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<title>Sostiene Proudhon</title><link>http://www.sostieneproudhon.net/dblog/</link>
<description>Sostiene Proudhon</description><language>it</language>
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	<title><![CDATA[L'amore ai tempi del colera e il socialismo ai tempi di Calearo]]></title>
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<![endif]-->Prendiamo il mercato del lavoro, nient&rsquo;altro che il luogo figurato in cui si incontrano la domanda e l&rsquo;offerta di impiego in un paese come l&rsquo;Italia. Perch&eacute; il lavoro si divide generalmente in lavoro domandato e lavoro offerto, &egrave; presto detto: nelle societ&agrave; complesse, industrializzate e tecnologicamente avanzate le mansioni da svolgere richiedono tecnici specializzati e ingenti investimenti di capitale. Queste ragioni fanno s&igrave; che ogni uomo, piuttosto che provvedere autarchicamente a s&eacute; stesso, si curi di qualcosa in particolare, preoccupandosi solo in un secondo momento di scambiare il proprio prodotto (o le proprie competenze o le proprie conoscenze) con ci&ograve; di cui ha bisogno. La divisione del lavoro impone un gioco dei ruoli per il quale un ingegnere elettronico che progetta microprocessori offra il proprio lavoro all&rsquo;impresa da cui, un mese pi&ugrave; tardi, acquister&agrave; un notebook con i soldi del suo primo stipendio; nel mercato del lavoro l&rsquo;ingegnere rappresenta l&rsquo;offerta e l&rsquo;impresa la domanda, nel mercato dei beni i ruoli si rovesciano, ma gli attori restano gli stessi. Va da s&eacute; che il denaro, svolgendo una semplice intermediazione, non costituisce un valore intrinseco ma rappresenta, piuttosto efficacemente, il valore creato dal lavoro degli individui e che, nel caso dell&rsquo;ingegnere, ritorna sotto forma di prodotti (il notebook, la spesa al supermercato, una consulenza legale o qualunque cosa gli possa essere utile). E&rsquo; un sistema complicato, ma paga. Storicamente nessun&rsquo;organizzazione del lavoro non schiavistica ha saputo fornire risultati migliori in termini di ricchezza; altro affare &egrave; valutare la distribuzione di tale ricchezza, se equa o iniqua, ma procediamo con ordine.
<p>Dicevamo, prendiamo il mercato del lavoro, ora che sappiamo con precisione a cosa ci riferiamo: le societ&agrave; complesse, industrializzate e tecnologicamente avanzate, per le caratteristiche che possiedono e che abbiamo visto, tendono ad aggregare la domanda di lavoro attorno alle imprese, alle fabbriche e alle amministrazioni, mentre l&rsquo;offerta di lavoro si concentra fra quegli individui (solitamente la maggioranza della popolazione) che non dispongono di capitali propri o di attivit&agrave; gi&agrave; avviate e che possono giustappunto offrire sul mercato la propria forza-lavoro. Sappiamo &ndash; o al limite intuiamo abbastanza facilmente &ndash; come in regime di monopolio il rapporto tra domanda e offerta possa essere distorto, a discapito dei lavoratori e a tutto vantaggio dell&rsquo;impresa monopolista (nel mercato del lavoro, rappresentando i lavoratori l&rsquo;offerta e le imprese la domanda, tecnicamente si chiamerebbe monopsonio, ma la sostanza &egrave; la stessa); analogo discorso vale per l&rsquo;oligopolio (altrimenti detto oligopsonio). Anche in un regime decentemente concorrenziale, ovvero in cui la domanda di lavoro sia sufficientemente frammentata da impedire cartelli e speculazioni, il rapporto di forza tra imprese e lavoratori &ndash; vale a dire tra domanda e offerta &ndash; vede in quest&rsquo;ultimi, naturaliter, la parte debole, perch&eacute; spoglia di capitali e numericamente svantaggiata (i lavoratori sono ben pi&ugrave; facilmente rimpiazzabili per le imprese che le imprese per i lavoratori). Perci&ograve; la struttura del mercato del lavoro, determinata dalla tipologia dei contratti stipulabili e dagli statuti e dalle prerogative dei sindacati, condiziona considerevolmente lo status sociale delle classi lavoratrici, potendo intervenire direttamente sul rapporto tra domanda e offerta.</p>
<p>E arriviamo finalmente al punto: il tanto celebrato, misconosciuto, osannato e vituperato proletariato altro non &egrave; che l&rsquo;insieme delle classi lavoratrici pi&ugrave; deboli presenti sul mercato del lavoro. Il mercato del lavoro &egrave; pi&ugrave; complesso di come l&rsquo;abbiamo rappresentato: esistono lavoratori autonomi, liberi professionisti, creativi, artisti. Pi&ugrave; o meno, per&ograve;, per quante categorie di lavoratori vi siano in una societ&agrave;, possono essere tutte ordinate secondo il capitale di cui dispongono, dagli imprenditori che investono il proprio capitale fisico (dai soldi ai macchinari alle fabbriche) passando per i professionisti e i lavoratori autonomi che investono il proprio capitale umano (dall&rsquo;istruzione superiore alle competenze specialistiche alle capacit&agrave; sportive ai talenti artistici) fino ad arrivare ai lavoratori semplici che non hanno capitali di nessun genere se non la propria forza-lavoro e la forza-lavoro dei propri figli, cio&egrave; della propria prole &ndash; ecce proletariato. Tutto questo pu&ograve; avere a che vedere con Marx (ma non fu il solo e nemmeno il primo a rilevarlo) ma non ha a che vedere col marxismo o il comunismo, o perlomeno non necessariamente: si tratta di una constatazione analitica. Che le risorse sul pianeta terra siano moderatamente scarse &egrave; un dato di fatto, e che le ultime generazioni della storia siano venute al mondo quando le terre da coltivare erano gi&agrave; state tutte occupate, restando escluse dalla propriet&agrave;, &egrave; una semplice considerazione. Non v&rsquo;&egrave; bisogno di dirsi socialisti per trovarsi d&rsquo;accordo con questa definizione. Se, invece, volessimo spostarci dal piano analitico a quello dei giudizi di valore, dovremmo cominciare a chiederci se la propriet&agrave; sia moralmente giustificabile e, in secondo luogo, quali conseguenze reali scaturirebbero dalla nostra risposta. Per ora continuiamo nella nostra analisi, ancora un po&rsquo;.</p>
