organizzazione del lavoro non schiavistica ha saputo fornire risultati migliori in termini di ricchezza; altro affare è valutare la distribuzione di tale ricchezza, se equa o iniqua, ma procediamo con ordine.
Dicevamo, prendiamo il mercato del lavoro, ora che sappiamo con precisione a cosa ci riferiamo: le società complesse, industrializzate e tecnologicamente avanzate, per le caratteristiche che possiedono e che abbiamo visto, tendono ad aggregare la domanda di lavoro attorno alle imprese, alle fabbriche e alle amministrazioni, mentre l’offerta di lavoro si concentra fra quegli individui (solitamente la maggioranza della popolazione) che non dispongono di capitali propri o di attività già avviate e che possono giustappunto offrire sul mercato la propria forza-lavoro. Sappiamo – o al limite intuiamo abbastanza facilmente – come in regime di monopolio il rapporto tra domanda e offerta possa essere distorto, a discapito dei lavoratori e a tutto vantaggio dell’impresa monopolista (nel mercato del lavoro, rappresentando i lavoratori l’offerta e le imprese la domanda, tecnicamente si chiamerebbe monopsonio, ma la sostanza è la stessa); analogo discorso vale per l’oligopolio (altrimenti detto oligopsonio). Anche in un regime decentemente concorrenziale, ovvero in cui la domanda di lavoro sia sufficientemente frammentata da impedire cartelli e speculazioni, il rapporto di forza tra imprese e lavoratori – vale a dire tra domanda e offerta – vede in quest’ultimi, naturaliter, la parte debole, perché spoglia di capitali e numericamente svantaggiata (i lavoratori sono ben più facilmente rimpiazzabili per le imprese che le imprese per i lavoratori). Perciò la struttura del mercato del lavoro, determinata dalla tipologia dei contratti stipulabili e dagli statuti e dalle prerogative dei sindacati, condiziona considerevolmente lo status sociale delle classi lavoratrici, potendo intervenire direttamente sul rapporto tra domanda e offerta.
E arriviamo finalmente al punto: il tanto celebrato, misconosciuto, osannato e vituperato proletariato altro non è che l’insieme delle classi lavoratrici più deboli presenti sul mercato del lavoro. Il mercato del lavoro è più complesso di come l’abbiamo rappresentato: esistono lavoratori autonomi, liberi professionisti, creativi, artisti. Più o meno, però, per quante categorie di lavoratori vi siano in una società, possono essere tutte ordinate secondo il capitale di cui dispongono, dagli imprenditori che investono il proprio capitale fisico (dai soldi ai macchinari alle fabbriche) passando per i professionisti e i lavoratori autonomi che investono il proprio capitale umano (dall’istruzione superiore alle competenze specialistiche alle capacità sportive ai talenti artistici) fino ad arrivare ai lavoratori semplici che non hanno capitali di nessun genere se non la propria forza-lavoro e la forza-lavoro dei propri figli, cioè della propria prole – ecce proletariato. Tutto questo può avere a che vedere con Marx (ma non fu il solo e nemmeno il primo a rilevarlo) ma non ha a che vedere col marxismo o il comunismo, o perlomeno non necessariamente: si tratta di una constatazione analitica. Che le risorse sul pianeta terra siano moderatamente scarse è un dato di fatto, e che le ultime generazioni della storia siano venute al mondo quando le terre da coltivare erano già state tutte occupate, restando escluse dalla proprietà, è una semplice considerazione. Non v’è bisogno di dirsi socialisti per trovarsi d’accordo con questa definizione. Se, invece, volessimo spostarci dal piano analitico a quello dei giudizi di valore, dovremmo cominciare a chiederci se la proprietà sia moralmente giustificabile e, in secondo luogo, quali conseguenze reali scaturirebbero dalla nostra risposta. Per ora continuiamo nella nostra analisi, ancora un po’.
