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Il Kosovo conteso
Di Sostiene Proudhon (del 02/06/2009 @ 13:44:09, in Politica estera, linkato 563 volte)
Tra le righe del diritto internazionale si annidano le ragioni recondite che sottendono la controversia sullo status del Kosovo. I tempi della (geo)politica sono notoriamente più rapidi di quelli della giustizia e così, mentre la Corte Mondiale pondera un parere consultivo sulla questione, gli Stati hanno preso posizione sull’indipendenza di Pristina, mossi da interessi divergenti che delineano gli equilibri regionali all’interno della comunità internazionale. La frattura più appariscente e più importante contrappone il proselitismo euroatlantico ai rinnovati e irruenti interessi russi nei Balcani e nel Caucaso, come già testimoniato con i fatti dell’agosto 2008 in Georgia.

Dei 58 paesi membri dell’ONU che hanno formalmente riconosciuto la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, circa un terzo fa parte o della NATO o dell’Unione Europa o di entrambe, per un prodotto interno lordo complessivo superiore al 70% del prodotto mondiale [1]. Inoltre, sebbene Pristina non abbia ancora presentato domanda di adesione alle Nazioni Unite a causa del veto annunciato dalla Russia, il Fondo Monetario Internazionale ha riconosciuto la sua piena indipendenza e ha avviato il processo di integrazione del Kosovo in qualità di membro permanente [2]. A ulteriore conferma della visione strategica che ispira il blocco occidentale, vi è lo scatto in avanti compiuto dal Parlamento europeo con la risoluzione approvata a Strasburgo il 5 febbraio 2009. Il testo, tenuto conto della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza che ribadisce la sovranità e l’integrità territoriale della Serbia, «esorta gli Stati membri dell’Unione europea che non l’hanno ancora fatto a riconoscere l’indipendenza del Kosovo», considerando «la stabilità regionale dei Balcani occidentali una priorità dell’Unione» [3]. Si tratta di una risoluzione non vincolante e, dal momento che l’Ue necessita dell’unanimità dei suoi membri per definire univocamente lo status del Kosovo, tradisce la volontà di riaffermare un ruolo politico dell’Europa nella vicenda; volontà disattesa dai 5 dei 27 paesi dell’Unione che hanno confermato il proprio diniego. Per Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro, il precedente kosovaro costituirebbe un pericoloso appiglio per le rivendicazioni indipendentiste delle minoranze basche, magiare o turche che, a seconda del caso, minacciano l’interesse nazionale e l’integrità territoriale dei loro Stati.

Dal canto suo, Mosca gioca un ruolo di primo piano nei Balcani. Tra i paesi che non hanno riconosciuto il Kosovo o non hanno preso posizione in merito, la Russia si distingue per l’intricato intreccio di relazioni diplomatiche e commerciali intessute nell’area. Il profilo attivo della Russia si evince soprattutto dalla sua politica industriale nel settore energetico che interessa le vie di comunicazione della regione balcanica. Recentemente il Cremlino e Belgrado hanno benedetto di comune intesa l’acquisto della Nafta Industrija Serbija da parte di Gazprom, un passaggio cruciale per la riuscita del gasdotto South Stream; considerato che a detta di Putin «l’era del gas a buon mercato è finita», la svendita della società serba (a confronto delle soluzioni alternative, il prezzo d’acquisto di 400 milioni di euro è stato definito «inaccettabile» dall’Ambasciatore francese Fronçois Teral) lascia intendere l’esistenza di una corsia preferenziale nei rapporti fra Russia e Serbia [4]. Questa partnership comprende ovviamente la controversia sullo status del Kosovo, pertanto il veto sull’indipendenza, minacciato da Mosca in seno al Consiglio di Sicurezza, è intrinsecamente legato al parere di Belgrado. La Russia, d’altronde, ha il coltello dalla parte del manico perché le conseguenze di un riconoscimento internazionale del Kosovo ricadrebbero innanzitutto sui casi dell’Abkhazia e sull’Ossezia del Sud; Mosca ha infatti affermato che «il riconoscimento dello Stato indipendente del Kosovo creerà tutte le condizioni necessarie per ridiscutere i nuovi rapporti tra la Federazione e gli Stati autoproclamati che si trovano nella zona degli interessi della Russia» [5].

Alla luce della situazione analizzata, i possibili sbocchi geopolitici della controversia sul Kosovo, nel mentre che L’Aia si esprima, dipendono in larga parte dalla capacità di attrazione dell’Ue. L’accordo tra la Commissione europea per i Balcani occidentali della Direzione allargamento e il governo serbo prevede un finanziamento di un miliardo di euro a fondo perduto entro il 2011 per la preaccessione della Repubblica Serba all’Unione [6]. L’opportunità di entrare a far parte del club è ben vista dalla grande maggioranza della comunità serba, specialmente per i benefici economici che ne scaturirebbero. Tuttavia una parte consistente delle forze politiche nazionaliste e conservatrici non è ancora disposta a subordinare l’affaire Kosovo all’ingresso nell’Ue, così come contrasta apertamente l’attività del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugolsavia nei confronti di Karadžić (già estradato dalla Serbia stessa) e Mladić (ancora latitante). Anche e principalmente in considerazione dell’attrattiva che l’adesione all’Ue esercita tanto per la Serbia quanto per il Kosovo, sta all’Europa valutare le opportunità e gli strumenti per ritrovare una posizione comune e offrire il proprio contributo per una soluzione innanzitutto politica della controversa. In attesa che il diritto internazionale faccia il suo corso.



[1] http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10916/1/45/
[2] http://www.reuters.com/article/newsMaps/idUSN1528175520080715
[3] http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=TA&reference=P6-TA-2009-0052&language=IT&ring=B6-2009-0063
[4] http://www.rinascitabalcanica.com/?read=16546
[5] http://www.rinascitabalcanica.com/?read=6500
[6] http://www.osservatoriobalcani.org/article/view/8633