<p>Oggi la realt&agrave; &egrave; assai pi&ugrave; complessa rispetto al secolo scorso. Contadini e operai non sono pi&ugrave; in Europa la larga maggioranza delle classi lavoratrici, e soprattutto gli stati nazionali hanno ceduto il passo alla globalizzazione: per dirla semplicemente, le condizioni sociali dell&rsquo;operaio italiano non dipendono pi&ugrave; esclusivamente dalla struttura del mercato del lavoro interno, ma risentono dell&rsquo;andamento dell&rsquo;economia internazionale, dei flussi migratori e di tanti altri fattori esogeni di cui, magari, non &egrave; nemmeno a conoscenza. La globalizzazione ci impone di rivedere ed aggiornare le conquiste sindacali adeguando il mercato del lavoro al mutato contesto economico, e molto spesso ci&ograve; significa una maggiore flessibilit&agrave; dei contratti di lavoro, tale da consentire alle imprese di rimanere competitive. In un contesto del genere, il proletario di ieri che lottava per lo Statuto dei Lavoratori &egrave; diventato il precario di oggi che progetta il proprio futuro con scadenze semestrali, ovvero in corrispondenza della cessazione del suo contratto a tempo determinato. Un mercato del lavoro flessibile e dinamico ha certamente molti punti di forza, tra cui la valorizzazione del rischio e del merito, ma lasciato a s&eacute; stesso rischia di affossare le fasce deboli della popolazione e acuire il divario tra le classi sociali. D&rsquo;altronde, per quanto la societ&agrave; possa essersi complicata, evoluta, frammentata, un individuo escluso dalla propriet&agrave; (sia essa fisica o intellettuale) resta pur sempre un proletario e ritenere che possa migliorare la propria condizione e la propria formazione senza adeguate politiche sociali e del lavoro &egrave; un&rsquo;ingenua illusione o un ipocrita inganno. Anche nella societ&agrave; pi&ugrave; meritocratica di questo mondo un proletario al call-center non potrebbe giovarsi della valorizzazione del rischio per la semplice ragione che non ha alcunch&eacute; da rischiare, nessun capitale da investire. Globalizzazione o no, la sostanza del problema resta quella, pur cambiando modi e tempi: sono semmai i termini della soluzione a dover essere ripensati.</p>
<p>Arrivati alla fine della nostra approssimativa e sommaria analisi non possiamo pi&ugrave; rimandare gli interrogativi filosofici, morali e politici che riguardano il lavoro, la propriet&agrave; e la societ&agrave;, a meno di non volerci trasformare in grigi tecnocrati o in piatti burocrati. Sono domande ancora aperte che non potremmo pretendere di esaurire qui, ma sono domande importanti che dovrebbero impegnarci costantemente, almeno a sinistra (e se non succede, vuol dire che abbiamo un serio problema). Ecco, credo che il socialismo sia questo: non una soluzione, non una risposta, ma una domanda, forse impopolare ma ben pi&ugrave; che attuale. Prima di liquidarlo, dovremmo forse chiederci se siano state liquidate e se siano liquidabili le domande che ne animano e continueranno ad animarne lo spirito.<br /></p>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=202]]></link>
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	<dc:date>2008-07-11T16:27:55+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
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	<title><![CDATA[Varie ed eventuali]]></title>
	<description><![CDATA[<p>1. L&rsquo;assoluzione disciplinare della Forleo da parte del Csm viene salutata con gioia dall&rsquo;imputata e dagli stessi magistrati che l&rsquo;hanno giudicata, quale dimostrazione dell&rsquo;indipendenza dei giudici. Pi&ugrave; che indipendenza, mi pare autoreferenzialit&agrave;: se la cantano e se la suonano. Avrei apprezzato invece il coraggio di una sanzione che sapesse accompagnare al sacrosanto principio dell&rsquo;indipendenza quello della responsabilit&agrave;, perch&eacute; l&rsquo;autoindulgenza nuoce al profilo istituzionale della magistratura. Poi, magari D&rsquo;Alema e Fassino erano davvero &ldquo;consapevoli complici di un disegno criminale di ampia portata&rdquo;; non sta a me dirlo come non sta al giudice per le indagini preliminari che ha il solo compito di costituirsi parte terza (ancor pi&ugrave; terza del vecchio giudice istruttore, poich&eacute; a differenza di quest&rsquo;ultimo non dispone dell&rsquo;iniziativa probatoria) per valutare l&rsquo;attendibilit&agrave; del materiale probatorio e la fondatezza dei capi d&rsquo;imputazione. Sorvoliamo pure sul fatto che la Forleo abbia confuso il destinatario della richiesta di autorizzazione a procedere (il Parlamento italiano invece di quello Ue): l&rsquo;abnormit&agrave; resta piuttosto evidente secondo me. Non da oggi il potere giudiziario attraversa una profonda crisi, e le principali responsabilit&agrave; sono da additare alla politica che manca di fornire gli strumenti adeguati all&rsquo;esercizio e al funzionamento della giustizia. Tuttavia la politica dovrebbe assumersi la resposanbilit&agrave;, una vola e per tutte, di riformare l&rsquo;ordinamento giudiziario stesso, rispettando la sovranit&agrave; popolare con l&rsquo;applicazione del risultato referendario sulla responsabilit&agrave; civile dei giudici e ragionando sulla separazione delle carriere. Sono misure, queste, che non indeboliscono bens&igrave; rafforzano l&rsquo;autonomia e l&rsquo;indipendenza dei magistrati - le garanzie consolidano la legittimazione del diritto.</p>
<p>2. Dunque i magistrati non son tutti dei santi, ma &egrave; sempre la politica a scagliare la prima pietra che con questo governo &egrave; diventata una vera sassaiola. Affrontare criticamente i punti di cui discutevo sopra non &egrave; facile se &egrave; in corso una guerra fra potere giudiziario e potere politico. Perci&ograve; &egrave; importante che, per quel che riguarda il potere politico, l&rsquo;opposizione non sia lasciata nelle mani di Di Pietro. In primis perch&eacute; per chinunque (figuriamoci per il Pd) &egrave; un dovere morale (parliamo di deontologia costituzionale e democratica) difendere l&rsquo;autonomia della magistratura e contrastare il disfacimento delle istituzioni repubblicane, in secundis perch&eacute; &egrave; necessaria un&rsquo;opposizione politica che non scarichi le proprie responsabilit&agrave; sull&rsquo;azione giudiziara, finendo col danneggiare pure quest&rsquo;ultima. </p>