Oggi la realtà è assai più complessa rispetto al secolo scorso. Contadini e operai non sono più in Europa la larga maggioranza delle classi lavoratrici, e soprattutto gli stati nazionali hanno ceduto il passo alla globalizzazione: per dirla semplicemente, le condizioni sociali dell’operaio italiano non dipendono più esclusivamente dalla struttura del mercato del lavoro interno, ma risentono dell’andamento dell’economia internazionale, dei flussi migratori e di tanti altri fattori esogeni di cui, magari, non è nemmeno a conoscenza. La globalizzazione ci impone di rivedere ed aggiornare le conquiste sindacali adeguando il mercato del lavoro al mutato contesto economico, e molto spesso ciò significa una maggiore flessibilità dei contratti di lavoro, tale da consentire alle imprese di rimanere competitive. In un contesto del genere, il proletario di ieri che lottava per lo Statuto dei Lavoratori è diventato il precario di oggi che progetta il proprio futuro con scadenze semestrali, ovvero in corrispondenza della cessazione del suo contratto a tempo determinato. Un mercato del lavoro flessibile e dinamico ha certamente molti punti di forza, tra cui la valorizzazione del rischio e del merito, ma lasciato a sé stesso rischia di affossare le fasce deboli della popolazione e acuire il divario tra le classi sociali. D’altronde, per quanto la società possa essersi complicata, evoluta, frammentata, un individuo escluso dalla proprietà (sia essa fisica o intellettuale) resta pur sempre un proletario e ritenere che possa migliorare la propria condizione e la propria formazione senza adeguate politiche sociali e del lavoro è un’ingenua illusione o un ipocrita inganno. Anche nella società più meritocratica di questo mondo un proletario al call-center non potrebbe giovarsi della valorizzazione del rischio per la semplice ragione che non ha alcunché da rischiare, nessun capitale da investire. Globalizzazione o no, la sostanza del problema resta quella, pur cambiando modi e tempi: sono semmai i termini della soluzione a dover essere ripensati.
Arrivati alla fine della nostra approssimativa e sommaria analisi non possiamo più rimandare gli interrogativi filosofici, morali e politici che riguardano il lavoro, la proprietà e la società, a meno di non volerci trasformare in grigi tecnocrati o in piatti burocrati. Sono domande ancora aperte che non potremmo pretendere di esaurire qui, ma sono domande importanti che dovrebbero impegnarci costantemente, almeno a sinistra (e se non succede, vuol dire che abbiamo un serio problema). Ecco, credo che il socialismo sia questo: non una soluzione, non una risposta, ma una domanda, forse impopolare ma ben più che attuale. Prima di liquidarlo, dovremmo forse chiederci se siano state liquidate e se siano liquidabili le domande che ne animano e continueranno ad animarne lo spirito.
1. L’assoluzione disciplinare della Forleo da parte del Csm viene salutata con gioia dall’imputata e dagli stessi magistrati che l’hanno giudicata, quale dimostrazione dell’indipendenza dei giudici. Più che indipendenza, mi pare autoreferenzialità: se la cantano e se la suonano. Avrei apprezzato invece il coraggio di una sanzione che sapesse accompagnare al sacrosanto principio dell’indipendenza quello della responsabilità, perché l’autoindulgenza nuoce al profilo istituzionale della magistratura. Poi, magari D’Alema e Fassino erano davvero “consapevoli complici di un disegno criminale di ampia portata”; non sta a me dirlo come non sta al giudice per le indagini preliminari che ha il solo compito di costituirsi parte terza (ancor più terza del vecchio giudice istruttore, poiché a differenza di quest’ultimo non dispone dell’iniziativa probatoria) per valutare l’attendibilità del materiale probatorio e la fondatezza dei capi d’imputazione. Sorvoliamo pure sul fatto che la Forleo abbia confuso il destinatario della richiesta di autorizzazione a procedere (il Parlamento italiano invece di quello Ue): l’abnormità resta piuttosto evidente secondo me. Non da oggi il potere giudiziario attraversa una profonda crisi, e le principali responsabilità sono da additare alla politica che manca di fornire gli strumenti adeguati all’esercizio e al funzionamento della giustizia. Tuttavia la politica dovrebbe assumersi la resposanbilità, una vola e per tutte, di riformare l’ordinamento giudiziario stesso, rispettando la sovranità popolare con l’applicazione del risultato referendario sulla responsabilità civile dei giudici e ragionando sulla separazione delle carriere. Sono misure, queste, che non indeboliscono bensì rafforzano l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati - le garanzie consolidano la legittimazione del diritto.
2. Dunque i magistrati non son tutti dei santi, ma è sempre la politica a scagliare la prima pietra che con questo governo è diventata una vera sassaiola. Affrontare criticamente i punti di cui discutevo sopra non è facile se è in corso una guerra fra potere giudiziario e potere politico. Perciò è importante che, per quel che riguarda il potere politico, l’opposizione non sia lasciata nelle mani di Di Pietro. In primis perché per chinunque (figuriamoci per il Pd) è un dovere morale (parliamo di deontologia costituzionale e democratica) difendere l’autonomia della magistratura e contrastare il disfacimento delle istituzioni repubblicane, in secundis perché è necessaria un’opposizione politica che non scarichi le proprie responsabilità sull’azione giudiziara, finendo col danneggiare pure quest’ultima.
