Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente
Riceviamo e pubblichiamo con piacere una "conversazione sul federalismo" di Paolo Bonacchi (paolo.bonacchi@tele2.it)
Se conversando con un ipotetico amico dovessi rispondere ad alcune sue domande su cos’è davvero il Federalismo penso che dovrei trasformarmi in Mago Merlino o se preferite nella Fata Turchina, per raggiungere con semplicità e chiarezza lo scopo di eliminare dalla sua mente da un lato tutte le incrostazioni basate su informazioni volutamente sbagliate sedimentatesi col tempo e dall'altro di illustrare un concetto rivoluzionario derivato dalla Natura, di per sé assolutamente semplice da capire. Così, dopo i segni magici di rito, toccando l'amico con la bacchetta magica, apparirebbe nella sua mente una parola luminosa e densa di significato: “Contratto”! Sì: il federalismo è innanzitutto un contratto politico fra cittadini e fra questi e le loro istituzioni. Ma non sono un mago e non ho la capacità di produrre miracoli, perciò il mio amico immaginario dovrà unicamente far conto su ciò che riuscirò a dirgli per scoprire il significato vero del federalismo, tenendo presente che nulla è più semplice della verità e nulla è più arduo da testimoniare.
Amico (A): cos'è davvero il federalismo? Paolo (R): la chiave del nostro dialogo sta tutta in una parola: Contratto! Esattamente come dice la parola, il Federalismo è innanzitutto un “Contratto” fra cittadini “garantito” dallo Stato. A. Puoi spiegarti meglio in relazione a quanto sta avvenendo in Italia? R. Il federalismo è una forma di Stato che nasce dalla Teoria dello Stato contrattuale per la quale lo Stato è una associazione volontaria di persone che decidono le proprie regole (leggi) per mezzo di contratti. Questa teoria riguarda in primo luogo il modo di risolvere i rapporti fra gli individui e tra gli individui e le loro istituzioni, ed in secondo luogo l’architettura istituzionale della società. E’ ovvio che il primo deve precedere il secondo, poiché solo i cittadini sono i “titolari” dello Stato e non le istituzioni. In Italia le due riforme costituzionali (2001 e 2005) definite, mentendo, “federaliste”, in quanto non tengono assolutamente in considerazione né il Contratto, né questa precedenza, lasciano intatta la prima parte della Costituzione, mentre proprio questa andrebbe cambiata, perché le costituzioni federali sono basate tanto sul “contratto” quanto su “garanzie” e non su “valori e principi” che, come è a tutti noto, ognuno interpreta in forma personale.
A.Cosa vuol dire la parola “contrattualismo” in politica? R. Vuol dire che il Ruolo che lo Stato deve svolgere nei confronti delle persone, deve essere stabilito o almeno legittimato dagli aventi diritto al voto mediante un Contratto di natura politica. Di conseguenza la costituzione, le leggi votate dal parlamento e dalle regioni ed i regolamenti delle province e dei comuni, devono essere rese legittime (e quindi sempre condivise) dalla maggioranza delle persone responsabili che hanno diritto al voto. In questo senso il Contrattualismo o Federalismo è anche un processo di Autogoverno.
A. Chi sarebbero “le persone responsabili”? R. Le persone responsabili sono i cittadini che vogliono essere attenti e informati e che con il voto compiono scelte politiche su specifici argomenti conosciuti, limitati e ben definiti.
A. Ma non ti sembra esagerato attribuire alla gente, al popolo, una simile responsabilità, considerato l'attuale grado di cultura e di bassa partecipazione alla gestione della cosa pubblica da parte della gente comune? R. Senza una partecipazione responsabile allargata ed un buon grado di conoscenza degli impegni pubblici da affrontare non si può realizzare uno Stato federale, perché il Federalismo è un processo istituzionale basato sull'eguaglianza e sulla responsabilità personale e non sul governo gestito da ambiziose oligarchie di professionisti della politica desiderosi di potere e di privilegi (i partiti); il federalismo deve nascere dal basso, dai cittadini comuni, e non può essere calato dall'alto come disonestamente si è tentato di fare sia con la Riforma del titolo V° della Costituzione delle sinistre nel 2001, sia con la devolution delle destre del 2005.
A. In sostanza mi vuoi dire in cosa consiste il “Contratto politico” di cui parli ed in cosa è diverso dal “Contratto sociale” di cui parlano i partiti? R. Il Contratto politico presuppone che lo Stato sia un “organo di garanzia” per mezzo del quale i cittadini si assicurano il rispetto delle leggi che essi stessi legittimano o deliberano. La garanzia si riferisce soprattutto al diritto degli elettori di poter esercitare il potere legislativo e regolamentare su fatti contenuti entro certi limiti (ad es. la costruzione di un ponte, di una strada, il funzionamento di un ospedale, della scuola, l’introduzione di una tassa, di un’imposta, l’eliminazione della burocrazia inutile, il cambiamento del sistema pensionistico, etc.), per mezzo degli strumenti giuridici che permettono loro di fare, modificare o abrogare le leggi (compresa ovviamente la Costituzione) ed i regolamenti. Per fare questo è necessario introdurre nella Costituzione e negli Statuti locali i Referendum legislativi o regolamentari di iniziativa e di revisione senza quorum (gli altri tipi di referendum, abrogativo, consultivo e propositivo ed il quorum del 50%+1 per la validità del risultato della consultazione referendaria sono semplicemente dei sondaggi, delle truffe statistiche che lasciano sempre l'ultima parola al parlamento ed ai consigli). La definizione classica di Contratto politico parte dall'osservazione che in democrazia la legge deve essere espressione della volontà concreta degli aventi diritto al voto e deve essere vantaggiosa ed utile per tutti. Di conseguenza i cittadini devono ricevere dallo Stato, sotto forma di benefici e di servizi, almeno quanto ad esso sacrificano della propria ricchezza (tasse ed imposte) e delle proprie obbligazioni (doveri), conservando tutta la propria libertà, sovranità ed iniziativa, meno la parte relativa all'oggetto speciale, definito e limitato per il quale il Contratto (il cui contenuto se approvato diventa legge) è formato e di cui si chiede la “garanzia” allo Stato. Senza il principio “contrattuale” e la “garanzia” giuridica necessaria agli aventi diritto al voto di poter esercitare la sovranità sui fatti che riguardano tutti, il Federalismo è una frode della buona fede popolare. Bisogna rendersi conto che.. “La sovranità nelle repubbliche federali viene invariabilmente attribuita al popolo, che delega i propri poteri ai diversi governi o che si accorda per esercitare direttamente quei poteri come se fosse esso stesso il governo. (...) Il popolo sovrano può delegare e dividere i poteri come meglio crede ma la sovranità rimane una sua proprietà inalienabile” (Daniel J. Elazar, Idee e forme del federalismo, trad. e presentazione Luigi Marco Bassani, Milano, Edizioni di Comunità, 1995, p. 90.
