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Ben lungi dal subordinare la libertà individuale allo Stato, è lo Stato, la comunanza, che bisogna sottomettere alla libertà individuale

Pierre Joseph Proudhon
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Di Sostiene Proudhon (del 28/06/2008 @ 14:04:44, in Politica interna, linkato 24 volte)

1. L’assoluzione disciplinare della Forleo da parte del Csm viene salutata con gioia dall’imputata e dagli stessi magistrati che l’hanno giudicata, quale dimostrazione dell’indipendenza dei giudici. Più che indipendenza, mi pare autoreferenzialità: se la cantano e se la suonano. Avrei apprezzato invece il coraggio di una sanzione che sapesse accompagnare al sacrosanto principio dell’indipendenza quello della responsabilità, perché l’autoindulgenza nuoce al profilo istituzionale della magistratura. Poi, magari D’Alema e Fassino erano davvero “consapevoli complici di un disegno criminale di ampia portata”; non sta a me dirlo come non sta al giudice per le indagini preliminari che ha il solo compito di costituirsi parte terza (ancor più terza del vecchio giudice istruttore, poiché a differenza di quest’ultimo non dispone dell’iniziativa probatoria) per valutare l’attendibilità del materiale probatorio e la fondatezza dei capi d’imputazione. Sorvoliamo pure sul fatto che la Forleo abbia confuso il destinatario della richiesta di autorizzazione a procedere (il Parlamento italiano invece di quello Ue): l’abnormità resta piuttosto evidente secondo me. Non da oggi il potere giudiziario attraversa una profonda crisi, e le principali responsabilità sono da additare alla politica che manca di fornire gli strumenti adeguati all’esercizio e al funzionamento della giustizia. Tuttavia la politica dovrebbe assumersi la resposanbilità, una vola e per tutte, di riformare l’ordinamento giudiziario stesso, rispettando la sovranità popolare con l’applicazione del risultato referendario sulla responsabilità civile dei giudici e ragionando sulla separazione delle carriere. Sono misure, queste, che non indeboliscono bensì rafforzano l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati - le garanzie consolidano la legittimazione del diritto.

2. Dunque i magistrati non son tutti dei santi, ma è sempre la politica a scagliare la prima pietra che con questo governo è diventata una vera sassaiola. Affrontare criticamente i punti di cui discutevo sopra non è facile se è in corso una guerra fra potere giudiziario e potere politico. Perciò è importante che, per quel che riguarda il potere politico, l’opposizione non sia lasciata nelle mani di Di Pietro. In primis perché per chinunque (figuriamoci per il Pd) è un dovere morale (parliamo di deontologia costituzionale e democratica) difendere l’autonomia della magistratura e contrastare il disfacimento delle istituzioni repubblicane, in secundis perché è necessaria un’opposizione politica che non scarichi le proprie responsabilità sull’azione giudiziara, finendo col danneggiare pure quest’ultima.

3. Dal partito liquido e autosufficiente al radicamento territoriale e alla strategia delle alleanze: ben venga, finalmente, la seconda opzione, ma non si può cambiare tanto radicalmente una linea politica senza convocare un congresso. Di democratico nel Pd v’è stato davvero poco finora, dalle primarie fino all’assemblea costituente; posso capire l’urgenza delle elezioni anticipate che imponevano una certa manovrabilità di brevissimo periodo, ma ora ci sono cinque lunghi anni da investire in un processo aperto, dinamico e trasparente. Fermo restando che bisogna rimescolarsi, un partito senza correnti non è un partito, è un comitato elettorale che esaurisce la sua attività al momento dell’elezione del leader; un partito vero è uno strumento di partecipazione costante, un luogo d’incontro e di dibattito permanente. E’ inevitabile che in un contesto del genere le istanze della base si aggreghino e sviluppino una dilaettica, talvolta competano. Se la leadership emersa da questo confronto non è in grado di esercitare la guida del partito, il problema non sono le correnti ma l’ordinamento interno del partito (vedi art. 49 della Costituzione...) o, al limite, il leader stesso. Fingere invece di superare la logica delle correnti per ritrovarsi sospinti da un compromesso di nomenklatura non solo è poco democratico, ma alla lunga non paga. Insomma, non serve a niente demonizzare le vecchie categorie novecentesche dei partiti di massa se poi dietro il marketing e la comunicazione si celano categorie ancora più vecchie, come quelle ottocentesche dei notabilati, dei trasformismi e della cooptazione.
 
