Laico e liberale sono forse i termini maggiormente mistificati e distorti dalla attuale discussione politica italiana. A parole sono tutti laici e liberali, sia che si schierino contro la ricerca scientifica sulle embrionali sia contro le unioni civili fra persone dello stesso sesso sia che stilino manifesti pro Occidente e anti-relativisti (almeno su quello, sul relativismo, sono onesti). Eppure è molto difficile essere laici e liberali senza essere relativisti. Non solo: la posizione di un relativista e di un non-relativista, di un laico e di un non-laico (o laico a parole) non sono paritetiche, sono piuttosto asimmetriche (asimmetriche rispetto al grado di democraticità contenuto in esse).
Una smentita è logicamente conclusiva, al contrario una conferma non lo è. Questo è uno degli assunti fondanti dell’epistemologia di Karl Popper, una tra le più importanti teorie sul metodo scientifico moderno. Serviamoci di un esempio per semplificare: se formulassimo una teoria T (“tutti i tipi di legno galleggiano”) e procedessimo alla verificazione empirica delle n conseguenze logiche della teoria T (conseguenza 1 “il pioppo galleggia”; conseguenza 2 “l’acero galleggia”… conseguenza n), potremmo decretare logicamente vera la teoria T se tutte le conseguenze fossero confermate o, al contrario, potremmo decretare logicamente falsa la teoria T se anche solo una delle conseguenze fosse smentita; ed è il caso della nostra teoria, poiché il legno d’ebano non galleggia. Si evince quindi, per logica, un’asimmetria tra il valore di una conferma (verificazione) e quello di una smentita (falsificazione), senza che sia necessario dilungarsi sull’effettiva impossibilità di vagliare tutte le conseguenze (ci potrà sempre essere un “poi” in cui incontrare il famoso cigno nero). Secondo tale principio, dunque, una falsificazione è logicamente conclusiva, anche se non definitiva perché potrebbe essere falsificata a sua volta: è il criterio di falsificazione, altresì conosciuto come relativismo (o meglio, ne è uno dei cardini portanti).
Forse questa spiegazione metodologica potrà sembrare accademica, o velleitaria, ma non lo è. Il primo grande distinguo che ci permette di compiere, infatti, riguarda il relativismo assoluto. Tante volte si sente dire dagli anti-relativisti che il relativismo negherebbe la validità di un sistema democratico piuttosto che di un regime dittatoriale, o dei diritti civili rispetto ai non-diritti, equiparando tutti i valori e tutte le azioni: niente di più falso, è tautologico che se tutto vale nulla vale, d’altronde la stessa locuzione relativismo assoluto è un ossimoro, una contraddizione logica, per cui questa critica non è applicabile al relativismo. Invece, attraverso il criterio di falsificazione, il relativismo elabora l’idea che sia impossibile ottenere e/o detenere la verità (intesa come verità scientifica) assoluta e perpetua, e non perché essa non possa esistere oggettivamente in sé, ma a causa della fallibilità (metodologica oltre che storica) dell’uomo: pertanto le teorie come i valori non sono banalmente equivalenti, piuttosto sono in competizione fra loro e sottoposti al controllo critico che ne stabilisce la – provvisoria – validità.
Fin’ora siamo rimasti nel campo dell’esperienza (della scienza e dell’empirismo), e abbiamo dimostrato metodologicamente (di dimostrazioni storiche è possibile trovarne ovunque, anche quotidianamente) l’impossibilità di affermare una verità (o una non verità) assoluta, per cui l’uomo, fornito del criterio di falsificazione (fornito del metodo scientifico), ricerca verità relative e provvisorie. Va da sé che nel campo della metafisica diventa estremamente difficile anche il riscontro empirico, mancando spesso le prove concrete del rapporto causa-effetto. Prendendo il caso del marxismo, sebbene alcune previsioni/teorie siano state smentite dai fatti, il nucleo metafisico dal quale scaturivano – il materialismo dialettico – non può essere falsificato, semplicemente perché non c’è modo alcuno di identificare scientificamente i nessi causali tra la convinzione che la Storia dell’umanità avesse un carattere progressivo e necessario (destinato alla meta finale del comunismo) e i fatti storici che tutt’ora si succedono: potremmo dire che si riduce solo una questione di fede.
Alla luce di quanto è stato detto, forse risulterà più chiaro perché il relativismo sia l’impianto metodologico fondamentale delle democrazie moderne: esso non determina una verità in sé e per sé, perciò legittima il dissenso. Questa è la premessa per tradurre lo Stato di diritto liberal-democratico in valori quali libertà di coscienza, espressione ed azione, auto-limitazione dei diritti, pluralismo etico, tutela delle minoranze, laicità delle istituzioni. Questi valori hanno la prerogativa di consentire la convivenza di tutti gli altri valori (al contrario un valore “specifico”, come un valore religioso, che essendo alternativo ed esclusivo rispetto al suo contro-valore, se istituzionalizzato provocherebbe una collisione). Ecco che, di nuovo, emerge un’asimmetria: quella fra un relativista e un non-relativista, fra un laico e un non laico, così come fra un democratico e un anti-democratico, fra un anti-fascista e un fascista). Volendo dare un nome a questa prerogativa “asimmetrizzante”, potremmo chiamarla neutrale tolleranza.
Attenzione, non è obbligatorio assumere per valido il relativismo: si è ovviamente liberi di non condividere, ma è bene che sia chiaro che dirsi “anti-relativisti” cade inequivocabilmente in contraddizione con l’accettazione del sistema democratico. Nessuno assolutizza il relativismo: ma è un dato di fatto che, se si danno per buoni gli istituti e i valori dello Stato moderno, si accetta indirettamente la metodologia relativista (e ciò non esclude che nuove contingenze, nuovi strumenti, nuove conoscenze potrebbero superare l’uno e l’altra), e al rovescio se si attacca il relativismo si attacca anche lo Stato moderno. Democrazia e relativismo sono inscindibili. Fino a prova contraria.
Riferimenti bibliografici:
Trattato di Metodologia delle Scienze Sociali; Dario Antiseri