A. Non ho ancora capito bene. R. Nel federalismo i cittadini, col voto, non delegano più “tutta” la loro sovranità ai loro rappresentanti, ma ne riservano per sé “la parte maggiore”, in modo da poterli delegittimare a maggioranza quando fanno cose contrarie ai loro interessi o alle loro aspettative. E' esattamente quanto succede con il contratto di rappresentanza commerciale. Si è mai visto il rappresentante di una ditta che ha maggiori poteri del rappresentato che è il proprietario? Certamente no. E allora, perché i rappresentanti politici possono prendere decisioni sui fatti concreti che riguardano gli interessi del “sovrano” (che in democrazia è il popolo), senza che questo, a maggioranza delle persone responsabili aventi diritto al voto, abbia la garanzia di poter impedire di violare i suoi interessi?
A. Ma veramente... col voto... il popolo può cambiare i propri rappresentanti. R. E' vero, ma nei quattro o cinque anni di mandato essi hanno potere assoluto sulla vita e sugli interessi della gente e le loro azioni (che si traducono in tasse, imposte, obblighi, divieti e doveri, ecc.), possono violare impunemente gli interessi e le aspettative della maggioranza dei cittadini senza che nessuno sia responsabile. In questo modo la democrazia è limitata al solo giorno delle elezioni, dopo di che i rappresentanti diventano i veri "padroni" dello Stato, mentre i cittadini comuni, quando non rientrano nelle loro grazie, sono semplicemente al loro servizio.
A. Alcuni sostengono che le riforme costituzionali presentate sia dalla sinistra sia dalla destra, sarebbero il primo piccolo passo verso il federalismo. Cosa ne pensi in proposito? R. Il Federalismo non si può introdurre a rate o in percentuali o a piccoli passi. Risponde al principio “Tutto o Niente”, dove il Tutto, secondo la mia opinione, risiede nella “garanzia” costituzionale dell'equilibrio fra democrazia diretta e democrazia rappresentativa offerta dal Contratto politico o di Federazione, ed il Niente nel Regionalismo e nella Devolution cui le due riforme sono ispirate. Il Contratto politico, in sostanza, mette d'accordo e rende equilibrate e coerenti le due forme di democrazia (diretta e rappresentativa) e risponde perfettamente alle domande su come rendere legittimo l'esercizio del potere politico, come controllarlo in modo che nessuno ne possa abusare e come dare voce al popolo come la democrazia prevede.
A. Perché i politici ed i giornalisti, a proposito del federalismo, parlano di “patto” e mai di “contratto”? R. Perché la parola “patto” è più elastica, variabile e si presta a diverse interpretazioni e quindi ai soliti giochi ed alle solite finzioni dei politici e giustifica l'ignoranza dei giornalisti sul vero significato del Federalismo. Un patto può essere tacito, verbale, unilaterale, valido per una sola parte, oppure può essere riferito ad una cosa indefinita, non limitata o anche a molte cose insieme, ecc., mentre il Contratto politico o “di Federazione” deve essere bilaterale e commutativo ed avere sempre una forma scritta, che deve essere letta, discussa, approvata e sottoscritta o comunque legittimata dalla maggioranza dei contraenti, che sono gli aventi diritto al voto e soprattutto deve essere riferito a fatti certi, definiti e limitati che riguardano tutti i cittadini ai vari livelli dello Stato a seconda delle specifiche competenze.
A. Alcuni sostengono che solo l'interesse nazionale permette la solidarietà sociale fra le diverse parti del Paese. Come la pensi in proposito? R. Prendiamo la sanità, che è l'esempio più citato per accusare il Federalismo di non essere solidale e per giustificare "l'interesse nazionale". Finché i cittadini del Sud, a causa dell'inefficienza dei loro ospedali, si possono trasferire al Nord per farsi curare, è evidente che la sanità del Sud non potrà migliorare come sarebbe utile e conveniente per loro. Nelle condizioni attuali, infatti, non possono fare niente, perché non hanno gli strumenti giuridici del cambiamento previsti dal Contratto politico, che consentirebbero loro di rendere efficienti i loro ospedali più di quelli del Nord. Ma se lo Stato, come prevede il federalismo vero, fosse il garante del loro diritto naturale (inviolabile, inalienabile ed illimitato in uno Stato moderno), di poter fare direttamente le leggi (Contratto politico), essi avrebbero fortissime motivazioni al cambiamento e potrebbero fare leggi locali e regionali per ottenere quello che vogliono, visto che lo pagano di tasca propria (federalismo fiscale), eliminando i privilegi, l'incompetenza, il nepotismo e la burocrazia che rendono inefficiente la loro sanità. Resta il fatto che nessun cambiamento della sanità del Sud sarà possibile finché gli abitanti del Sud, per rendere migliori i loro ospedali, non avranno a disposizione gli strumenti giuridici che possono consentire loro di migliorare la sanità nella libertà dove essi vivono. Per tali ragioni è giustificato il detto che con il Federalismo ognuno è padrone a casa propria ma, aggiungo io, ne è anche responsabile.