Di Sostiene Proudhon (del 03/06/2008 @ 17:33:25, in Lettere, linkato 101 volte)
Corriere della Sera del 3 giugno 2008, pagina 12: "No del rettore a Nazirock. Ma gli studenti della Luiss: vogliamo vederlo - Scontro dell'ateneo privato sulla proiezione del lungometraggio realizzato su Forza Nuova".
La lettera aperta, firmata dalla maggioranza dei rappresentanti degli studenti e dalla maggioranza delle sigle associative presenti all'università, la trovate qui.
Di seguito, invece, la lettera che a titolo personale avevo preparato per conto mio, prima che si pronunciasse il Presidente della Repubblica in occasione della festa del 2 giugno e prima che la comunità studentesca facesse propria questa causa - raggiungendo un inaspettato apice di aggregazione in un'università, la Luiss, piuttosto uggiosa da questo punto di vista.

Egregio Rettore Egidi,

In qualità di cittadini, prima ancora che di studenti, avvertiamo la necessità, se non il dovere, di portare alla sua attenzione e a quella della pubblica opinione alcune considerazioni sulla crisi vissuta dalle istituzioni universitarie, manifestatasi con particolare evidenza in questi ultimi giorni dopo i fatti di Roma.

L’aggressione di Via De Lollis, che ha visto coinvolti alcuni studenti dei collettivi di sinistra dell’università Sapienza e alcuni esponenti di Forza Nuova, è un fatto grave. Chiarire la dinamica dell’accaduto è compito degli inquirenti e non è nostra intenzione fare processi sommari o costruire teoremi; tuttavia crediamo fermamente che, seppur si trattasse di un episodio isolato, l’informazione abbia il diritto/dovere di fornire quanti più elementi possibile per consentire ai cittadini e alle istituzioni di valutare l’accaduto. Perciò abbiamo proposto alla nostra università, la Luiss Guido Carli, di organizzare la proiezione di “Nazirock”, un documentario sui movimenti di estrema destra in Italia realizzato dal giornalista Claudio Lazzaro: era nostra intenzione favorire la libera circolazione delle informazioni e delle idee e contemporaneamente promuovere un dibattito sui contenuti del documentario garantendo il diritto di replica agli organi dirigenti di Forza Nuova, il principale soggetto interessato dall’inchiesta di Lazzaro. L’organizzazione e la realizzazione di quest’evento avrebbe assunto ancor più significato alla luce dell’ostracismo di cui “Nazirock” è stato vittima: le proiezioni che erano in programma al Cinema Politecnico Fandango di Roma, al Cinema Anteo di Milano e all’Università di Bologna, sono state tutte annullate a causa delle diffide legali e talvolta delle intimidazioni mosse da Forza Nuova. Purtroppo, il diniego da parte dei dirigenti del nostro istituto ad autorizzare la programmazione di “Nazirock” ci impedisce di interpretare, come università e perfino come studenti uti singuli, un ruolo pubblico, sociale ed istituzionale, volto a trascendere la mera dimensione didattica dell’ateneo e a contribuire alla formazione allo svolgimento del dibattito pubblico. Non possiamo che rammaricarci per quest’occasione persa.

Ciò che è seguito alle violenze di Via De Lollis, poi, ci lascia ugualmente costernati. L’episodio che ha visto coinvolto il Professor Guido Pescosolido, Preside della Facoltà di Lettere della Sapienza, seppur ancora da chiarire, rivela un clima assai teso e potenzialmente pericoloso. Fermo restando che le responsabilità di atti violenti o intimidatori ricadono esclusivamente sulle spalle di chi ingiustificatamente li compie, dovremmo chiederci se non si siano ignorati alcuni segnali d’allarme e se non si abbia rinunciato a cercare e adoperare quegli strumenti utili a svolgere pacificamente e democraticamente il conflitto. Troppe volte, con la connivenza dei media e delle istituzioni, si è lasciato che la critica venisse fatta passare per intolleranza, l’anticonformismo per sovversione e la contestazione per prepotenza, ottenendo il solo risultato di emarginare il dissenso e acuire lo scontro. Fino a farlo esplodere.

Lamentiamo il ripiegamento delle università, delle coscienze accademiche come di quelle studentesche, in una dimensione privata, chiusa in sé stessa; vorremmo invece che l’università tornasse a rivestire una funzione pubblica non solo formativa, ma rivolta ad un orizzonte ben più ambizioso. Vorremmo, per esempio, che l’università avesse il coraggio di difendere i valori costituzionali in un momento di profonda crisi civile e culturale della società italiana, incentivando la circolazione di un documento di fondamentale importanza come il film realizzato da Lazzaro e contemporaneamente aprendosi al confronto e alla replica con i protagonisti del dissenso, senza paure, senza imbarazzi e con la consapevolezza del valore e della forza che fondano il metodo scientifico e universitario, costantemente impegnato nella ricerca delle verità.