3. Dal partito liquido e autosufficiente al radicamento territoriale e alla strategia delle alleanze: ben venga, finalmente, la seconda opzione, ma non si pu&ograve; cambiare tanto radicalmente una linea politica senza convocare un congresso. Di democratico nel Pd v&rsquo;&egrave; stato davvero poco finora, dalle primarie fino all&rsquo;assemblea costituente; posso capire l&rsquo;urgenza delle elezioni anticipate che imponevano una certa manovrabilit&agrave; di brevissimo periodo, ma ora ci sono cinque lunghi anni da investire in un processo aperto, dinamico e trasparente. Fermo restando che bisogna rimescolarsi, un partito senza correnti non &egrave; un partito, &egrave; un comitato elettorale che esaurisce la sua attivit&agrave; al momento dell&rsquo;elezione del leader; un partito vero &egrave; uno strumento di partecipazione costante, un luogo d&rsquo;incontro e di dibattito permanente. E&rsquo; inevitabile che in un contesto del genere le istanze della base si aggreghino e sviluppino una dilaettica, talvolta competano. Se la leadership emersa da questo confronto non &egrave; in grado di esercitare la guida del partito, il problema non sono le correnti ma l&rsquo;ordinamento interno del partito (vedi art. 49 della Costituzione...) o, al limite, il leader stesso. Fingere invece di superare la logica delle correnti per ritrovarsi sospinti da un compromesso di nomenklatura non solo &egrave; poco democratico, ma alla lunga non paga. Insomma, non serve a niente demonizzare le vecchie categorie novecentesche dei partiti di massa se poi dietro il marketing e la comunicazione si celano categorie ancora pi&ugrave; vecchie, come quelle ottocentesche dei notabilati, dei trasformismi e della cooptazione.]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=201]]></link>
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	<dc:date>2008-06-28T14:04:44+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
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	<title><![CDATA[L'affaire Luiss (director's cut)]]></title>
	<description><![CDATA[<div>Corriere della Sera del 3 giugno 2008, pagina 12: <span style="font-style: italic;">&quot;No del rettore a Nazirock. Ma gli studenti della Luiss: vogliamo vederlo - Scontro dell'ateneo privato sulla proiezione del lungometraggio realizzato su Forza Nuova</span>&quot;.<br />La lettera aperta, firmata dalla maggioranza dei rappresentanti degli studenti e dalla maggioranza delle sigle associative presenti all'universit&agrave;, la trovate <a href="http://sblogghiamoluniversita.ilcannocchiale.it/post/1927721.html" target="_blank">qui</a>.<br />Di seguito, invece, la lettera che a titolo personale avevo preparato per conto mio, prima che si pronunciasse il Presidente della Repubblica in occasione della festa del 2 giugno e prima che la comunit&agrave; studentesca facesse propria questa causa - raggiungendo un inaspettato apice di aggregazione in un'universit&agrave;, la Luiss, piuttosto uggiosa da questo punto di vista.<br /><br /><span style="font-style: italic;">Egregio Rettore Egidi, </span></div>
<p style="font-style: italic;">In qualit&agrave; di cittadini, prima ancora che di studenti, avvertiamo la necessit&agrave;, se non il dovere, di portare alla sua attenzione e a quella della pubblica opinione alcune considerazioni sulla crisi vissuta dalle istituzioni universitarie, manifestatasi con particolare evidenza in questi ultimi giorni dopo i fatti di Roma.</p>
<p style="font-style: italic;">L&rsquo;aggressione di Via De Lollis, che ha visto coinvolti alcuni studenti dei collettivi di sinistra dell&rsquo;universit&agrave; Sapienza e alcuni esponenti di Forza Nuova, &egrave; un fatto grave. Chiarire la dinamica dell&rsquo;accaduto &egrave; compito degli inquirenti e non &egrave; nostra intenzione fare processi sommari o costruire teoremi; tuttavia crediamo fermamente che, seppur si trattasse di un episodio isolato, l&rsquo;informazione abbia il diritto/dovere di fornire quanti pi&ugrave; elementi possibile per consentire ai cittadini e alle istituzioni di valutare l&rsquo;accaduto. Perci&ograve; abbiamo proposto alla nostra universit&agrave;, la Luiss Guido Carli, di organizzare la proiezione di &ldquo;Nazirock&rdquo;, un documentario sui movimenti di estrema destra in Italia realizzato dal giornalista Claudio Lazzaro: era nostra intenzione favorire la libera circolazione delle informazioni e delle idee e contemporaneamente promuovere un dibattito sui contenuti del documentario garantendo il diritto di replica agli organi dirigenti di Forza Nuova, il principale soggetto interessato dall&rsquo;inchiesta di Lazzaro. L&rsquo;organizzazione e la realizzazione di quest&rsquo;evento avrebbe assunto ancor pi&ugrave; significato alla luce dell&rsquo;ostracismo di cui &ldquo;Nazirock&rdquo; &egrave; stato vittima: le proiezioni che erano in programma al Cinema Politecnico Fandango di Roma, al Cinema Anteo di Milano e all&rsquo;Universit&agrave; di Bologna, sono state tutte annullate a causa delle diffide legali e talvolta delle intimidazioni mosse da Forza Nuova. Purtroppo, il diniego da parte dei dirigenti del nostro istituto ad autorizzare la programmazione di &ldquo;Nazirock&rdquo; ci impedisce di interpretare, come universit&agrave; e perfino come studenti uti singuli, un ruolo pubblico, sociale ed istituzionale, volto a trascendere la mera dimensione didattica dell&rsquo;ateneo e a contribuire alla formazione allo svolgimento del dibattito pubblico. Non possiamo che rammaricarci per quest&rsquo;occasione persa.</p>
<p style="font-style: italic;">Ci&ograve; che &egrave; seguito alle violenze di Via De Lollis, poi, ci lascia ugualmente costernati. L&rsquo;episodio che ha visto coinvolto il Professor Guido Pescosolido, Preside della Facolt&agrave; di Lettere della Sapienza, seppur ancora da chiarire, rivela un clima assai teso e potenzialmente pericoloso. Fermo restando che le responsabilit&agrave; di atti violenti o intimidatori ricadono esclusivamente sulle spalle di chi ingiustificatamente li compie, dovremmo chiederci se non si siano ignorati alcuni segnali d&rsquo;allarme e se non si abbia rinunciato a cercare e adoperare quegli strumenti utili a svolgere pacificamente e democraticamente il conflitto. Troppe volte, con la connivenza dei media e delle istituzioni, si &egrave; lasciato che la critica venisse fatta passare per intolleranza, l&rsquo;anticonformismo per sovversione e la contestazione per prepotenza, ottenendo il solo risultato di emarginare il dissenso e acuire lo scontro. Fino a farlo esplodere.</p>
<p style="font-style: italic;">Lamentiamo il ripiegamento delle universit&agrave;, delle coscienze accademiche come di quelle studentesche, in una dimensione privata, chiusa in s&eacute; stessa; vorremmo invece che l&rsquo;universit&agrave; tornasse a rivestire una funzione pubblica non solo formativa, ma rivolta ad un orizzonte ben pi&ugrave; ambizioso. Vorremmo, per esempio, che l&rsquo;universit&agrave; avesse il coraggio di difendere i valori costituzionali in un momento di profonda crisi civile e culturale della societ&agrave; italiana, incentivando la circolazione di un documento di fondamentale importanza come il film realizzato da Lazzaro e contemporaneamente aprendosi al confronto e alla replica con i protagonisti del dissenso, senza paure, senza imbarazzi e con la consapevolezza del valore e della forza che fondano il metodo scientifico e universitario, costantemente impegnato nella ricerca delle verit&agrave;.</p>