A. Si afferma che le riforme costituzionali in senso federale presentate dai partiti di destra e di sinistra sposterebbero le competenze dal centro alla periferia. In che misura questo avviene e quale sarà il costo della riforma? R. In un convegno sulla devolution effettuato a Monza nella primavera del 2005, due professori universitari molto esperti in materia di federalismo, Bassani dell'Università di Milano e Bordignon dell'Università di Siena, fecero osservare agli stupiti presenti, fra i quali gli onorevoli Chiti e Pagliarini, che sostanzialmente solo tre competenze del tutto marginali sarebbero state spostate dallo Stato centrale alle regioni e riguardano i bidelli delle scuole, la polizia amministrativa e gli infermieri degli ospedali. Per il resto buio totale, poiché l'introduzione dell'interesse nazionale preminente su tutti gli aspetti della società, avrebbe di fatto impedito il trasferimento di ulteriori competenze ed avrebbe in breve riaccentrato quelle esclusive già devolute alle regioni. E' necessario sapere che una Costituzione federale è caratterizzata da tre aspetti fondamentali: 1) una costituzione scritta, “discussa, approvata e sottoscritta dal popolo”, mentre in Italia la Costituzione non è mai stata sottoposta all'approvazione o al rifiuto del popolo; 2) la “netta separazione areale delle competenze e funzioni” ai vari livelli dello Stato, mentre le due riforme hanno generato e genereranno continui conflitti di competenze fra Stato e regioni (che sono diventate piccoli Stati accentrati) e fra regioni, province e comuni; 3) la “non centralizzazione”, poiché il “centralismo” è la peste nera di ogni forma di democrazia e di federalismo che in qualunque epoca ha generato o la guerra o la corruzione. Niente di tutto ciò è stato sfiorato dalle due riforme. Pertanto sono convinto che il costo di entrambe sarà enorme, continuerà a riflettere la spartizione dello Stato fra i partiti e non modificherà, anzi accrescerà l'assetto centralista e partitocratico attuale che opprimerà sempre più le regioni maggiormente produttive.
A. Molti, oggi, parlano di introdurre il “federalismo fiscale”. Qual è la tua opinione? R. Ti risponderò con le parole di Gianfranco Miglio che sosteneva che “nessun federalismo fiscale è possibile senza una vera riforma della struttura federale dello Stato”. Inutile illudere la gente con promesse che creeranno solo confusione e che non potranno essere mantenute secondo il vero significato di ciò che si vuole affermare.
A. Ancora una domanda: molti identificano il federalismo come “secessione” del Nord dal Sud. Qual è la tua opinione in proposito? R. E' una cosa che neppure io ho mai capito e la considero un grave errore culturale di cui oggi paghiamo le conseguenze. Il Federalismo, in quanto Contrattualismo, è un principio di UNIONE e mai di divisione. Come si fa a fare un contratto se fra le parti non c'è la volontà di unirsi per tutelare, accordandosi, il bene comune? La secessione, in un'ottica federale, è un rimedio ESTREMO che serve solo ad evitare un conflitto, una rivolta violenta fra aree diverse per tradizioni culturali soggette ad un diverso trattamento economico da parte dello Stato centralizzato. Federalismo e secessione sono antitetici perché annullano le stesse fondamenta “contrattuali” sulle quali lo Stato federale si basa.
Spero, amico mio, che alla fine tu abbia capito che si tratta di guardare allo Stato con una logica molto diversa da quella che ha prodotto, aggravandoli, i nostri gravissimi problemi economici e sociali.
E’ da ieri che studio l’accaduto. Malan ha scagliato il regolamento del Senato in direzione di Marini, ed ha occupato l’aula per svariate ore. Un comportamento grave e incivile, indegno di un senatore (e Malan non brilla certo per la sua profondità politica), ma motivato da una giusta causa. Malan e gli altri parlamentari insorti ieri in aula hanno ragione. Non c’è stato certo un golpe, ma un colpo di mano, sì, se per colpo di mano intendiamo un comportamento ai limiti (se non addirittura al di fuori) delle regole democratiche atto ad eludere il senso delle stesse.
Giornali e telegiornali hanno dato, confusamente, o le versioni di una parte e dell’altra, o resoconti assolutamente faziosi (ed è il caso dell’Unità); chi invece, nel panorama informativo, è stato il primo a centrare il nocciolo della vicenda, è JimMomo, con un post che ho intenzione di riprendere, discutere ed ampliare vista l’importanza del contenuto.
Il motivo del contenzioso sorge sulle questioni pregiudiziali che l’opposizione aveva intenzione di porre nei confronti del decreto cosiddetto di “spacchettamento dei ministeri”, n. 181 del 18 maggio 2006. A quanto si evince dal dibattito parlamentare che ha impegnato la mattinata e il pomeriggio del 27 giugno (resoconti stenografici del mattino e del pomeriggio), le questioni pregiudiziali troverebbero difficoltà ad essere poste su tale decreto poiché esso, emendato radicalmente e stravolto il suo senso (si tratta infatti di una conversione in legge ereditata dalla legislatura precedente), non rende manifesta ed esplicita la materia affrontata. Questo punto, condiviso da entrambe le parti, conduce però a due conclusioni diverse: secondo la maggioranza, sarebbe inappropriato porre le questioni pregiudiziali prima di conoscere il contenuto della materia, e pertanto sarebbe necessario innanzitutto far parlare il Ministro Chiti per esporre i contenuti del decreto; secondo l’opposizione, invece, le pregiudiziali dovrebbero essere poste immediatamente, poiché una volta data la parola al Ministro, questi potrebbe porre la fiducia (come si sapeva avrebbe fatto) costringendo di fatto il parlamento a saltare la discussione generale e dunque anche le questioni pregiudiziali. Dopo un lungo dibattito, che fosse opportuno o meno ricorrere alle questioni pregiudiziali, il senatore Malan ha presentato un’istanza scritta alla Presidenza del Senato per richiederle formalmente (sebbene secondo regolamento non sia necessario).