Se il dibattito continuasse ad essere estromesso dalla sua sede naturale, ci vedremmo costretti a proseguire il nostro percorso al di fuori dell’università, privi delle dovute garanzie. Ci auguriamo che l’attuale stato delle cose possa cambiare e che gli studenti possano ritrovare i loro spazi all’interno delle istituzioni.

 
Di Sostiene Proudhon (del 29/05/2008 @ 18:50:20, in Massimi sistemi, linkato 75 volte)

«Da un lato si lamenta la crisi della democrazia, la sua atrofizzazione in una dimensione puramente formale, addirittura l’irrilevanza dei suoi circuiti e delle sue procedure rispetto all’assetto imperioso dei poteri reali; dall’altro, però, qualunque istanza materiale di “bene”, qualunque proposizione di scopi viene relegata nell’ambito di ciò che, non essendo universalizzabile, non può autorizzare alcun obbligo politico né deve quindi piegare le linee della razionalità liberaldemocratica a fini spuri e allotri»[1]. Partirei da questa contraddizione, brillantemente esposta da Massimo Adinolfi, per discutere con lui dei compiti della democrazia, ammesso che ne abbia voglia, avendo trattato di recente questo tema sulla rivista Italianieuropei.

Adinolfi sostiene che la crisi democratica, filosoficamente parlando, affondi le sue radici in un’equivoca concettualizzazione della politica in chiave moderna. La modernità, infatti, disinnescando lo slancio olistico della verità rivelata e sostituendo ad essa un sistema di verità plurali, provvisorie e falsificabili, ha disciplinato il conflitto componendo uno schema di leggi che «trova un limite insuperabile nei beni essenziali che l’individuo singolo ha il diritto di vedersi riconosciuti prima e indipendentemente dal conseguimento del bene pubblico». La contrazione del paradigma democratico a mero assetto procedurale, però, determina due inconvenienti; il primo investe la capacità persuasiva della democrazia, che fermandosi al metodo subisce il contraccolpo dell’inevasa richiesta di un senso collettivo, mentre il secondo coinvolge direttamente l’impianto teorico che la sorregge. Secondo Adinolfi, intatti, l’autonomia o meglio l’autosufficienza epistemologica della razionalità liberaldemocratica sarebbe illusoria: l’idea che il potere sia neutralmente legittimato dalla ragione universale sembrerebbe quantomeno inesatta perché dipenderebbe, a suo dire, da una metafisica (tutto meno che neutrale), così come dalla metafisica dipendono alcune assunzioni date per scontate nella cultura occidentale come le distinzioni fra essere e dover essere, fra ragione formale e ragione materiale, tra oggettivo e soggettivo. Queste ragioni fanno sì che Adinolfi avverta l’esigenza – certo non quella di regredire a modelli premoderni – di ampliare la concettualità democratica per affrontare quei fenomeni reali inintelligibili attraverso gli strumenti di cui disponiamo attualmente. Fatta salva dall’ansia di «cercare fatti, per così dire, superlativi, indiscussi e indiscutibili», la ricerca di un senso di giustizia (che è cosa ben diversa da una criterio assolutamente fondato) può e deve essere un esercizio utile all’interno dello spazio pubblico per legittimare le regole del gioco senza la pretesa di ancorarle ad una giustificazione arbitraria, metafisica o trascendente e comunque indimostrabile. La soluzione al wittgensteiniano paradosso delle regole, ovvero l’insolubile e circolare questione del loro fondamento, sta quindi secondo Adinolfi nel parlarne, senza giustificazione e tuttavia non a torto. Tutto sta, ribadisce, in come si disciplina lo spazio pubblico e il pubblico dibattito, perché se «Wittgenstein indicava nella forma di vita comune il terreno naturale al quale ricondurre il gioco del follow the rule» allora «tutto dipende da come si descrive un tale terreno».

Fermo restando che la mia arrangiata interpretazione del pensiero di Massimo Adinolfi, per ovvi motivi, possa scoprirsi limitata o inesatta (ed è questo il motivo per cui l’ho proposta dettagliatamente, di modo da rendere palesi gli eventuali fraintendimenti), ho alcune rilevazioni critiche e, talvolta, anche delle semplici domande, che vorrei sottoporgli.