3. Dal partito liquido e autosufficiente al radicamento territoriale e alla strategia delle alleanze: ben venga, finalmente, la seconda opzione, ma non si può cambiare tanto radicalmente una linea politica senza convocare un congresso. Di democratico nel Pd v’è stato davvero poco finora, dalle primarie fino all’assemblea costituente; posso capire l’urgenza delle elezioni anticipate che imponevano una certa manovrabilità di brevissimo periodo, ma ora ci sono cinque lunghi anni da investire in un processo aperto, dinamico e trasparente. Fermo restando che bisogna rimescolarsi, un partito senza correnti non è un partito, è un comitato elettorale che esaurisce la sua attività al momento dell’elezione del leader; un partito vero è uno strumento di partecipazione costante, un luogo d’incontro e di dibattito permanente. E’ inevitabile che in un contesto del genere le istanze della base si aggreghino e sviluppino una dilaettica, talvolta competano. Se la leadership emersa da questo confronto non è in grado di esercitare la guida del partito, il problema non sono le correnti ma l’ordinamento interno del partito (vedi art. 49 della Costituzione...) o, al limite, il leader stesso. Fingere invece di superare la logica delle correnti per ritrovarsi sospinti da un compromesso di nomenklatura non solo è poco democratico, ma alla lunga non paga. Insomma, non serve a niente demonizzare le vecchie categorie novecentesche dei partiti di massa se poi dietro il marketing e la comunicazione si celano categorie ancora più vecchie, come quelle ottocentesche dei notabilati, dei trasformismi e della cooptazione.
Corriere della Sera del 3 giugno 2008, pagina 12: "No del rettore a Nazirock. Ma gli studenti della Luiss: vogliamo vederlo - Scontro dell'ateneo privato sulla proiezione del lungometraggio realizzato su Forza Nuova". La lettera aperta, firmata dalla maggioranza dei rappresentanti degli studenti e dalla maggioranza delle sigle associative presenti all'università, la trovate qui. Di seguito, invece, la lettera che a titolo personale avevo preparato per conto mio, prima che si pronunciasse il Presidente della Repubblica in occasione della festa del 2 giugno e prima che la comunità studentesca facesse propria questa causa - raggiungendo un inaspettato apice di aggregazione in un'università, la Luiss, piuttosto uggiosa da questo punto di vista.
Egregio Rettore Egidi,
In qualità di cittadini, prima ancora che di studenti, avvertiamo la necessità, se non il dovere, di portare alla sua attenzione e a quella della pubblica opinione alcune considerazioni sulla crisi vissuta dalle istituzioni universitarie, manifestatasi con particolare evidenza in questi ultimi giorni dopo i fatti di Roma.
L’aggressione di Via De Lollis, che ha visto coinvolti alcuni studenti dei collettivi di sinistra dell’università Sapienza e alcuni esponenti di Forza Nuova, è un fatto grave. Chiarire la dinamica dell’accaduto è compito degli inquirenti e non è nostra intenzione fare processi sommari o costruire teoremi; tuttavia crediamo fermamente che, seppur si trattasse di un episodio isolato, l’informazione abbia il diritto/dovere di fornire quanti più elementi possibile per consentire ai cittadini e alle istituzioni di valutare l’accaduto. Perciò abbiamo proposto alla nostra università, la Luiss Guido Carli, di organizzare la proiezione di “Nazirock”, un documentario sui movimenti di estrema destra in Italia realizzato dal giornalista Claudio Lazzaro: era nostra intenzione favorire la libera circolazione delle informazioni e delle idee e contemporaneamente promuovere un dibattito sui contenuti del documentario garantendo il diritto di replica agli organi dirigenti di Forza Nuova, il principale soggetto interessato dall’inchiesta di Lazzaro. L’organizzazione e la realizzazione di quest’evento avrebbe assunto ancor più significato alla luce dell’ostracismo di cui “Nazirock” è stato vittima: le proiezioni che erano in programma al Cinema Politecnico Fandango di Roma, al Cinema Anteo di Milano e all’Università di Bologna, sono state tutte annullate a causa delle diffide legali e talvolta delle intimidazioni mosse da Forza Nuova. Purtroppo, il diniego da parte dei dirigenti del nostro istituto ad autorizzare la programmazione di “Nazirock” ci impedisce di interpretare, come università e perfino come studenti uti singuli, un ruolo pubblico, sociale ed istituzionale, volto a trascendere la mera dimensione didattica dell’ateneo e a contribuire alla formazione allo svolgimento del dibattito pubblico. Non possiamo che rammaricarci per quest’occasione persa.