Il giorno successivo, il 28 giugno (resoconto stenografico), i capigruppo dell’opposizione passano la mattinata a sottolineare l’importanza della discussione verbale e la conseguente improrogabilità delle questioni pregiudiziali. Eppure, dopo aver votato la fiducia al primo decreto (quello cosiddetto “milleproroghe”), quasi contemporaneamente alla richiesta di parola di Malan, il Presidente Marini concede frettolosamente la parola al Ministro Chiti. L’opposizione insorge, grida allo scandalo, ribadisce di aver chiesto di parlare, ma Marini si appella al regolamento del Senato che prevede la parola per il Ministro richiedente e l’impossibilità di interruzione. Ed è a questo punto che la situazione diviene incontrollabile, con il brutto gesto di Malan e la sua conseguente espulsione.
Alla luce dei fatti, di questi fatti (se qualcuno avesse ulteriori elementi è il benvenuto), e alla luce del regolamento del Senato, che all’articolo 93 comma 2 recita La questione pregiudiziale e quella sospensiva hanno carattere incidentale e la discussione non può proseguire se non dopo che il Senato si sia pronunziato su di esse, alla luce di tutto ciò non possiamo indignarci se il centrodestra, ricalcando una nostra pessima tendenza, grida al golpe. Non è un golpe, ma un colpo di mano, una distorsione del regolamento, sì. La ragione è dalla loro parte.
E’ avvenuto un fatto grave. E forse, altrettanto grave, è la disinformazione che si sta perpetrando intorno all’argomento.
I risultati del referendum – scrive Luca Diotallevi, nome mai così azzeccato per un redattore dell’Avvenire – parlano chiaro. Oltre le considerazioni di circostanza, Diotallevi esegue alla maniera di Malvino un semplice calcolo, sottraendo gli astenuti del 2006 agli astenuti del 2005. In questo modo è possibile scindere gli ignavi di professione dagli astenuti consenzienti in quota Cei. Solo che Malvino non vede di buon occhio questo 25% circa di osservanti delle direttive episcopali; Diotallevi, al contrario, ne è entusiasta, perché ciò dimostrerebbe la sensibilità e la passione civile di molti italiani. Si deve avere veramente tanta fantasia a compiacersi della “partecipazione” degli italiani esercitata tramite “l’astensione” ad un referendum, ma anche facendo uno sforzo per lodare la presa di coscienza di fronte ad un grande tema, anche volendo passare sopra la strumentalizzazione ai danni di chi a votare non ci è andato e basta, resta una questione prettamente democratica da risolvere.
Il principio di laicità assume, in sostanza, che lo Stato sia neutrale nei confronti di qualunque culto religioso e che la legislazione civile si astenga dal dirigere moralmente ed eticamente la vita degli individui: in uno Stato laico, la religione così come l’etica e la morale sono rimesse alla sfera individuale, fintanto che non contrastano con il diritto positivo (non influenzato da convinzioni metafisiche non verificabili) statuito dalla legge. Applicando tale principio, in merito alla fecondazione assistita e alla ricerca embrionale quasi tutti i paesi europei e gran parte degli stati americani non si sono preoccupati di stabilire cos’è giusto e cos’è sbagliato, ma hanno regolamentato la materia senza intralciare la scienza. In Italia, invece, si è pensato di rimettere al giudizio della maggioranza (in parlamento prima e nei seggi poi) se fosse opportuna o meno la fecondazione assistita o la ricerca scientifica, finendo col fare la conta dei sentimenti individuali dei cittadini per estendere al popolo intero la volontà di quelli che sarebbero risultati in superiorità numerica. Tuttavia, il discorso sulla ricerca embrionale coinvolge delle questioni complicate come la teoria catto-scientifica che l’embrione sia già vita umana: nonostante la Scienza con la S maiscuola, seppur con alcune forti obiezioni, attualmente riconosca la vita individuale solo a partire dal quattordicesimo giorno (al formarsi del primo abbozzo di sistema nervoso), preferisco mettere da parte questo argomento per affrontarlo più approfonditamente in seguito. Mi preme invece continuare, in quest’ambito, sulla procedura democratica, che anche se formalmente corretta, risulta decisamente distorta nella sostanza e lede il principio di laicità dello Stato. Prendiamo l’esempio dei grandi referendum degli anni ’70, divorzio ed aborto. Una legislazione che interferisce sul diritto individuale del cittadino impedendogli di separarsi o abortire, fondata sulla morale (che fosse una morale cattolica o fascista, o entrambe, poco importa), ricalca i princìpi degli stati confessionali; non c’è bisogno di soffermarsi sulla possibilità che, in assenza di una tale legislazione, il cittadino resta libero di osservare la propria morale non divorziando. Pertanto i referendum su divorzio e aborto hanno costituito una vera e propria anomalia (una felicissima anomalia) per lo Stato italiano che si definisce laico per costituzione; nonostante i loro lieto fine, queste due anomalie rimangono tali, perché la condizione necessaria di tutte le democrazie è la tolleranza, che comporta il rispetto della libertà individuale, che diffida lo Stato dall’entrare nel merito di qualunque questione etica o morale. Con la maggioranza si stabiliscono gli indirizzi politici, non etici.