<p style="font-style: italic;">Se il dibattito continuasse ad essere estromesso dalla sua sede naturale, ci vedremmo costretti a proseguire il nostro percorso al di fuori dell&rsquo;universit&agrave;, privi delle dovute garanzie. Ci auguriamo che l&rsquo;attuale stato delle cose possa cambiare e che gli studenti possano ritrovare i loro spazi all&rsquo;interno delle istituzioni.</p>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=200]]></link>
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	<dc:date>2008-06-03T17:33:25+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Istanze filosofiche (lettera aperta a Massimo Adinolfi)]]></title>
	<description><![CDATA[<p><i>&laquo;Da un lato si lamenta la crisi della democrazia, la sua atrofizzazione in una dimensione puramente formale, addirittura l&rsquo;irrilevanza dei suoi circuiti e delle sue procedure rispetto all&rsquo;assetto imperioso dei poteri reali; dall&rsquo;altro, per&ograve;, qualunque istanza materiale di &ldquo;bene&rdquo;, qualunque proposizione di scopi viene relegata nell&rsquo;ambito di ci&ograve; che, non essendo universalizzabile, non pu&ograve; autorizzare alcun obbligo politico n&eacute; deve quindi piegare le linee della razionalit&agrave; liberaldemocratica a fini spuri e allotri&raquo;<font size="1"><a title="" name="_ftn1" href="fckblank.html#_ftnref1"><span><span><span style="font-size: 10pt;"></span></span></span></a><a title="" name="_ftn1" href="fckblank.html#_ftnref1"><span><span><!--[endif]--></span></span></a></font></i><!--[if !supportFootnotes]-->[1]<!--[endif]--><font size="1" style="font-family: Arial;">.</font> Partirei da questa contraddizione, brillantemente esposta da <a href="http://azioneparallela.splinder.com/" target="_blank">Massimo Adinolfi</a>, per discutere con lui dei compiti della democrazia, ammesso che ne abbia voglia, avendo trattato di recente questo tema sulla rivista Italianieuropei. </p>
<p>Adinolfi sostiene che la crisi democratica, filosoficamente parlando, affondi le sue radici in un&rsquo;equivoca concettualizzazione della politica in chiave moderna. La modernit&agrave;, infatti, disinnescando lo slancio olistico della verit&agrave; rivelata e sostituendo ad essa un sistema di verit&agrave; plurali, provvisorie e falsificabili, ha disciplinato il conflitto componendo uno schema di leggi che <i>&laquo;trova un limite insuperabile nei beni essenziali che l&rsquo;individuo singolo ha il diritto di vedersi riconosciuti prima e indipendentemente dal conseguimento del bene pubblico&raquo;</i>. La contrazione del paradigma democratico a mero assetto procedurale, per&ograve;, determina due inconvenienti; il primo investe la capacit&agrave; persuasiva della democrazia, che fermandosi al metodo subisce il contraccolpo dell&rsquo;inevasa richiesta di un senso collettivo, mentre il secondo coinvolge direttamente l&rsquo;impianto teorico che la sorregge. Secondo Adinolfi, intatti, l&rsquo;autonomia o meglio l&rsquo;autosufficienza epistemologica della razionalit&agrave; liberaldemocratica sarebbe illusoria: l&rsquo;idea che il potere sia neutralmente legittimato dalla ragione universale sembrerebbe quantomeno inesatta perch&eacute; dipenderebbe, a suo dire, da una metafisica (tutto meno che neutrale), cos&igrave; come dalla metafisica dipendono alcune assunzioni date per scontate nella cultura occidentale come le distinzioni fra essere e dover essere, fra ragione formale e ragione materiale, tra oggettivo e soggettivo. Queste ragioni fanno s&igrave; che Adinolfi avverta l&rsquo;esigenza &ndash; certo non quella di regredire a modelli premoderni &ndash; di ampliare la concettualit&agrave; democratica per affrontare quei fenomeni reali inintelligibili attraverso gli strumenti di cui disponiamo attualmente. Fatta salva dall&rsquo;ansia di <i>&laquo;cercare fatti, per cos&igrave; dire, superlativi, indiscussi e indiscutibili&raquo;</i>, la ricerca di un senso di giustizia (che &egrave; cosa ben diversa da una criterio assolutamente fondato) pu&ograve; e deve essere un esercizio utile all&rsquo;interno dello spazio pubblico per legittimare le regole del gioco senza la pretesa di ancorarle ad una giustificazione arbitraria, metafisica o trascendente e comunque indimostrabile. La soluzione al wittgensteiniano paradosso delle regole, ovvero l&rsquo;insolubile e circolare questione del loro fondamento, sta quindi secondo Adinolfi nel parlarne, senza giustificazione e tuttavia non a torto. Tutto sta, ribadisce, in come si disciplina lo spazio pubblico e il pubblico dibattito, perch&eacute; se <i>&laquo;Wittgenstein indicava nella forma di vita comune il terreno naturale al quale ricondurre il gioco del follow the rule&raquo;</i> allora <i>&laquo;tutto dipende da come si descrive un tale terreno&raquo;</i>.</p>
<p>Fermo restando che la mia arrangiata interpretazione del pensiero di Massimo Adinolfi, per ovvi motivi, possa scoprirsi limitata o inesatta (ed &egrave; questo il motivo per cui l&rsquo;ho proposta dettagliatamente, di modo da rendere palesi gli eventuali fraintendimenti), ho alcune rilevazioni critiche e, talvolta, anche delle semplici domande, che vorrei sottoporgli.</p>
<p>1. Sono d&rsquo;accordo con l&rsquo;analisi di fondo che ha motivato l&rsquo;elaborazione dei tuoi argomenti attorno all&rsquo;interrogativo sui compiti che una democrazia dovrebbe prefiggersi. Eppure, se la crisi della democrazia &egrave; un dato di fatto, sul piano concettuale non condivido la liquidazione della razionalit&agrave; liberaldemocratica a metafisica fra le tante. Se &egrave; vero, come affermi, che sarebbe <i>&laquo;un grave fraintendimento filosofico ritenere che, essendo le regole prive di una tal base [il fondamento della loro vigenza], le regole in questione sarebbero semplicemente infondate&raquo;</i>, allora riconosci implicitamente che la razionalit&agrave; liberaldemocratica, non originando dal relativismo assoluto (che, s&igrave;, &egrave; un asserto metafisico) ma scaturendo dal relativismo falsificazionista (il relativismo formalizzato dalla scuola di Karl Popper, per intenderci), conserva una dimensione epistemologica autonoma dal campo della metafisica. Non riscontro, quindi, la deriva ideologica di cui sarebbe intriso il senso comune (che comune non &egrave;, purtroppo, a mio avviso) che rappresenta la legittimit&agrave; del potere politico come neutralmente legittimata dalla ragione universale.</p>