Ciò che è seguito alle violenze di Via De Lollis, poi, ci lascia ugualmente costernati. L’episodio che ha visto coinvolto il Professor Guido Pescosolido, Preside della Facoltà di Lettere della Sapienza, seppur ancora da chiarire, rivela un clima assai teso e potenzialmente pericoloso. Fermo restando che le responsabilità di atti violenti o intimidatori ricadono esclusivamente sulle spalle di chi ingiustificatamente li compie, dovremmo chiederci se non si siano ignorati alcuni segnali d’allarme e se non si abbia rinunciato a cercare e adoperare quegli strumenti utili a svolgere pacificamente e democraticamente il conflitto. Troppe volte, con la connivenza dei media e delle istituzioni, si è lasciato che la critica venisse fatta passare per intolleranza, l’anticonformismo per sovversione e la contestazione per prepotenza, ottenendo il solo risultato di emarginare il dissenso e acuire lo scontro. Fino a farlo esplodere.
Lamentiamo il ripiegamento delle università, delle coscienze accademiche come di quelle studentesche, in una dimensione privata, chiusa in sé stessa; vorremmo invece che l’università tornasse a rivestire una funzione pubblica non solo formativa, ma rivolta ad un orizzonte ben più ambizioso. Vorremmo, per esempio, che l’università avesse il coraggio di difendere i valori costituzionali in un momento di profonda crisi civile e culturale della società italiana, incentivando la circolazione di un documento di fondamentale importanza come il film realizzato da Lazzaro e contemporaneamente aprendosi al confronto e alla replica con i protagonisti del dissenso, senza paure, senza imbarazzi e con la consapevolezza del valore e della forza che fondano il metodo scientifico e universitario, costantemente impegnato nella ricerca delle verità.
Se il dibattito continuasse ad essere estromesso dalla sua sede naturale, ci vedremmo costretti a proseguire il nostro percorso al di fuori dell’università, privi delle dovute garanzie. Ci auguriamo che l’attuale stato delle cose possa cambiare e che gli studenti possano ritrovare i loro spazi all’interno delle istituzioni.
«Da un lato si lamenta la crisi della democrazia, la sua atrofizzazione in una dimensione puramente formale, addirittura l’irrilevanza dei suoi circuiti e delle sue procedure rispetto all’assetto imperioso dei poteri reali; dall’altro, però, qualunque istanza materiale di “bene”, qualunque proposizione di scopi viene relegata nell’ambito di ciò che, non essendo universalizzabile, non può autorizzare alcun obbligo politico né deve quindi piegare le linee della razionalità liberaldemocratica a fini spuri e allotri»[1]. Partirei da questa contraddizione, brillantemente esposta da Massimo Adinolfi, per discutere con lui dei compiti della democrazia, ammesso che ne abbia voglia, avendo trattato di recente questo tema sulla rivista Italianieuropei.
Adinolfi sostiene che la crisi democratica, filosoficamente parlando, affondi le sue radici in un’equivoca concettualizzazione della politica in chiave moderna. La modernità, infatti, disinnescando lo slancio olistico della verità rivelata e sostituendo ad essa un sistema di verità plurali, provvisorie e falsificabili, ha disciplinato il conflitto componendo uno schema di leggi che «trova un limite insuperabile nei beni essenziali che l’individuo singolo ha il diritto di vedersi riconosciuti prima e indipendentemente dal conseguimento del bene pubblico». La contrazione del paradigma democratico a mero assetto procedurale, però, determina due inconvenienti; il primo investe la capacità persuasiva della democrazia, che fermandosi al metodo subisce il contraccolpo dell’inevasa richiesta di un senso collettivo, mentre il secondo coinvolge direttamente l’impianto teorico che la sorregge. Secondo Adinolfi, intatti, l’autonomia o meglio l’autosufficienza epistemologica della razionalità liberaldemocratica sarebbe illusoria: l’idea che il potere sia neutralmente legittimato dalla ragione universale sembrerebbe quantomeno inesatta perché dipenderebbe, a suo dire, da una metafisica (tutto meno che neutrale), così come dalla metafisica dipendono alcune assunzioni date per scontate nella cultura occidentale come le distinzioni fra essere e dover essere, fra ragione formale e ragione materiale, tra oggettivo e soggettivo. Queste ragioni fanno sì che Adinolfi avverta l’esigenza – certo non quella di regredire a modelli premoderni – di ampliare la concettualità democratica per affrontare quei fenomeni reali inintelligibili attraverso gli strumenti di cui disponiamo attualmente. Fatta salva dall’ansia di «cercare fatti, per così dire, superlativi, indiscussi e indiscutibili», la ricerca di un senso di giustizia (che è cosa ben diversa da una criterio assolutamente fondato) può e deve essere un esercizio utile all’interno dello spazio pubblico per legittimare le regole del gioco senza la pretesa di ancorarle ad una giustificazione arbitraria, metafisica o trascendente e comunque indimostrabile. La soluzione al wittgensteiniano paradosso delle regole, ovvero l’insolubile e circolare questione del loro fondamento, sta quindi secondo Adinolfi nel parlarne, senza giustificazione e tuttavia non a torto. Tutto sta, ribadisce, in come si disciplina lo spazio pubblico e il pubblico dibattito, perché se «Wittgenstein indicava nella forma di vita comune il terreno naturale al quale ricondurre il gioco del follow the rule» allora «tutto dipende da come si descrive un tale terreno».