Sulla fecondazione e sulla ricerca si è fatto lo stesso errore approvando la legge 40, che su di un terreno certamente più complesso e pericoloso, ha palesemente ignorato perfino il dibattito scientifico ancora in corso stabilendo a maggioranza non un regolamento ma un giudizio di valore assolutamente infondato. Il referendum, di contro, è stato il tentativo di porvi rimedio, miseramente fallito perché inadatto, assolutamente inadatto ad una questione così delicata. E, come risultato, ci ritroviamo con la Chiesa che da una parte denuncia la crisi demografica e dall’altra perpetra una politica delle nascite classista (se hai i soldi, vai all’estero per la fecondazione, altrimenti ti rassegni), e con l’ennesimo colpo inferto alla ricerca italiana, già afflitta da cronici problemi finanziari. Non c’è niente di più subdolamente ingannevole del sostenere l’idea che il referendum sulla legge 40 (anche se si fosse arrivati allo stesso risultato raggiungendo il quorum e con la maggioranza dei No) sia stato un atto di vera democrazia.. Eccola, la tirannia della maggioranza di Tocqueville.
Otto senatori dell’Unione hanno annunciato che non voteranno il decreto per il rifinanziamento della missione in Afghanistan; D’Alema da una parte sostiene che l’accordo c’è, dall’altra si prepara a porre la fiducia. Nel frattempo, Gino Strada denuncia un “gioco delle tre carte” in politica estera, con questo lungo e appassionato articolo su PeaceReporter (leggi). Per la persona e l’impegno di Gino Strada, non ci può essere che rispetto e ammirazione, ma sulla tesi contenuta nel pezzo è necessario soffermarsi, perché la semplificazione sul rifiuto etico e storico dei cittadini italiani verso la guerra “senza se e senza ma” è un po’ lo specchio della semplificazione dell’articolo 11 che viene spesso riassunto con “L’Italia ripudia la guerra”, senza completarne la definizione e il significato. Le semplificazioni rischiano spesso di essere riduttive, e male si applicano alla complessità della realtà. Perciò, cominciamo proprio dall’articolo 11.
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Per intero, quest’articolo è ancora più bello che nella sua comune versione “ridotta”. Coniuga la nobiltà dell’intento di debellare la guerra e promuovere la pace con il realismo della consapevole necessità del primato del diritto internazionale, auto-limitando la propria sovranità (la sovranità dello Stato italiano). Il diritto internazionale ha, potenzialmente, gli stessi strumenti con i quali le costituzioni garantiscono la pacifica convivenza dei popoli, ma ottenere lo stesso risultato fra i popoli è decisamente più difficile. E D’Alema, quando risponde alla sinistra radicale che non possiamo ritirarci unilateralmente dagli impegni presi con l’Onu, dimostra di tenere a mente l’articolo 11 per intero. Gino Strada, invece, minimizza: cosa sarà mai uscire dall’Onu o dalla Nato? Anzi, i cittadini farebbero una festa in piazza.
In realtà, Gino Strada è assolutamente consapevole dell’importanza rivestita dal diritto internazionale – magari anche più di D’Alema. Sa benissimo che la pace e il rispetto dei diritti umani non si possono conquistare in altro modo che con la politica, e forse è questo il motivo per cui assume un atteggiamento così radicale sulle organizzazioni internazionali: infatti, come anche si evince dal suo articolo, la crisi di queste organizzazioni è talmente profonda che esse non costituiscono più una reale fonte di legittimazione. L’ombrello dell’Onu, insomma, è tutto bucherellato: cominciando dall’arroganza statunitense sulla questione Iraq, finendo con lo scaricabarile di governi che, se si assumessero di fronte al popolo l’effettiva responsabilità degli interventi armati, ne pagherebbero elettoralmente le pesanti conseguenze. Quello che secondo me sfugge a Gino Strada è che questa sorta di delegittimazione, questa strategia dell’Aventino farebbe più male che bene.
E’ vero, le istituzioni internazionali sono a volte strumentalizzate, a volte ignorate, a volte calpestate, ma la democrazia non può prescindere dalla forma, dalla procedura. Dire seccamente “io non ci sto” da parte dello Stato italiano delegittimerebbe di fatto le decisioni e le risoluzioni che, anche se viziate dall’assenza di una vera forte sovranità super (o inter) partes, sono stabilite in condizione di parità con gli altri Stati, per richiamare l’articolo 11. Il j’accuse sulla crisi dell’Onu va mosso, e anche duramente, da parte della società civile, del mondo intellettuale, della stessa Emergency, ma il ruolo del governo italiano è giustamente interpretato da D’Alema nel rifiutare ogni genere di iniziative drastiche ed unilaterali. C’è bisogno dell’esatto opposto, di dare forza alle istituzioni internazionali e cominciare un seri processo riformatore.
A meno di non voler affermare che il 25% di astenuti rispetto alle politiche fosse composto esclusivamente da elettori di centrodestra, potremmo dire che il referendum costituzionale ha espresso una maggioranza trasversale contraria alla riforma, una maggioranza netta, i numeri li conoscete (nota per i posteri: 62% di No). Potremmo dire che hanno fallito sia la strumentalizzazione malevola della Cdl nel tentativo di politicizzare il referendum sia le valide ed intellettualmente oneste argomentazioni di alcuni liberali a favore del Si (vedi Panebianco) che, nonostante palesi difetti nel testo costituzionale, temevano (e temono tutt’ora) che il No avrebbe congelato il processo riformatore delle istituzioni. Il divario fra la maggioranza venuta fuori ieri e la (non) maggioranza del 9 aprile lascia pensare che il voto sia stato voto d’opinione, un voto “laico”, non un voto dei soli “conservatori di sinistra” – tant’è vero che il No si è imposto anche al nord e a Milano – ed è necessario avvalorare questa tesi aprendo immediatamente un dialogo sulle riforme istituzionali. Le vie del No, infatti, sono infinite, e bisogna scongiurare al più presto quella segnalata da Bertinotti con la sua ignava pausa di riflessione. La via da intraprendere è un confronto in grado di affrontare le tre principali “emergenze istituzionali”: sistema elettorale, aggiornamento della carta costituzionale, metodo di revisione della stessa.