1. Sono d’accordo con l’analisi di fondo che ha motivato l’elaborazione dei tuoi argomenti attorno all’interrogativo sui compiti che una democrazia dovrebbe prefiggersi. Eppure, se la crisi della democrazia è un dato di fatto, sul piano concettuale non condivido la liquidazione della razionalità liberaldemocratica a metafisica fra le tante. Se è vero, come affermi, che sarebbe «un grave fraintendimento filosofico ritenere che, essendo le regole prive di una tal base [il fondamento della loro vigenza], le regole in questione sarebbero semplicemente infondate», allora riconosci implicitamente che la razionalità liberaldemocratica, non originando dal relativismo assoluto (che, sì, è un asserto metafisico) ma scaturendo dal relativismo falsificazionista (il relativismo formalizzato dalla scuola di Karl Popper, per intenderci), conserva una dimensione epistemologica autonoma dal campo della metafisica. Non riscontro, quindi, la deriva ideologica di cui sarebbe intriso il senso comune (che comune non è, purtroppo, a mio avviso) che rappresenta la legittimità del potere politico come neutralmente legittimata dalla ragione universale.

2. Quando ribadisci, giustamente, «che si possa parlare senza giustificazione e tuttavia non a torto», ricordi anche la fondamentale importanza che riveste la definizione del terreno da gioco, cioè lo spazio pubblico, e la sua disciplina. Qui, allora, torna a porsi, secondo me, una mera questione di metodo, una questione procedurale che diventa nuovamente l’unica, plausibile fonte di legittimazione delle regole. Ciò non toglie che storicamente e socialmente i princìpi del contratto sociale, nel nostro caso la Costituzione italiana, siano intrisi di valori che superino la neutralità della forma – e sono il primo a riconoscermi in questi valori. Ma, al di là dell’interpretazione di ognuno di noi, resta la neutralità deontologica (implicante una deontologia neutrale) che, ancora una volta, mi sembra l’unico plausibile fondamento filosofico universalmente riconoscibile di un contratto sociale.

3. Dal momento che fai riferimento ad un qualche senso di giustizia, non necessariamente derivato da una giustificazione formale-razionale, non posso non pensar a John Rawls e alla sua “Teoria della Giustizia”. Rawls definisce quel ‘terreno da gioco’ attraverso lo strumento della Ragione Pubblica, disciplinando le modalità di partecipazione alla formazione delle regole. Dati i punti 1 e 2 (e date quelle che saranno le tue risposte), non credi che, a voler cercare un qualche senso di giustizia, sia meglio affidarsi alla giustizia procedurale pura che alla giustizia procedurale perfetta (slegata dalla giustificazione formale-razionale)?

Chiedo scusa ad Adinolfi e alla filosofia. Spero di non aver recato troppi danni ad un dibattito già di per sé complicato.



[1] Se la democrazia ha ancora un compito, di Massimo Adinolfi su Italianieuropei n. 2 dell’anno 2008. Tutte le successive citazioni sono riprese da questa fonte

 
Di Sostiene Proudhon (del 28/05/2008 @ 12:06:03, in Estemporanee, linkato 67 volte)
Dopo Bruxelles e Madrid, il fronte europeo di opposizione ha conquistato anche Cannes. Viva l'Europa.
 
Di Sostiene Proudhon (del 27/05/2008 @ 11:30:00, in Filosofie e socialismi, linkato 119 volte)

Della più grande promessa nella storia dell’uomo si ricordano soprattutto due volti, quello riformatore della socialdemocrazia e quello totalitario del comunismo. Nella prassi politica odierna risulta piuttosto facile distinguerli; tutt’altra cosa invece è indagare le loro origini e il nesso che li lega per individuare il primato dell’uno e il rapporto di subordinazione dell’altro o viceversa. In realtà le forme che il socialismo ha assunto sono ben più di due, e redigerne la genesi non sarebbe un’impresa da poco; ciononostante nella sua storia vi sono alcuni snodi cruciali indispensabili per comprenderne l’anima e l’evoluzione. Di questi, la frattura tra anarchismo e marxismo durante la Prima Internazionale costituisce un punto di cesura determinante per il corso intrapreso dai socialisti. Quella frattura, così gravida di conseguenze per il destino delle sinistre europee, è incarnata dal dibattito a cui diedero vita Pierre-Joseph Proudhon e Karl Marx.

