Proudhon individua nell’autorità e nella libertà i due termini dell’antinomia che fonda l’ordine politico di una società: dalla combinazione e dalla divisione di questi due elementi discendono le quattro principali forme di regime politico. Tra i regimi d’autorità Proudhon annovera la monarchia, cioè il governo di tutti da parte di uno, e il comunismo, il governo di tutti da parte di tutti; tra i regimi di libertà, invece, vi sono la democrazia, che è il governo di tutti da parte di ciascuno, e l’anarchia, qui intesa come il governo di ciascuno da parte di ciascuno. Tenuto conto del suo discorso intorno la proprietà e considerata la sua visione delle opposizioni reali quali parti indissolubili della società, non stupisce che Proudhon riconosca nel comunismo, più che una dittatura del proletariato, una dittatura sul proletariato: «l’ideale della comunanza è l’assolutismo. Ed invano si direbbe che quest’assolutismo sarà transitorio, poiché se una cosa è necessaria un solo istante, lo diventa per sempre, la transizione è eterna»[1]. L’eguaglianza sociale perseguita da Proudhon consiste nell’autogoverno dei produttori e nella liberazione del lavoro dallo sfruttamento, perciò la sua elaborazione politica rifiuta categoricamente la formula comunista che, attraverso la collettivizzazione dei mezzi di produzione e il governo della burocrazia, finisce col dar vita ad una nuova alienazione di Stato. Egli intende piuttosto agire sulla divisione gerarchica del lavoro, vera matrice della società classista, integrando lavoro manuale e lavoro intellettuale, vale a dire restituendo ai produttori la direzione e il controllo dei mezzi di produzione[2].
L’orizzonte politico di Proudhon è chiaramente anarchico; tuttavia la sua proposta, saldamente ancorata al metodo riformista che lo contraddistingue, ammette la necessità di trovare un punto di equilibrio fra il piano ideale dell’anarchia e il piano reale che vede opporsi autorità e libertà. Per questa ragione Proudhon ravvisa nel federalismo il principio politico che più si avvicina, per approssimazione, all’anarchia. Difatti «la proprietà, per la funzione politica che le spetta», cioè di bilanciare il potere dello Stato, deve porsi «nel sistema sociale come liberale, federativa, decentratrice, repubblicana, egualitaria, progressista e amante della giustizia. È vero che questi attributi, nessuno dei quali si trova nel principio di proprietà, le vengono a misura che essa si generalizza, cioè a misura che un maggior numero di cittadini arriva alla proprietà? Ed è vero che per operare questa generalizzazione, per assicurarne in seguito l’eguagliamento, basta organizzare a fianco della proprietà e al suo servizio un certo numeri di istituzioni e di servizi pubblici, trascurati fino ad oggi o abbandonati al monopolio e all’anarchia?»[3]. La risposta affermativa a questa domanda sta, secondo Proudhon, nell’organizzazione federale e decentrata dello Stato, uno Stato concepito come un mezzo e non come un fine, le cui istituzioni si adoperino per garantire l’universalità dei diritti e della proprietà, impedendo l’odioso abuso di quest’ultima – il droit d’aubaine.
Affinché il federalismo politico abbia successo deve compiersi anche il mutualismo economico, cioè il socialismo pluralista fondato sull’autogestione dei produttori. L’ordine politico e quello economico descritti da Proudhon sono complementari all’equilibrio della società laddove si vogliano garantire rispettivamente le autonomie dello Stato e della società civile; pertanto la socializzazione dei mezzi di produzione, piuttosto che nella collettivizzazione, si realizza nel mutualismo dei produttori liberi e indipendenti all’interno di un’economia di mercato[4]
. La teoria politica di Proudhon ruota intorno al bilanciamento dei poteri, mentre la sua idea di giustizia sociale non si esplica attraverso la lotta di classe in sé e per sé ma mediante l’universalizzazione dei diritti politici, civili e sociali.
[1] P. J. Proudhon, Sistema delle contraddizioni economiche, Edizioni «Anarchismo», Catania 1975, p. 498
[2] G. Berti, Il pensiero anarchico, Piero Lacaita Editore, Roma 1998, pp. 209-210
[3] P. J. Proudhon, La teoria della proprietà, Edizioni Seam, Roma 1998, p. 140
[4] G. Berti, Il pensiero anarchico, cit. pp. 216-217
il cannocchiale