Il sistema elettorale gioca un ruolo determinante e nella stabilità del governo e nell’effettiva restituzione della sovranità al popolo. I modelli di cui disponiamo nel panorama europeo – a prevalenza proporzionale – ci insegnano che è possibile garantire democrazia dell’alternanza, bipolarismo e solidità politica tanto con il maggioritario quanto con il proporzionale. L’adozione del maggioritario a doppio turno legittimerebbe una maggioranza compatta ed efficiente, mettendo alla corda il frazionamento politico, e sacrificando il ruolo dei partiti di minoranza. La conservazione del proporzionale darebbe certamente più equità e rappresentatività in parlamento, ma non potrebbe prescindere da uno sbarramento serio (parliamo del 5% almeno, al di sotto della media europea), vincolo di coalizione, premio di maggioranza e introduzione delle preferenze. Che si scelga l’uno o l’altro metodo, sono assolutamente da evitare escamotage come il “ripescaggio” dell’attuale legge inventato per rassicurare i partitini-a-rischio-sbarramento: per spezzare il circolo vizioso della frammentazione partitica e dell’immobilismo, è necessario fare una riforma coraggiosa e definitiva, anche giocando di sponda con l’opposizione, se necessario.
L’aggiornamento della carta costituzionale è un esigenza di tipo tecnico. Nel dibattito politico non si era affrontato realmente il tema del cambio di forma di governo, o meglio non era stato proposto al dibattito pubblico ma indotto surrettiziamente attraverso la riforma federale (o presunta tale). Il No ha confermato la volontà di conservazione della forma parlamentare della Repubblica e dei suoi attuali equilibri istituzionali: ciò non significa che non si possa intervenire sugli strumenti ormai obsoleti che la riguardano, anzi. L’introduzione della sfiducia costruttiva alla tedesca (ben diversa da quella prevista dalla riforma) lascerebbe intatta l’efficacia e il significato del rapporto fiduciario responsabilizzando però il parlamento (che rimarrebbe sovrano) e diminuendo il suo potere sul governo; il potere di nomina e revoca dei ministri costituirebbe un valido strumento per rafforzare il premier; il superamento del bicameralismo perfetto consentirebbe una maggiore rapidità ed efficienza della politica. Quest’ultimo punto va di pari passo con il miglioramento dell’impianto federale della nostra repubblica, che andrebbe perfezionato con l’istituzione del Senato federale, con il federalismo fiscale (assente nella riforma) e con una revisione del criterio di attribuzione delle competenze.
L’articolo 138, infine, regolamenta il metodo di revisione costituzionale. Attualmente prevede che una riforma approvata con meno di due terzi del parlamento debba passare al vaglio referendario. Ed è proprio la possibilità di aggirare la maggioranza qualificata che, non costringendo alla ricerca di una soluzione condivisa, ha permesso al centrosinistra prima e al centrodestra poi di arrendersi e procedere a colpi di maggioranza. Se il metodo di revisione, oltre ad obbligare ad una doppia approvazione delle riforme costituzionali (una misura più simbolica che concreta) prevedesse la maggioranza qualificata, il parlamento non potrebbe tirarsi indietro.
Queste considerazioni sono frutto del risultato del referendum, ma non è detto che un domani non si possa parlare anche di cambiare (non semplicemente aggiornare) la forma di governo. Quello che invece non bisogna assolutamente fare, è prendersi “pause di riflessione”.
Laico e liberale sono forse i termini maggiormente mistificati e distorti dalla attuale discussione politica italiana. A parole sono tutti laici e liberali, sia che si schierino contro la ricerca scientifica sulle embrionali sia contro le unioni civili fra persone dello stesso sesso sia che stilino manifesti pro Occidente e anti-relativisti (almeno su quello, sul relativismo, sono onesti). Eppure è molto difficile essere laici e liberali senza essere relativisti. Non solo: la posizione di un relativista e di un non-relativista, di un laico e di un non-laico (o laico a parole) non sono paritetiche, sono piuttosto asimmetriche (asimmetriche rispetto al grado di democraticità contenuto in esse).
Una smentita è logicamente conclusiva, al contrario una conferma non lo è. Questo è uno degli assunti fondanti dell’epistemologia di Karl Popper, una tra le più importanti teorie sul metodo scientifico moderno. Serviamoci di un esempio per semplificare: se formulassimo una teoria T (“tutti i tipi di legno galleggiano”) e procedessimo alla verificazione empirica delle n conseguenze logiche della teoria T (conseguenza 1 “il pioppo galleggia”; conseguenza 2 “l’acero galleggia”… conseguenza n), potremmo decretare logicamente vera la teoria T se tutte le conseguenze fossero confermate o, al contrario, potremmo decretare logicamente falsa la teoria T se anche solo una delle conseguenze fosse smentita; ed è il caso della nostra teoria, poiché il legno d’ebano non galleggia. Si evince quindi, per logica, un’asimmetria tra il valore di una conferma (verificazione) e quello di una smentita (falsificazione), senza che sia necessario dilungarsi sull’effettiva impossibilità di vagliare tutte le conseguenze (ci potrà sempre essere un “poi” in cui incontrare il famoso cigno nero). Secondo tale principio, dunque, una falsificazione è logicamente conclusiva, anche se non definitiva perché potrebbe essere falsificata a sua volta: è il criterio di falsificazione, altresì conosciuto come relativismo (o meglio, ne è uno dei cardini portanti).
Forse questa spiegazione metodologica potrà sembrare accademica, o velleitaria, ma non lo è. Il primo grande distinguo che ci permette di compiere, infatti, riguarda il relativismo assoluto. Tante volte si sente dire dagli anti-relativisti che il relativismo negherebbe la validità di un sistema democratico piuttosto che di un regime dittatoriale, o dei diritti civili rispetto ai non-diritti, equiparando tutti i valori e tutte le azioni: niente di più falso, è tautologico che se tutto vale nulla vale, d’altronde la stessa locuzione relativismo assoluto è un ossimoro, una contraddizione logica, per cui questa critica non è applicabile al relativismo. Invece, attraverso il criterio di falsificazione, il relativismo elabora l’idea che sia impossibile ottenere e/o detenere la verità (intesa come verità scientifica) assoluta e perpetua, e non perché essa non possa esistere oggettivamente in sé, ma a causa della fallibilità (metodologica oltre che storica) dell’uomo: pertanto le teorie come i valori non sono banalmente equivalenti, piuttosto sono in competizione fra loro e sottoposti al controllo critico che ne stabilisce la – provvisoria – validità.