I lavori che precedettero il primo congresso dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, tenutosi a Ginevra nel 1866, furono segnati da un serrato confronto ideologico fra i socialisti parigini che si riferivano a Proudhon e i movimenti comunisti inglesi e tedeschi ispirati dal Manifesto di Marx e Engels. La contesa, che ebbe come oggetto la struttura di cui l’Associazione avrebbe dovuto dotarsi (federale secondo i primi, centralizzata secondo gli altri), sottendeva una disputa di ben più ampia portata. Proudhon e Marx avevano già avuto modo di scontrarsi in molte occasioni ed erano entrati esplicitamente in rotta di collisione con la pubblicazione di due libri che si “dedicarono” vicendevolmente, Filosofia della Miseria (1846) e Miseria della Filosofia (1847). La dialettica intessuta dai due pensatori ripercorre punto per punto il socialismo dalle sue fondamenta, scoprendone la nervatura e palesando per la prima volta quella dicotomia fra libertà e autorità a cui si è accennato. La storia della Prima Internazionale (alla quale Proudhon, morto l’anno precedente, non prese parte) è la storia di come l’ideologia marxista conquistò l’egemonia culturale tra i movimenti operai; ma la storia della frattura fra anarchismo e marxismo, e meglio ancora del dibattito fra Proudhon e Marx, è la storia per certi versi già scritta del più determinante e influente movimento politico del secolo scorso. Rileggere Proudhon e Marx significa sia analizzare la sociologia dei processi economici e del lavoro che ha condizionato l’intero novecento sia (ri)discutere l’eredità culturale del socialismo che oggi, in Italia assai più che in Europa, costituisce l’intricato nodo irrisolto delle sinistre e dei movimenti laburisti.

***

Proudhon e Marx vengono di solito apparentati rispettivamente al socialismo utopistico e al socialismo scientifico, un po’ perché il primo è erroneamente associato alla scuola degli utopisti francesi, un po’ perché l’altro è, secondo l’ortodossia comunista, l’ideatore del socialismo scientifico propriamente inteso. In verità, come avremo modo di constatare, il socialismo di Proudhon è ben più ancorato alla realtà e al metodo scientifico di quanto non lo sia la versione elaborata da Marx; il rigore formale che contraddistingue le analisi marxiane spesso rischia di trarre in inganno circa la loro correttezza epistemologica, inficiata all’origine da alcuni fondamentali vizi di natura filosofica. Proprio in virtù dei differenti approcci epistemologici adottati dai due pensatori, infatti, è possibile spiegare come siano pervenuti a due socialismi così diversi, quasi antitetici tra loro, pur partendo dalla stessa avversione al capitalismo.

Finché restiamo nell’ambito dell’analisi sociale, le differenze fra Proudhon e Marx sono assai sottili da cogliere. Entrambi individuano nella proprietà lo strumento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo ed entrambi riconoscono nel capitalismo l’istituzionalizzazione di quello sfruttamento; entrambi vedono il plusvalore come l’ingiustificata rendita della borghesia e avvertono la necessità storica di un profondo cambiamento che favorisca l’emancipazione del proletariato. Eppure, le loro proposte politiche sono diametralmente opposte. Da una parte il comunismo di Marx, la cui prerogativa è l’abolizione della proprietà privata e il cui obiettivo è l’abbattimento della classe borghese; dall’altra il socialismo di Proudhon, che considera insopprimibili le contraddizioni della proprietà (privata o pubblica che sia) e quindi si propone di riformare il mercato per integrare le classi operaie e porre fine all’alienazione e allo sfruttamento. Indissolubilmente legati alle rispettive concezioni del socialismo, poi, sono i mezzi atti a realizzarlo. Per Marx, l’accentramento del potere e la dittatura di una burocrazia di partito che pianifichi l’economia; per Proudhon, un federalismo capace di organizzare democraticamente il potere e un mutualismo in grado di socializzare la produzione senza ostacolare la libera concorrenza.

Non solo le ragioni del riformismo e del pluralismo di Proudhon hanno prevalso sul comunismo in tutte le sue declinazioni storiche, ma la critica stessa che il francese formulò del comunismo in tempi non sospetti appare di una lungimiranza e di una lucidità insuperate. Proprio attraverso la critica che Proudhon muove a Marx possiamo ricomporre i tasselli dell’analisi socioeconomica socialista – prerogativa essenziale del socialismo stesso – isolandola da quei vizi che ne hanno compromesso l’attendibilità e condizionato gli esiti politici. Il socialismo, sospeso fra utopia e scienza, si costituisce filosofia chiusa in Marx e sistema aperto in Proudhon, con tutte le conseguenze che ne sono derivate ieri e che ne derivano oggi. Resta da capire se il socialismo, come afferma qualcuno, abbia davvero fallito ed esaurito il suo corso o se le sue ragioni siano ancora attuali e vi siano molte strade ancora da esplorare; chi fosse intenzionato a darsi una risposta può e deve partire da una rilettura critica di Pierre Joseph Proudhon.
 