<p>2. Quando ribadisci, giustamente, <i>&laquo;che si possa parlare senza giustificazione e tuttavia non a torto&raquo;</i>, ricordi anche la fondamentale importanza che riveste la definizione del terreno da gioco, cio&egrave; lo spazio pubblico, e la sua disciplina. Qui, allora, torna a porsi, secondo me, una mera questione di metodo, una questione procedurale che diventa nuovamente l&rsquo;unica, plausibile fonte di legittimazione delle regole. Ci&ograve; non toglie che storicamente e socialmente i princ&igrave;pi del contratto sociale, nel nostro caso la Costituzione italiana, siano intrisi di valori che superino la neutralit&agrave; della forma &ndash; e sono il primo a riconoscermi in questi valori. Ma, al di l&agrave; dell&rsquo;interpretazione di ognuno di noi, resta la neutralit&agrave; deontologica (implicante una deontologia neutrale) che, ancora una volta, mi sembra l&rsquo;unico plausibile fondamento filosofico universalmente riconoscibile di un contratto sociale.</p>
<p>3. Dal momento che fai riferimento ad un qualche senso di giustizia, non necessariamente derivato da una giustificazione formale-razionale, non posso non pensar a John Rawls e alla sua &ldquo;Teoria della Giustizia&rdquo;. Rawls definisce quel &lsquo;terreno da gioco&rsquo; attraverso lo strumento della Ragione Pubblica, disciplinando le modalit&agrave; di partecipazione alla formazione delle regole. Dati i punti 1 e 2 (e date quelle che saranno le tue risposte), non credi che, a voler cercare un qualche senso di giustizia, sia meglio affidarsi alla giustizia procedurale pura che alla giustizia procedurale perfetta (slegata dalla giustificazione formale-razionale)?</p>
<p>Chiedo scusa ad Adinolfi e alla filosofia. Spero di non aver recato troppi danni ad un dibattito gi&agrave; di per s&eacute; complicato.</p>
<div><!--[if !supportFootnotes]--><br clear="all" />  <hr width="33%" size="1" align="left" />  <!--[endif]-->
<div id="ftn1">
<p><font size="1"><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 10pt;">[1]</span><!--[endif]--></span></span> <i>Se la democrazia ha ancora un compito</i>, di Massimo Adinolfi su Italianieuropei n. 2 dell&rsquo;anno 2008. Tutte le successive citazioni sono riprese da questa fonte</font></p>
</div>
</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=199]]></link>
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	<dc:date>2008-05-29T18:50:20+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Incredibile opposizione tour]]></title>
	<description><![CDATA[Dopo Bruxelles e Madrid, il fronte europeo di opposizione ha conquistato anche <a href="http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/spettacoli_e_cultura/cinema/cannes/cannes-premi/cannes-premi/cannes-premi.html?ref=search" target="_blank">Cannes</a>. Viva l'Europa.]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=198]]></link>
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	<dc:date>2008-05-28T12:06:03+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Il socialismo sospeso fra utopia e scienza]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Della pi&ugrave; grande promessa nella storia dell’uomo si ricordano soprattutto due volti, quello riformatore della socialdemocrazia e quello totalitario del comunismo. Nella prassi politica odierna risulta piuttosto facile distinguerli; tutt’altra cosa invece &egrave; indagare le loro origini e il nesso che li lega per individuare il primato dell’uno e il rapporto di subordinazione dell’altro o viceversa. In realt&agrave; le forme che il socialismo ha assunto sono ben pi&ugrave; di due, e redigerne la genesi non sarebbe un’impresa da poco; ciononostante nella sua storia vi sono alcuni snodi cruciali indispensabili per comprenderne l’anima e l’evoluzione. Di questi, la frattura tra anarchismo e marxismo durante la Prima Internazionale costituisce un punto di cesura determinante per il corso intrapreso dai socialisti. Quella frattura, cos&igrave; gravida di conseguenze per il destino delle sinistre europee, &egrave; incarnata dal dibattito a cui diedero vita Pierre-Joseph Proudhon e Karl Marx.</p>
<p>I lavori che precedettero il primo congresso dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, tenutosi a Ginevra nel 1866, furono segnati da un serrato confronto ideologico fra i socialisti parigini che si riferivano a Proudhon e i movimenti comunisti inglesi e tedeschi ispirati dal Manifesto di Marx e Engels. La contesa, che ebbe come oggetto la struttura di cui l’Associazione avrebbe dovuto dotarsi (federale secondo i primi, centralizzata secondo gli altri), sottendeva una disputa di ben pi&ugrave; ampia portata. Proudhon e Marx avevano gi&agrave; avuto modo di scontrarsi in molte occasioni ed erano entrati esplicitamente in rotta di collisione con la pubblicazione di due libri che si “dedicarono” vicendevolmente, Filosofia della Miseria (1846) e Miseria della Filosofia (1847). La dialettica intessuta dai due pensatori ripercorre punto per punto il socialismo dalle sue fondamenta, scoprendone la nervatura e palesando per la prima volta quella dicotomia fra libert&agrave; e autorit&agrave; a cui si &egrave; accennato. La storia della Prima Internazionale (alla quale Proudhon, morto l’anno precedente, non prese parte) &egrave; la storia di come l’ideologia marxista conquist&ograve; l’egemonia culturale tra i movimenti operai; ma la storia della frattura fra anarchismo e marxismo, e meglio ancora del dibattito fra Proudhon e Marx, &egrave; la storia per certi versi gi&agrave; scritta del pi&ugrave; determinante e influente movimento politico del secolo scorso. Rileggere Proudhon e Marx significa sia analizzare la sociologia dei processi economici e del lavoro che ha condizionato l’intero novecento sia (ri)discutere l’eredit&agrave; culturale del socialismo che oggi, in Italia assai pi&ugrave; che in Europa, costituisce l’intricato nodo irrisolto delle sinistre e dei movimenti laburisti.</p>
<div> </div>
<div>***</div>
<div> </div>
<p>Proudhon e Marx vengono di solito apparentati rispettivamente al socialismo utopistico e al socialismo scientifico, un po’ perch&eacute; il primo &egrave; erroneamente associato alla scuola degli utopisti francesi, un po’ perch&eacute; l’altro &egrave;, secondo l’ortodossia comunista, l’ideatore del socialismo scientifico propriamente inteso. In verit&agrave;, come avremo modo di constatare, il socialismo di Proudhon &egrave; ben pi&ugrave; ancorato alla realt&agrave; e al metodo scientifico di quanto non lo sia la versione elaborata da Marx; il rigore formale che contraddistingue le analisi marxiane spesso rischia di trarre in inganno circa la loro correttezza epistemologica, inficiata all’origine da alcuni fondamentali vizi di natura filosofica.  Proprio in virt&ugrave; dei differenti approcci epistemologici adottati dai due pensatori, infatti, &egrave; possibile spiegare come siano pervenuti a due socialismi cos&igrave; diversi, quasi antitetici tra loro, pur partendo dalla stessa avversione al capitalismo. </p>