Fin’ora siamo rimasti nel campo dell’esperienza (della scienza e dell’empirismo), e abbiamo dimostrato metodologicamente (di dimostrazioni storiche è possibile trovarne ovunque, anche quotidianamente) l’impossibilità di affermare una verità (o una non verità) assoluta, per cui l’uomo, fornito del criterio di falsificazione (fornito del metodo scientifico), ricerca verità relative e provvisorie. Va da sé che nel campo della metafisica diventa estremamente difficile anche il riscontro empirico, mancando spesso le prove concrete del rapporto causa-effetto. Prendendo il caso del marxismo, sebbene alcune previsioni/teorie siano state smentite dai fatti, il nucleo metafisico dal quale scaturivano – il materialismo dialettico – non può essere falsificato, semplicemente perché non c’è modo alcuno di identificare scientificamente i nessi causali tra la convinzione che la Storia dell’umanità avesse un carattere progressivo e necessario (destinato alla meta finale del comunismo) e i fatti storici che tutt’ora si succedono: potremmo dire che si riduce solo una questione di fede.
Alla luce di quanto è stato detto, forse risulterà più chiaro perché il relativismo sia l’impianto metodologico fondamentale delle democrazie moderne: esso non determina una verità in sé e per sé, perciò legittima il dissenso. Questa è la premessa per tradurre lo Stato di diritto liberal-democratico in valori quali libertà di coscienza, espressione ed azione, auto-limitazione dei diritti, pluralismo etico, tutela delle minoranze, laicità delle istituzioni. Questi valori hanno la prerogativa di consentire la convivenza di tutti gli altri valori (al contrario un valore “specifico”, come un valore religioso, che essendo alternativo ed esclusivo rispetto al suo contro-valore, se istituzionalizzato provocherebbe una collisione). Ecco che, di nuovo, emerge un’asimmetria: quella fra un relativista e un non-relativista, fra un laico e un non laico, così come fra un democratico e un anti-democratico, fra un anti-fascista e un fascista). Volendo dare un nome a questa prerogativa “asimmetrizzante”, potremmo chiamarla neutrale tolleranza.
Attenzione, non è obbligatorio assumere per valido il relativismo: si è ovviamente liberi di non condividere, ma è bene che sia chiaro che dirsi “anti-relativisti” cade inequivocabilmente in contraddizione con l’accettazione del sistema democratico. Nessuno assolutizza il relativismo: ma è un dato di fatto che, se si danno per buoni gli istituti e i valori dello Stato moderno, si accetta indirettamente la metodologia relativista (e ciò non esclude che nuove contingenze, nuovi strumenti, nuove conoscenze potrebbero superare l’uno e l’altra), e al rovescio se si attacca il relativismo si attacca anche lo Stato moderno. Democrazia e relativismo sono inscindibili. Fino a prova contraria.
Riferimenti bibliografici: Trattato di Metodologia delle Scienze Sociali; Dario Antiseri
Paradossale, no? Eppure, è quello che succede quando si parla dei Pacs: la chiesa è riuscita nell'ardua impresa di concedere la patente di progressista ad Aznar e Chirac. Il capitolo sulle coppie di fatto del programma unionista è uno splendido esempio dell'arte del dire tutto senza dire niente, e faccio notare che il capitolo è dedicato alle coppie di fatto, non ai Pacs: questo acronimo è stato infatti bandito tanto dal programma pre-elettorale quanto dall'agenda governativa del centrosinistra, probabilmente per non destabilizzare il delicato equilibrio del nascituro partito democratico. Così, mentre in Spagna e in Gran Bretagna i capitani coraggiosi del socialismo europeo annullano le discriminazioni sessuali per i matrimoni civili e allargono i confini delle adozioni (certo non senza incontrare dissensi), in Italia la coalizione riformista, di sinistra, non riesce a far prevalere nemmeno al suo interno una linea pro-Pacs che la porterebbe non dico ai livelli di Zapatero e Balir, ma almeno a quelli di Aznar e Chirac (due noti progressisti, per altro). I Pacs forniscono meno diritti (nessuna garanzia per l'adozione, benefici del welfare solo dopo tre anni), comportano meno obblighi (tra quelli previsti vi è la responsabilità comune per i debiti contratti in coppia), e danno legittimità giuridica ad un fenomeno sociale esteso quale la vita di coppia fuori del matrimonio, sia per gli eterosessuali che per gli omosessuali, regolamentando alcune materie come assistenza in ospedale, lasciti e responsabilità mediche. Potremmo dire, quindi, che la questione Pacs riguarda in prima battuta i diritti civili degli individui, e solo in seconda battuta introduce la problematica della discriminazione sessuale. E tale discriminazione persisterebbe ugualmente nel negare ad una coppia gay di stipulare un'unione civile di tipo matrimoniale. Ma affrontare l'argomento è prematuro, se ancora non riusciamo a discutere neanche dei Pacs. Il problema è: dove finisce la responsabilità della chiesa e inizia quella della classe politica? Certo, ci sarebbe molto da obiettare alla controriforma ratzingeriana che vede nel riconoscimento dei diritti degli omosessuali un violento attacco alla famiglia, ad esempio ribattendo che si tratta semmai di un estensione del concetto di famiglia, capace anzi di rinnovarla e fortificarla in un contesto culturale che - fortunatamente, aggiungo - è assai cambiato negli ultimi decenni; ma non mi aspetto che il clero in nome dell'onestà intellettuale vada contro i propri interessi. Mi aspetterei, invece, che la politica non si sottomettesse in modo così vistoso ed umiliante; dalla politica mi aspetterei, senza sognare utopisticamente Zapatero, che, anch'essa perseguendo i propri interessi, trovasse una sintesi tra l'invadente mondo cattolico e le improrogabili esigenze della società moderna senza mortificare così platealmente il suo ruolo. Eguagliare le conquiste sociali dei conservatori è chiedere troppo?