Di Sostiene Proudhon (del 26/05/2008 @ 20:43:32, in Non classificato, linkato 77 volte)

Il conflitto appartiene alla politica, la politica svolge il conflitto: si tratta di un’idea discutibile, certo, ma io la difendo. E’ importante trascendere dalle categorie mentali che ammorbano il dibattito italiano, perché il conflitto sociale non è solo il conflitto di classe, e il conflitto di classe non è solo il conflitto marxista. La dialettica, per intenderci, non è solo quella hegeliana, finalista e determinista. Resiste, da qualche parte in Italia e assai di più nel resto d’Europa (per fortuna), un’impostazione non idealista ma nemmeno semplicemente empirista, un’impostazione più vicina alla tradizione analitica che a quella continentale. Quest’epistemologia circoscrive il conflitto dentro i confini e le garanzie formalizzate da Popper e Rawls, per così dire, ma rintraccia le sue origini in Kant, nell’illuminismo e nell’anarchismo della Prima Internazionale. Non è violenza, non è prevaricazione e nemmeno subordinazione, è un conflitto votato esclusivamente all’emancipazione e alla libertà – quindi alla liberazione, e gli strumenti adoperati per conquistarla devono tenerle fede, mezzi e fini devono coincidere. Rivendico, perciò, in piena coscienza democratica e autonomia morale, di voler lottare all’interno e per lo Stato di Diritto.

Sabato scorso in un quartiere della mia città si è consumata una violenza organizzata, premeditata, squadrista. Gli inquirenti hanno allontanato l’ipotesi di una matrice politica; forse vogliono smorzare la tensione per scongiurare nuovi scontri e nuove vittime, forse il predominio politico delle destre ha esercitato la propria influenza. Non lo so, ma so che nella Repubblica italiana fondata sul lavoro alcuni lavoratori immigrati privi dei diritti politici e sociali sono stati aggrediti da un gruppo di fascisti che hanno usato violenza contro di loro e contro il loro lavoro. E’ questo il conflitto che oggi, purtroppo, si riaffaccia nello spazio pubblico, alimentato dall’informazione traviata e strumentalizzata, ma anche da chi ha ormai rinunciato a far sì che sia la politica, come dicevo, a svolgere il conflitto, svuotando di senso l’aggettivo ‘democratico’ allo stesso modo in cui si stanno lentamente e inesorabilmente svalutando gli articoli della nostra Costituzione.

Non conosco ancora le intenzioni del partito che ho votato e che ho deciso di contribuire a formare con la mia partecipazione critica e attiva. Di una cosa, però, sono certo, e cioè che quand’anche smarrisse il significato dei termini democratici e degli articoli costituzionali, io continuerò con quanto fiato ho in gola e inchiostro nella penna a testimoniare i princìpi democratici e i valori costituzionali. E’ la mia lotta personale per il contratto sociale, dovranno farci i conti.

 
Di Sostiene Proudhon (del 21/05/2008 @ 14:06:50, in Estemporanee, linkato 90 volte)


La prima regola del Fight Club è: non parlare mai dei dalemiani.

(vado a Salerno da Italianieuropei, alla prossima settimana).
 
Di Sostiene Proudhon (del 15/05/2008 @ 13:00:30, in Corsivi, linkato 131 volte)
A parte il fatto che difficilmente potremmo dubitare dell’integrità morale di Travaglio, e a parte il fatto che D’Avanzo non intendeva porla in discussione ma dimostrare la perversa equivocità del suo metodo giornalistico, resta un punto: chi ha fatto di Travaglio un eroe, un paladino della giustizia (appunto, della giustizia invece che dell’informazione…) non ha ben chiaro cosa sia il giornalismo, perché magari dimentica che la politica non è il solo dei tre poteri da cui un giornalista libero dev’essere indipendente.
 
Di Sostiene Proudhon (del 13/04/2008 @ 20:46:43, in Frammenti, linkato 141 volte)


Tratto da A/R Andata + Ritorno
di Marco Ponti (2004)
 
Di Sostiene Proudhon (del 11/04/2008 @ 02:05:27, in Politica interna, linkato 157 volte)

Chiunque abbia frequentato questo piccolo quaderno d’appunti multimediale sa quanto sono distante dalle posizioni politiche che il Pd ha assunto finora, e comunque basta scorrere qualche riga per rendersi conto della mia convinta e appassionata adesione alle istanze tipiche del socialismo europeo. Mi sono perfino laureato, poche settimane fa, svolgendo una tesi smaccatamente socialista con al centro la proprietà privata e la classe operaia. La testimonianza, però, non appaga la mia coscienza politica: ho sempre ritenuto necessario confrontarmi sia con l’etica dei princìpi sia con l’etica delle responsabilità, talvolta in contraddizione fra loro. Perciò vorrei spiegare le ragioni che mi spingono a votare il Partito democratico, chiarendo che non si tratta di un voto d’appartenenza né di un voto d’opinione (non v’è una condivisione programmatica in senso stretto).

