Immagine  
"
Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente

Pierre Joseph Proudhon
"
 
\\ Prima Pagina : Articolo
Sezionando
Di Sostiene Proudhon (del 10/01/2009 @ 01:57:41, in Politica interna, linkato 688 volte)
Di seguito l'intervento che ho pronunciato all'assemblea "Il PD che vogliamo: riflessioni e proposte per ripartire" della sezione di Piazza Verbano (Roma).

Cari compagni e care compagne,

sono felice di potermi finalmente confrontare con tutti voi. Devo ammettere che questo momento si è fatto attendere più del previsto; sarà che non avevo mai preso parte alla politica attiva e non sono abituato ai tempi di un partito, o sarà la particolarità del momento che stiamo vivendo. Quel che importa è che ora siamo qui e possiamo finalmente discutere delle nostre prospettive per il Partito Democratico, della sua identità e della sua struttura. Una discussione, questa, mai svolta per davvero e rimandata troppe volte, ma che fino a quando non sarà risolta, ci impedirà di affrontare sul serio – cioè come un vero partito – i veri temi politici del paese. Sono convinto, infatti, che senza dotarsi di un’organizzazione solida e ben articolata sia difficile se non impossibile praticare un’azione politica efficace e legittimata. Poiché le questioni sociali ed economiche incalzano, spero proprio che il percorso avviato oggi giunga definitivamente a compimento con il congresso del prossimo autunno, e che stavolta non si ricorra a scorciatoie o a compromessi al ribasso ma si abbia il coraggio di contarsi, se necessario, per scegliere una linea politica forte, chiara e riconoscibile.

Non si tratta, ovviamente, solo di una questione di efficacia e di opportunità. E’, nel lungo periodo, soprattutto una questione di qualità: se i partiti sono le colonne di una democrazia, come sosteneva Bobbio, definire i modi e i tempi di un partito significa determinare la qualità della partecipazione dei ceti popolari alla vita pubblica. E’ vero che oggi le nuove tecnologie di massa consentono di accrescere l’ampiezza della partecipazione ma solo i partiti sono in grado di incidere sulla profondità di tale partecipazione. Detto in altre parole, le nuove tecnologie possono allargare il perimetro orizzontale della politica ma, lasciate a sé stesse, sono incapaci di provvedere alla qualità del dibattito e dell’agenda. D’altronde chi di noi si sentirebbe al sicuro in una sondocrazia, una democrazia dei sondaggi? La democrazia diretta è diventata tecnicamente possibile, ma più che un’utopia si rivelerebbe forse una distopia. Abbiamo invece bisogno di corpi intermedi che medino gli interessi individuali e sociali con l’interesse pubblico e generale, sia perché gli interessi devono essere filtrati e ragionati, sia perché devono essere aggregati per non rimanere dispersi e inefficaci. Se i partiti si ritirano, lasciano il campo alle lobby e alle corporazioni che ne fanno impropriamente le veci: ecco, non c’è niente di peggio di una partitocrazia senza partiti. Credo quindi che se vogliamo ristabilire il primato della politica non possiamo prescindere dal partito quale strumento di partecipazione e organizzazione dell’azione politica. Non un partito liquido e virtuale, ma un partito vero, strutturato, radicato sul territorio e propugnatore di una visione della società, aperta ma riconoscibile, forte ma non per questo immutabile. Un partito che abbia un rapporto dinamico tra la base e i suoi vertici e che non dissimuli l’accentramento del potere con primarie dimezzate e talvolta falsate.

Sarebbe quantomeno ipocrita rivendicare l’importanza del ruolo dei partiti in democrazia senza pretendere che anch’essi la pratichino al loro interno. Ma democrazia interna non significa cedere al leaderismo azzerando la vita del partito, tanto più se la competizione per la leadership non si svolge in campo aperto ma nasconde dietro il totem delle primarie un compromesso per la sopravvivenza dell’intera nomenklatura. Democrazia interna significa regole chiare e trasparenti per un confronto aspro, se necessario, attraverso il quale i giovani  possano risolvere la questione generazionale senza farsi cooptare dai dirigenti ma consumando una frattura politica, se ne hanno la forza e le capacità. Democrazia interna significa garantire la discussione politica nel partito e riconoscere la dialettica tra le correnti, perché impedire che il partito organizzi la propria vita tramite correnti politiche e programmatiche significa consegnarlo, di fatto, alle correnti personali, che sono però invisibili,  svuotate di ogni contenuto politico e soprattutto slegate dal controllo della base.

Mi auguro che non si indugi più sul da farsi e che ci si assuma la responsabilità di dare una linea politica a questo partito, perché le sfide che ci si parano davanti non ci permettono davvero di perdere un minuto di più di tutto il tempo che abbiamo già sprecato.
Articolo Articolo Commenti Commenti (4) Storico Archivio Stampa Stampa



Titolo






 

Add to Technorati Favorites




Cerca per parola chiave
 


07/09/2010 @ 5.03.21
script eseguito in 31 ms