<p>Finch&eacute; restiamo nell’ambito dell’analisi sociale, le differenze fra Proudhon e Marx sono assai sottili da cogliere. Entrambi individuano nella propriet&agrave; lo strumento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo ed entrambi riconoscono nel capitalismo l’istituzionalizzazione di quello sfruttamento; entrambi vedono il plusvalore come l’ingiustificata rendita della borghesia e avvertono la necessit&agrave; storica di un profondo cambiamento che favorisca l’emancipazione del proletariato. Eppure, le loro proposte politiche sono diametralmente opposte. Da una parte il comunismo di Marx, la cui prerogativa &egrave; l’abolizione della propriet&agrave; privata e il cui obiettivo &egrave; l’abbattimento della classe borghese; dall’altra il socialismo di Proudhon, che considera insopprimibili le contraddizioni della propriet&agrave; (privata o pubblica che sia) e quindi si propone di riformare il mercato per integrare le classi operaie e porre fine all’alienazione e allo sfruttamento. Indissolubilmente legati alle rispettive concezioni del socialismo, poi, sono i mezzi atti a realizzarlo. Per Marx, l’accentramento del potere e la dittatura di una burocrazia di partito che pianifichi l’economia; per Proudhon, un federalismo capace di organizzare democraticamente il potere e un mutualismo in grado di socializzare la produzione senza ostacolare la libera concorrenza.</p>
Non solo le ragioni del riformismo e del pluralismo di Proudhon hanno prevalso sul comunismo in tutte le sue declinazioni storiche, ma la critica stessa che il francese formul&ograve; del comunismo in tempi non sospetti appare di una lungimiranza e di una lucidit&agrave; insuperate. Proprio attraverso la critica che Proudhon muove a Marx possiamo ricomporre i tasselli dell’analisi socioeconomica socialista – prerogativa essenziale del socialismo stesso – isolandola da quei vizi che ne hanno compromesso l’attendibilit&agrave; e condizionato gli esiti politici. Il socialismo, sospeso fra utopia e scienza, si costituisce filosofia chiusa in Marx e sistema aperto in Proudhon, con tutte le conseguenze che ne sono derivate ieri e che ne derivano oggi. Resta da capire se il socialismo, come afferma qualcuno, abbia davvero fallito ed esaurito il suo corso o se le sue ragioni siano ancora attuali e vi siano molte strade ancora da esplorare; chi fosse intenzionato a darsi una risposta pu&ograve; e deve partire da una rilettura critica di Pierre Joseph Proudhon.]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=192]]></link>
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	<dc:date>2008-05-27T11:30:00+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Quale conflitto]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Il conflitto appartiene alla politica, la politica svolge il conflitto: si tratta di un&rsquo;idea discutibile, certo, ma io la difendo. E&rsquo; importante trascendere dalle categorie mentali che ammorbano il dibattito italiano, perch&eacute; il conflitto sociale non &egrave; solo il conflitto di classe, e il conflitto di classe non &egrave; solo il conflitto marxista. La dialettica, per intenderci, non &egrave; solo quella hegeliana, finalista e determinista. Resiste, da qualche parte in Italia e assai di pi&ugrave; nel resto d&rsquo;Europa (per fortuna), un&rsquo;impostazione non idealista ma nemmeno semplicemente empirista, un&rsquo;impostazione pi&ugrave; vicina alla tradizione analitica che a quella continentale. Quest&rsquo;epistemologia circoscrive il conflitto dentro i confini e le garanzie formalizzate da Popper e Rawls, per cos&igrave; dire, ma rintraccia le sue origini in Kant, nell&rsquo;illuminismo e nell&rsquo;anarchismo della Prima Internazionale. Non &egrave; violenza, non &egrave; prevaricazione e nemmeno subordinazione, &egrave; un conflitto votato esclusivamente all&rsquo;emancipazione e alla libert&agrave; &ndash; quindi alla liberazione, e gli strumenti adoperati per conquistarla devono tenerle fede, mezzi e fini devono coincidere. Rivendico, perci&ograve;, in piena coscienza democratica e autonomia morale, di voler lottare all&rsquo;interno e per lo Stato di Diritto. </p>
<p>Sabato scorso in un quartiere della mia citt&agrave; si &egrave; consumata una violenza organizzata, premeditata, squadrista. Gli inquirenti hanno allontanato l&rsquo;ipotesi di una matrice politica; forse vogliono smorzare la tensione per scongiurare nuovi scontri e nuove vittime, forse il predominio politico delle destre ha esercitato la propria influenza. Non lo so, ma so che nella Repubblica italiana fondata sul lavoro alcuni lavoratori immigrati privi dei diritti politici e sociali sono stati aggrediti da un gruppo di fascisti che hanno usato violenza contro di loro e contro il loro lavoro. E&rsquo; questo il conflitto che oggi, purtroppo, si riaffaccia nello spazio pubblico, alimentato dall&rsquo;informazione traviata e strumentalizzata, ma anche da chi ha ormai rinunciato a far s&igrave; che sia la politica, come dicevo, a svolgere il conflitto, svuotando di senso l&rsquo;aggettivo &lsquo;democratico&rsquo; allo stesso modo in cui si stanno lentamente e inesorabilmente svalutando gli articoli della nostra Costituzione.</p>
<p>Non conosco ancora le intenzioni del partito che ho votato e che ho deciso di contribuire a formare con la mia partecipazione critica e attiva. Di una cosa, per&ograve;, sono certo, e cio&egrave; che quand&rsquo;anche smarrisse il significato dei termini democratici e degli articoli costituzionali, io continuer&ograve; con quanto fiato ho in gola e inchiostro nella penna a testimoniare i princ&igrave;pi democratici e i valori costituzionali. E&rsquo; la mia lotta personale per il contratto sociale, dovranno farci i conti.<br /></p>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=197]]></link>
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	<dc:date>2008-05-26T20:43:32+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[La prima regola del Fight Club]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: center;"><img src="/public/dalema_shhh.jpg" alt="" /><br /><br />
<div style="text-align: justify;">La prima regola del Fight Club &egrave;: non parlare mai dei dalemiani.<br /><br />(vado a Salerno da Italianieuropei, alla prossima settimana).</div>