Mi sono da tempo convinto che la rappresentanzione più efficace dell’Italia di oggi l’abbia elaborata Nanni Moretti ne “Il Caimano”: il berlusconismo ha vinto, complici innanzitutto lo smarrimento di una sinistra capace solo di subire o di rincorrere e l’inesistenza di un quarto potere autonomo e indipendente. Una buona metà di questo paese forse non assalterebbe, come ne “Il Caimano”, i palazzi di giustizia moltov alla mano, ma ha ormai radicati nel proprio essere alcuni (dis)valori devianti rispetto alla tradizione democratica europea; dal fisco alla giustizia, dalle istituzioni fino alla Costituzione, esistono due italie distinte e incompatibili fra loro. Fintantoché non ricostruiremo un terreno condiviso di regole e valori democratici, parlare di politica – quella vera – sarà inutile. Non si tratta semplicemente di riformare le istituzioni (la Costituzione formale) ma di gettare le fondamenta di una nuova cultura civile e di cittadinanza (la Costituzione materiale). La stagione dell’antiberlusconismo, che aveva tutte le ragioni, non ha pagato, anzi ha acuito la frattura sociale del paese. Purtroppo credo che, ad oggi, sia troppo tardi per recuperare da sinistra; la priorità è disinnescare la destabilizzazione istituzionale, sociale e culturale della destra, perché smaltire le scorie del berlusconismo non sarà cosa facile e di breve durata. L’unica soluzione che mi si presenta davanti è il Partito democratico: il populismo morbido e rassicurante di Veltroni, che io trovo vacuo e politicamente inconsistente, è forse l’unico rimedio al populismo becero e dannoso di Berlusconi.

Il Pd di oggi è un ibrido impolitico che non mi augurerei di dover votare, ma nell’attuale contesto italiano rappresenta l’antidoto al berlusconismo e lo spiraglio per una riforma della politica. Come se il conflitto d’interessi non esistesse, come se Forza Italia e Fininvest non avessero perpetrato gli obiettivi della P2, bisogna fare i conti con l’altra metà del paese. Proprio per scongiurare la revisione della Resistenza e la glorificazione di Mangano invocate da Dell’Utri, bisogna fare buon viso e cattivo gioco, erodendo le basi del consenso berlusconiano e riannodando i fili della democrazia. Veltroni è alternativo a Berlusconi perché costituisce la premessa dell’alternativa di domani; è una possibilità, non una certezza, ma nel frattempo sono disposto a mettere da parte i temi a me più cari – il lavoro e la laicità – consapevole del fatto che non posso difenderli all’interno di un sistema malato. Se il Pd, superata questa fase di transizione, saprà (vorrà?) configurarsi come interprete credibile del socialismo europeo in Italia, non so dirlo. Questa volta ho deciso di sostenerlo, forse sbagliando, ma vi prego di perdonarmi: essere socialisti ed avere vent’anni in questo paese è davvero un’impresa impossibile.

 
Di Sostiene Proudhon (del 25/03/2008 @ 13:39:29, in Non classificato, linkato 149 volte)

Che personaggi del calibro di Volontè sentano l’irrefrenabile bisogno di esprimersi in senso proibizionista e autoritario, qualunque sia il fenomeno sociale in questione – nel nostro caso i rave party – non ci stupisce, e non ci sprecheremmo nemmeno a rispondergli. Ma quando un Michele Serra si sente in dovere di giudicare l’accaduto al rave di Segrate, poiché i suoi giudizi sono tenuti in debita considerazione, anche noi riteniamo opportuno dire la nostra.