Fermo restando che la mia arrangiata interpretazione del pensiero di Massimo Adinolfi, per ovvi motivi, possa scoprirsi limitata o inesatta (ed è questo il motivo per cui l’ho proposta dettagliatamente, di modo da rendere palesi gli eventuali fraintendimenti), ho alcune rilevazioni critiche e, talvolta, anche delle semplici domande, che vorrei sottoporgli.
1. Sono d’accordo con l’analisi di fondo che ha motivato l’elaborazione dei tuoi argomenti attorno all’interrogativo sui compiti che una democrazia dovrebbe prefiggersi. Eppure, se la crisi della democrazia è un dato di fatto, sul piano concettuale non condivido la liquidazione della razionalità liberaldemocratica a metafisica fra le tante. Se è vero, come affermi, che sarebbe «un grave fraintendimento filosofico ritenere che, essendo le regole prive di una tal base [il fondamento della loro vigenza], le regole in questione sarebbero semplicemente infondate», allora riconosci implicitamente che la razionalità liberaldemocratica, non originando dal relativismo assoluto (che, sì, è un asserto metafisico) ma scaturendo dal relativismo falsificazionista (il relativismo formalizzato dalla scuola di Karl Popper, per intenderci), conserva una dimensione epistemologica autonoma dal campo della metafisica. Non riscontro, quindi, la deriva ideologica di cui sarebbe intriso il senso comune (che comune non è, purtroppo, a mio avviso) che rappresenta la legittimità del potere politico come neutralmente legittimata dalla ragione universale.
2. Quando ribadisci, giustamente, «che si possa parlare senza giustificazione e tuttavia non a torto», ricordi anche la fondamentale importanza che riveste la definizione del terreno da gioco, cioè lo spazio pubblico, e la sua disciplina. Qui, allora, torna a porsi, secondo me, una mera questione di metodo, una questione procedurale che diventa nuovamente l’unica, plausibile fonte di legittimazione delle regole. Ciò non toglie che storicamente e socialmente i princìpi del contratto sociale, nel nostro caso la Costituzione italiana, siano intrisi di valori che superino la neutralità della forma – e sono il primo a riconoscermi in questi valori. Ma, al di là dell’interpretazione di ognuno di noi, resta la neutralità deontologica (implicante una deontologia neutrale) che, ancora una volta, mi sembra l’unico plausibile fondamento filosofico universalmente riconoscibile di un contratto sociale.
3. Dal momento che fai riferimento ad un qualche senso di giustizia, non necessariamente derivato da una giustificazione formale-razionale, non posso non pensar a John Rawls e alla sua “Teoria della Giustizia”. Rawls definisce quel ‘terreno da gioco’ attraverso lo strumento della Ragione Pubblica, disciplinando le modalità di partecipazione alla formazione delle regole. Dati i punti 1 e 2 (e date quelle che saranno le tue risposte), non credi che, a voler cercare un qualche senso di giustizia, sia meglio affidarsi alla giustizia procedurale pura che alla giustizia procedurale perfetta (slegata dalla giustificazione formale-razionale)?
Chiedo scusa ad Adinolfi e alla filosofia. Spero di non aver recato troppi danni ad un dibattito già di per sé complicato.
[1]Se la democrazia ha ancora un compito, di Massimo Adinolfi su Italianieuropei n. 2 dell’anno 2008. Tutte le successive citazioni sono riprese da questa fonte