Il processo bipolarista ha consentito negli ultimi tredici anni di conoscere in anticipo coalizioni, candidati premier e programmi di governo, permettendo all’elettore di ottenere un feedback del proprio voto; ha innovato con la democrazia dell’alternanza e una semplificazione(?) del quadro politico italiano. La trasformazione però non è ancora completa, il frazionamento politico non si è arrestato e i governi, seppur più longevi, sono ancora vittime dell’immobilismo per la continua ricerca dell’equilibrio nelle coalizioni. Le cause, che necessiterebbero di una approfondita analisi, possono essere riassunte in sistemi elettorali poco coraggiosi, istituzioni da rammodernare e scarsa maturità politica. Assodato dunque che il bipolarismo non è solo un valore da difendere ma un obiettivo da perfezionare, il grande partito democratico della sinistra è un progetto che vorrebbe andare in questa direzione. Laddove la legislazione elettorale è tornata ad incentivare la competizione fra partiti, tentare di costruire un soggetto unitario capace di interpretare una moderna politica di sinistra – e di consolidare lo schema bipolare – è un impegno virtuoso. La maggior parte degli intellettuali, o perlomeno quelli moderati, sostengono questo progetto, per chiudere con il passato, con simboli e ideologie e dare il via alla modernizzazione della politica, che è un po’ la parola chiave del progetto, modernizzazione. In realtà questa maggior parte degli intellettuali sottace un rischio assai grosso (anche se nel nome del più coraggioso e nobile pragmatismo). A ben guardare, sotto la veste scintillante della modernità si cela qualcosa che invece di spingerci verso il futuro, ci riporta al passato: il compromesso storico. Niente di nuovo sotto il sole, è opinione di molti che non vi sia altra via d’uscita, che nell’Italia vaticana la sinistra debba necessariamente scendere a patti col “diavolo”; ma c’è modo e modo. Uno di questi modi si chiama Rutelli; l’altro, Veltroni. La differenza che passa fra i due è la differenza fra un inciucio e un compromesso, fra il trasformismo e la politica di inclusione, fra un partito democristiano e un partito democratico. E’ anche, a volerla dire tutta, la differenza che passa fra i due rispettivi mandati a sindaco di Roma. Il partito democratico è un morbo tutto italiano, può presentarsi come benigno (Veltroni) o maligno (Rutelli). Se proprio siamo costretti a conviverci, auguriamoci almeno che sia benigno. C’è però una considerazione ultima da fare: e se la ricerca ci procurasse la cura?
Il partito laburista
La necessità del compromesso è vista come tale sulla base dell’attuale schema bipolare italiano – e nulla ci vieta di pensare che possa mutare, e spiego perché. Attualmente, il giovane bipolarismo italiano ha una configurazione di tipo speculare, con partiti uguali e contrari in entrambi gli schieramenti; la linea di separazione fu tracciata nel ’94 da un tal signor imprenditore, che dopo il terremoto giudiziario di quegli anni intercettò l’elettorato rimasto privo di una classe politica che lo rappresentasse (democristiani e socialisti). Tangentopoli e Berlusconi hanno insieme generato un innaturale spartiacque per il quale i “redenti” si sono schierati a sinistra al fianco del riabilitato Pci-Pds-Ds, mentre gli “spodestati” hanno fatto fronte comune attorno all’uomo venuto da Arcore. Da questo punto di vista Berlusconi ed il berlusconismo sono un’anomalia della politica italiana – non è un caso che Silvio in cinque anni di governo abbia paradossalmente realizzato politiche sociali, fallendo la tanto agognata rivoluzione liberale – e da questo punto di vista nella Seconda Repubblica non ci siamo mai entrati, piuttosto stiamo assistendo ai tempi supplementari della Prima. Dando per buona una tesi del genere è evidente che, una volta sgonfiata la bolla di Forza Italia (il partito che non c’è non potrà che finire con la fine di Berlusconi), il vuoto politico potrebbe essere colmato dalla latente Dc, sempre più spavalda e vigorosa a saper leggere tra le righe dei sondaggi. Insomma, un bipolarismo alla tedesca, anzi all’europea, che veda contrapposti i socialisti da una parte e i popolari dall’altra. Un simile scenario annullerebbe le contraddizioni generate dall’attuale sistema: basta pensare alle formali ma infondate distinzioni fra Udeur e Udc, fra le varie famiglie Repubblicane, fra i Radicali e i Riformatori Liberali; insomma, basta pensare al nostro bipolarismo atipico, che non separa progressisti e conservatori ma effettua una separazionetrasversale. Rutelli ha molto di più in comune con Casini che con Fassino, e forse aveva ragione Guzzanti quando ne faceva l’imitazione. In uno scenario del genere, i Ds, che dopo anni passati a girovagare nel limbo politico alla ricerca della loro identità avevano finalmente imboccato la via del riformismo entrando a far parte del Partito Socialista Europeo – dal quale Rutelli vorrebbe farli uscire – potrebbero finalmente impegnarsi nella costruzione non di un partito democratico ma di un partito laburista.
Conclusioni
Fantapolitica? Può darsi. Soprattutto l’insuccesso elettorale della Rosa nel Pugno, nonostante si possa imputare anche alla sua campagna non proprio efficace, lascia pensare che la storia non sia cambiata e che in Italia la sinistra sia condannata all’eterna minoranza. Forse il partito laburista resta un miraggio in questo paese, almeno per ora. Siamo ammalati di partitus democraticus (è il nome scientifico del morbo), e finché non troveremo la cura, saremo costretti a conviverci: auguriamoci almeno che sia benigno.