Fatta salva l’obiettività dell’informazione e la reperibilità delle fonti (qui l’articolo pubblicato da Repubblica), potremmo così riassumere il pensiero di Serra: ieri i rave erano legati alla protesta, alla voglia di cambiamento, alle istanze politiche, invece oggi sono contenitori vuoti, riti consumati e stantii, parodie del tutto prive del loro senso originale. Sono, in definitiva, “un baccanale triste”, simbolo della “sconfitta delle controculture giovanili”. Vero, non mi sento di dargli torto: certamente i rave non hanno più quella connotazione politica tipica della protesta giovanile, sono piuttosto eventi-sintomo dell’alienazione giovanile, almeno per quel che riguarda il contesto italiano. Quella di Serra, però, a differenza della mia, non è una constatazione ma una considerazione carica di giudizi di valore: non una requisitoria, ci mancherebbe, ma un accorato monito alle “migliaia di ballerini tristi” che hanno perso la capacità di confrontarsi con la realtà e hanno smarrito il ruolo sociale (pur deviante o alternativo) che compete loro. Il punto è che Serra, non indicando esplicitamente le cause della deriva da lui denunciata, finisce forse involontariamente con lo scaricare tutte le responsabilità sui giovani, sugli alienati, o almeno la sua accusa – giusta – cade nel vuoto

Qui mi sento di rispondergli, perché avere vent’anni in Italia non è facile. Non è facile, per un ventenne, vivere un paese imbalsamato, immobile, magari mentre in Spagna, dove tutto è in movimento, la rifondazione democratica è riuscita per davvero grazie all’alternanza di socialisti e popolari e oggi Zapatero riempie le piazze (di pro e di contro), prende posizioni, provoca fratture. Non è facile, per un ventenne, vivere in un paese che al compromesso storico ha sostituito il compromesso sul conflitto d’interessi, un paese che insomma vive e si regge sui compromessi (nel senso deteriore del termine); svegliarsi sapendo che oggi non succederà niente, che non c’è fermento, che non ci sono prospettive, che la società è ferma, non è una bella sensazione per un ventenne, tanto più che i vent’anni passano in fretta, e o ce ne andiamo in Spagna o ci rassegniamo ad essere giovani nel periodo più triste dell’Italia.

Un po’ scherzando e un po’ recriminando mi verrebbe da dire che la generazione di Serra ha avuto tutto, e non ci ha lasciato niente; loro hanno avuto i Pink Floyd, i Doors, i Gaber e i De André, magari a Woodstock non ci sono andati proprio tutti però hanno fatto il ’68 e si sono liberati. Hanno cambiato la società, ma ci hanno lasciato la stessa politica – cause di forza maggiore? Il bipolarismo internazionale? Era impossibile percorrere la strada dell’alternativa, Berlinguer non aveva altra scelta che chiudersi nel compromesso storico? Chissà, sta di fatto che, nel frattempo, la generazione di Serra ha tardato ad aggiornarsi, e quand’è caduto il Muro si è fatta trovare impreparata. Siam passati dunque da un eccesso all’altro, dall’asfissiante imbrigliatura ideologica marxista al vuoto cosmico del pragmatismo e del mercatismo fini a sé stessi. Non è un caso che Zapatero non faccia parte del patrimonio politico del Partito Democratico, ma non sia nemmeno ascrivibile all’altra sinistra, quella radicale – non lo è affatto. Insomma, alla fine dei giochi, oggi ci troviamo punto e a capo.

Sicuramente le parole di Serra sono state condizionate dal dramma del ragazzo morto a Segrate. Sono convinto, però, che la sua sensibilità emotiva, infondo, derivi dall’aver avvertito una responsabilità recondita – in senso lato, ovviamente – come quella di un padre affettuoso. Altrettanto affettuosamente e sinceramente, dico a Serra che sì, i rave (ed è solo un esempio fra i tanti) sono un “baccanale triste”, ma la “sconfitta delle controculture giovanili” è un’eredità della sua generazione, non della nostra – noi, miseramente e colpevolmente, ci limitiamo a restare imbelli, incapaci di reagire, rassegnati a soffocare lentamente.

 
Di Sostiene Proudhon (del 09/03/2008 @ 23:47:16, in Estemporanee, linkato 124 volte)
 
Di Sostiene Proudhon (del 06/03/2008 @ 21:13:01, in Estemporanee, linkato 123 volte)
eppure, talvolta...

(Un fantasma si aggira per l'Europa, sto per tornare)
 
Di Sostiene Proudhon (del 07/01/2008 @ 15:28:21, in Estemporanee, linkato 265 volte)
Mi prendo una pausa. Sostanzialmente, si tratta di dare un senso a questi tre anni di università: è andata meglio di quanto sperassi, infondo. Ci rivediamo a marzo, statemi bene.
 
Di Sostiene Proudhon (del 04/01/2008 @ 17:15:23, in Estemporanee, linkato 194 volte)
Magistrale, geniale, surreale, surrenale. Non perdetevi l'ultimo di Malvino.
 



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06/07/2008 @ 4.15.52
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