Andrea Romano li ha descritti come Compagni di scuola uniti da un forte senso di solidarietà intragenerazionale, questa è l’immagine che meglio rappresenta la classe dirigente riunitasi ieri alla direzione nazionale del Pd. Siamo sulla stessa barca, si son detti, e tutte le divergenze del mondo non dovranno minacciare la nostra autoconservazione. Delle critiche, delle linee politiche e delle questioni morali non ci importa granché.
Quel che rimane è una seduta di autocoscienza collettiva, un maldestro tentativo di esorcizzare lo psicodramma di un partito mai partito, semmai trasmesso in streaming come la direzione di ieri – simulacro della trasparenza tanto cara al manierismo radicale. Potremmo parlare di Tonini che, dopo aver plasmato la retorica veltroniana sull’equidistanza tra lavoro e imprese, sulla pace sociale e sull’inclusività, riscopre improvvisamente le ragioni del conflitto sociale; potremmo parlare di Bersani che contesta il partito liquido succube della società (in)civile o di D’Alema che sconfessa le primarie. Parlarne, a che pro? Infine hanno tutti appoggiato la relazione del segretario. La direzione intraprende tutte le direzioni, cioè nessuna direzione, alla deriva finché la barca ancora galleggia. Qui lo dico e qui lo nego.
Mesi fa alcuni l’hanno evocato, ma il congresso straordinario è stato subito derubricato; non è ancora il momento di fare le conte, non è mai il momento a quanto pare. Vorrei sapere come pensiamo di andare avanti fino all’autunno del 2009, ammesso che c’arriviamo interi. Non è più tempo di diversità morali, la questione morale stavolta non può coprire i vuoti politici, anche perché siamo noi a subirla. Serve una linea, serve una frattura politica, serve una competizione dialettica fra correnti e non un ipocrita compromesso di nomenklatura che finge di negarle e invece le manda in stallo; insomma serve un partito. La sommatoria dei dirigenti non fa una direzione politica.
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