</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=196]]></link>
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	<dc:date>2008-05-21T14:06:50+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Quarto potere(?)]]></title>
	<description><![CDATA[<i>A parte il fatto che difficilmente potremmo dubitare dell&rsquo;integrit&agrave; morale di </i><a href="http://www.corriere.it/politica/08_maggio_15/travaglio_martirano_3b59d18e-224b-11dd-8bc7-00144f486ba6.shtml" target="_blank" style="font-style: italic;">Travaglio</a><span style="font-style: italic;">,</span><i> e a parte il fatto che D&rsquo;Avanzo non intendeva porla in discussione ma dimostrare la perversa equivocit&agrave; del suo metodo giornalistico, resta un punto: chi ha fatto di Travaglio un eroe, un paladino della giustizia (appunto, della giustizia invece che dell&rsquo;informazione&hellip;) non ha ben chiaro cosa sia il giornalismo, perch&eacute; magari dimentica che la politica non &egrave; il solo dei tre  poteri da cui un giornalista libero dev&rsquo;essere indipendente.</i>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=195]]></link>
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	<dc:date>2008-05-15T13:00:30+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Auguri]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: center;"><object width="425" height="355"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/mddnyw6QiMI&hl=en"></param><param name="wmode" value="transparent"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/mddnyw6QiMI&hl=en" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" width="425" height="355"></embed></object><br /><br />
<div style="text-align: right;">Tratto da <span style="font-weight: bold;">A/R Andata + Ritorno</span><br />di Marco Ponti (2004)</div>
</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=194]]></link>
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	<dc:date>2008-04-13T20:46:43+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Riannodare i fili della democrazia]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Chiunque abbia frequentato questo piccolo quaderno d’appunti multimediale sa quanto sono distante dalle posizioni politiche che il Pd ha assunto finora, e comunque basta scorrere qualche riga per rendersi conto della mia convinta e appassionata adesione alle istanze tipiche del socialismo europeo. Mi sono perfino laureato, poche settimane fa, svolgendo una tesi smaccatamente socialista con al centro la propriet&agrave; privata e la classe operaia. La testimonianza, per&ograve;, non appaga la mia coscienza politica: ho sempre ritenuto necessario confrontarmi sia con l’etica dei princ&igrave;pi sia con l’etica delle responsabilit&agrave;, talvolta in contraddizione fra loro. Perci&ograve; vorrei spiegare le ragioni che mi spingono a votare il Partito democratico, chiarendo che non si tratta di un voto d’appartenenza n&eacute; di un voto d’opinione (non v’&egrave; una condivisione programmatica in senso stretto).</p>
<p>Mi sono da tempo convinto che la rappresentanzione pi&ugrave; efficace dell’Italia di oggi l’abbia elaborata Nanni Moretti ne “Il Caimano”: il berlusconismo ha vinto, complici innanzitutto lo smarrimento di una sinistra capace solo di subire o di rincorrere e l’inesistenza di un quarto potere autonomo e indipendente. Una buona met&agrave; di questo paese forse non assalterebbe, come ne “Il Caimano”, i palazzi di giustizia moltov alla mano, ma ha ormai radicati nel proprio essere alcuni (dis)valori devianti rispetto alla tradizione democratica europea; dal fisco alla giustizia, dalle istituzioni fino alla Costituzione, esistono due italie distinte e incompatibili fra loro. Fintantoch&eacute; non ricostruiremo un terreno condiviso di regole e valori democratici, parlare di politica – quella vera – sar&agrave; inutile. Non si tratta semplicemente di riformare le istituzioni (la Costituzione formale) ma di gettare le fondamenta di una nuova cultura civile e di cittadinanza (la Costituzione materiale). La stagione dell’antiberlusconismo, che aveva tutte le ragioni, non ha pagato, anzi ha acuito la frattura sociale del paese. Purtroppo credo che, ad oggi, sia troppo tardi per recuperare da sinistra; la priorit&agrave; &egrave; disinnescare la destabilizzazione istituzionale, sociale e culturale della destra, perch&eacute; smaltire le scorie del berlusconismo non sar&agrave; cosa facile e di breve durata. L’unica soluzione che mi si presenta davanti &egrave; il Partito democratico: il populismo morbido e rassicurante di Veltroni, che io trovo vacuo e politicamente inconsistente, &egrave; forse l’unico rimedio al populismo becero e dannoso di Berlusconi. <br /></p>
<p>Il Pd di oggi &egrave; un ibrido impolitico che non mi augurerei di dover votare, ma nell’attuale contesto italiano rappresenta l’antidoto al berlusconismo e lo spiraglio per una riforma della politica. Come se il conflitto d’interessi non esistesse, come se Forza Italia e Fininvest non avessero perpetrato gli obiettivi della P2, bisogna fare i conti con l’altra met&agrave; del paese. Proprio per scongiurare la revisione della Resistenza e la glorificazione di Mangano invocate da Dell’Utri, bisogna fare buon viso e cattivo gioco, erodendo le basi del consenso berlusconiano e riannodando i fili della democrazia. Veltroni &egrave; alternativo a Berlusconi perch&eacute; costituisce la premessa dell’alternativa di domani; &egrave; una possibilit&agrave;, non una certezza, ma nel frattempo sono disposto a mettere da parte i temi a me pi&ugrave; cari – il lavoro e la laicit&agrave; – consapevole del fatto che non posso difenderli all’interno di un sistema malato. Se il Pd, superata questa fase di transizione, sapr&agrave; (vorr&agrave;?) configurarsi come interprete credibile del socialismo europeo in Italia, non so dirlo. Questa volta ho deciso di sostenerlo, forse sbagliando, ma vi prego di perdonarmi: essere socialisti ed avere vent’anni in questo paese &egrave; davvero un’impresa impossibile.</p>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=193]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=193</guid>
