Represso e mal pagato, frustrato e sottomesso, così lo cantava Rino Gaetano, ed è un po’ la condizione che caratterizza l’individuo nella società italiana. In Italia gli individui non esistono, né culturalmente, né economicamente, né politicamente. Esistono le famiglie, esistono i partiti, esistono le lobby, esistono le corporazioni, con i loro interessi ed i loro diritti – talvolta privilegi. Per l’individuo resta ben poco.
In Italia esistono le leggi individuali, ed esiste un centrodestra che fa dell’individualismo la sua bandiera, ma non nella sua connotazione metodologica, bensì nella sua accezione più becera, antistatale e antisolidale. Esiste anche una sinistra, ormai redenta da egalitarismi spersonalizzanti e pensieri unici, che si arena al centro e non riesce a rivendicare per l’individuo l’emancipazione e l’autonomia.
In Italia resiste un welfare conservatore e discriminatorio, per il quale l’individuo conta poco e niente, se non è iscritto, federato, associato, sposato, con figli. E se sembra che la sinistra non abbia mai neanche sentito parlare di modello universalistico, anche la destra, dal canto suo, si guarda bene dal proporre welfare liberali fondati sulla responsabilità individuale.
Funziona così anche per i diritti civili: l’individuo è libero di scegliere nel privato, ma se vuole partecipare, non lo è più, e deve ripiegare sulle sole opzioni che lo Stato gli mette a disposizione; è uno Stato etico, perché la sua morale e la sua volontà si sostituiscono a quelle dell’individuo, che finisce col non poter disporre nemmeno del proprio corpo e della propria vita. E quand’anche il suo corpo e la sua vita non fossero suoi ma di Dio, alla fine i conti con Dio li farà lui, e non certo lo Stato.
In un paese così, se mio fratello è figlio unico, non ha speranze.