	<dc:date>2008-04-11T02:05:27+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Ma che colpa abbiamo noi (questioni generazionali)]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Che personaggi del calibro di Volont&egrave; sentano l&rsquo;irrefrenabile bisogno di esprimersi in senso proibizionista e autoritario, qualunque sia il fenomeno sociale in questione &ndash; nel nostro caso i <a target="_blank" href="http://www.corriere.it/cronache/08_marzo_24/rave_party_segrate_commenti_0a0adc1c-f99d-11dc-88d1-0003ba99c667.shtml">rave party</a> &ndash; non ci stupisce, e non ci sprecheremmo nemmeno a rispondergli. Ma quando un Michele Serra si sente in dovere di giudicare l&rsquo;accaduto al rave di Segrate, poich&eacute; i suoi giudizi sono tenuti in debita considerazione, anche noi riteniamo opportuno dire la nostra. </p>
<p>Fatta salva l&rsquo;obiettivit&agrave; dell&rsquo;informazione e la reperibilit&agrave; delle fonti (<a target="_blank" href="http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/rapporto-antimafia/comme-serra/comme-serra.html">qui</a> l&rsquo;articolo pubblicato da Repubblica), potremmo cos&igrave; riassumere il pensiero di Serra: ieri i rave erano legati alla protesta, alla voglia di cambiamento, alle istanze politiche, invece oggi sono contenitori vuoti, riti consumati e stantii, parodie del tutto prive del loro senso originale. Sono, in definitiva, &ldquo;un baccanale triste&rdquo;, simbolo della &ldquo;sconfitta delle controculture giovanili&rdquo;. Vero, non mi sento di dargli torto: certamente i rave non hanno pi&ugrave; quella connotazione politica tipica della protesta giovanile, sono piuttosto eventi-sintomo dell&rsquo;alienazione giovanile, almeno per quel che riguarda il contesto italiano. Quella di Serra, per&ograve;, a differenza della mia, non &egrave; una constatazione ma una considerazione carica di giudizi di valore: non una requisitoria, ci mancherebbe, ma un accorato monito alle &ldquo;migliaia di ballerini tristi&rdquo; che hanno perso la capacit&agrave; di confrontarsi con la realt&agrave; e hanno smarrito il ruolo sociale (pur deviante o alternativo) che compete loro. Il punto &egrave; che Serra, non indicando esplicitamente le cause della deriva da lui denunciata, finisce forse involontariamente con lo scaricare tutte le responsabilit&agrave; sui giovani, sugli alienati, o almeno la sua accusa &ndash; giusta &ndash; cade nel vuoto</p>
<p>Qui mi sento di rispondergli, perch&eacute; avere vent&rsquo;anni in Italia non &egrave; facile. Non &egrave; facile, per un ventenne, vivere un paese imbalsamato, immobile, magari mentre in Spagna, dove tutto &egrave; in movimento, la rifondazione democratica &egrave; riuscita per davvero grazie all&rsquo;alternanza di socialisti e popolari e oggi Zapatero riempie le piazze (di pro e di contro), prende posizioni, provoca fratture. Non &egrave; facile, per un ventenne, vivere in un paese che al compromesso storico ha sostituito il compromesso sul conflitto d&rsquo;interessi, un paese che insomma vive e si regge sui compromessi (nel senso deteriore del termine); svegliarsi sapendo che oggi non succeder&agrave; niente, che non c&rsquo;&egrave; fermento, che non ci sono prospettive, che la societ&agrave; &egrave; ferma, non &egrave; una bella sensazione per un ventenne, tanto pi&ugrave; che i vent&rsquo;anni passano in fretta, e o ce ne andiamo in Spagna o ci rassegniamo ad essere giovani nel periodo pi&ugrave; triste dell&rsquo;Italia. </p>
<p>Un po&rsquo; scherzando e un po&rsquo; recriminando mi verrebbe da dire che la generazione di Serra ha avuto tutto, e non ci ha lasciato niente; loro hanno avuto i Pink Floyd, i Doors, i Gaber e i De Andr&eacute;, magari a Woodstock non ci sono andati proprio tutti per&ograve; hanno fatto il &rsquo;68 e si sono liberati. Hanno cambiato la societ&agrave;, ma ci hanno lasciato la stessa politica &ndash; cause di forza maggiore? Il bipolarismo internazionale? Era impossibile percorrere la strada dell&rsquo;alternativa, Berlinguer non aveva altra scelta che chiudersi nel compromesso storico? Chiss&agrave;, sta di fatto che, nel frattempo, la generazione di Serra ha tardato ad aggiornarsi, e quand&rsquo;&egrave; caduto il Muro si &egrave; fatta trovare impreparata. Siam passati dunque da un eccesso all&rsquo;altro, dall&rsquo;asfissiante imbrigliatura ideologica marxista al vuoto cosmico del pragmatismo e del mercatismo fini a s&eacute; stessi. Non &egrave; un caso che Zapatero non faccia parte del patrimonio politico del Partito Democratico, ma non sia nemmeno ascrivibile all&rsquo;altra sinistra, quella radicale &ndash; non lo &egrave; affatto. Insomma, alla fine dei giochi, oggi ci troviamo punto e a capo.</p>
<p>Sicuramente le parole di Serra sono state condizionate dal dramma del ragazzo morto a Segrate. Sono convinto, per&ograve;, che la sua sensibilit&agrave; emotiva, infondo, derivi dall&rsquo;aver avvertito una responsabilit&agrave; recondita &ndash; in senso lato, ovviamente &ndash; come quella di un padre affettuoso. Altrettanto affettuosamente e sinceramente, dico a Serra che s&igrave;, i rave (ed &egrave; solo un esempio fra i tanti) sono un &ldquo;baccanale triste&rdquo;, ma la &ldquo;sconfitta delle controculture giovanili&rdquo; &egrave; un&rsquo;eredit&agrave; della sua generazione, non della nostra &ndash; noi, miseramente e colpevolmente, ci limitiamo a restare imbelli, incapaci di reagire, rassegnati a soffocare lentamente.</p>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=191]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=191</guid>
	<dc:date>2008-03-25T13:39:29+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Oggi in Spagna, domani in Italia!]]></title>
	<description><![CDATA[<img src="/public/zapatero_bis.jpg" alt="" />]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=190]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=190</guid>
	<dc:date>2008-03-09T23:47:16+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Gli esami non finiscono mai...]]></title>
	<description><![CDATA[<div style="text-align: justify;">eppure, talvolta...<br /><br />(Un fantasma si aggira per l'Europa, sto per tornare)</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=189]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=189</guid>
	<dc:date>2008-03-06T21:13:01+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Pause di riflessione]]></title>
	<description><![CDATA[Mi prendo una pausa. Sostanzialmente, si tratta di dare un senso a questi tre anni di universit&agrave;: &egrave; andata meglio di quanto sperassi, infondo. Ci rivediamo a marzo, statemi bene.]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=188]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.sostieneproudhon.net/dblog/articolo.asp?articolo=188</guid>
	<dc:date>2008-01-07T15:28:21+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Sostiene Proudhon</dc:creator>
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	</channel></rss>