Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente
Antonio Polito dice: «L’idea di iscrivere un partito nuovo, prima ancora che nasca, a una famiglia vecchia, rende solo più difficile il farlo». Ma non sarebbe il caso di conoscere almeno i propri gusti sessuali, prima che s’arrivi all’altare?
Le difficoltà del Partito Democratico sono inversamente proporzionali all’impegno di Veltroni. Ma non perché quest’ultimo sia l’unico in grado di governare la joint venture tra Ds e Dl, al contrario perché non vuole bruciarsi – lui che è papabile di leadership della prossima sinistra – per un progetto alla deriva. Veltroni è un po’ il termometro del Pd, e se per un certo tempo (un tempo pre-elettorale) l’asse con Rutelli è sembrato consolidarsi, ora il sindaco di Roma sembra lentamente defilarsi. D’altronde, i sostenitori del Pasticcio Democratico hanno ben poco da rinfacciargli, visto che il veto ha origine margheritina.
Ieri Prodi ha parlato di una collocazione europea all’interno di un Pse allargato; oggi afferma sorpreso di non aver voluto dare una direzione politica, eppure questa sua ingenuità appare poco credibile, a maggior ragione se si prende in considerazione la recente intervista di Fassino a sostegno del socialismo europeo. Infatti le repliche non si sono fatte attendere: «Prodi sbaglia, non si può pensare di entrare nel Pse sperando di cambiarlo da dentro. Non c'è una casa internazionale adatta al nuovo soggetto, o se ne fa una nuova o si rinuncia» lo stronca perentoriamente Castagnetti. Ma la prospettiva di “innovare” in Europa attraverso apparati stantii ed antiquati è al tempo stesso presuntuosa ed illusoria, dal momento che la casa dei riformisti di tutto il continente è invece solida, attiva, e vivace; significherebbe nei fatti privarsi non solo dell’ancoraggio culturale progressista, ma probabilmente anche cederne una buona parte delle politiche. Tant’è vero che nell’ala radicale dell’Unione non protestano più di tanto per la formazione del Pd: gli sarebbe lasciato il monopolio della sinistra italiana, con evidenti vantaggi sul mercato elettorale.
Del perché ci troviamo in questa situazione, ho già scritto. Tuttavia le contingenze storiche e sociali che hanno portato la sinistra italiana in una cronica condizione di inferiorità non possono essere scolpite nel marmo, i tempi cambiano, e l’interesse di normalizzare finalmente il nostro sistema partitico (su di un necessario impianto bipolare) non dovrebbe essere perso di vista. Il superamento dell’anomalia berlusconiana ha richiesto – e richiede – qualcosa di più una semplice bicicletta tra Ds e Dl, ma questo non dovrebbe far perdere di vista la prospettiva globale della nostra politica. An si sta spingendo verso il Ppe, e quando Berlusconi avrà fatto il suo tempo non solo elettoralmente ma anche culturalmente, i blocchi progressista e conservatore dovranno ricomporsi. Nel frattempo, non vale la pena di buttare alle ortiche quel poco di sinistra riformista vera che con fatica abbiamo riaffermato in Italia.
A seguir le dirette parlamentari ci si diverte sempre, e si imparano tante cose che dai resoconti stenografici non sempre risultano così come son state dette. Dice l’onorevole Bricolo nella sua dichiarazione di voto sull’Afghanistan condita da brava retorica brianzola e spirito leghista: «Dov’era l’Europa quando la Danimarca è stata messa a ferro e a fuoco per due vignette? Che cosa ha saputo fare l’Europa quando la Spagna e la Gran Bretagna sono state dilaniate dalle bombe islamiche? Ha mai saputo dire una parola chiara, che fosse una, contro il fondamentalismo islamico, contro una religione che, per sua stessa definizione, non può contenere né Islam moderato né interlocutori che vogliano diagolare con l’Occidente?». Sbabbari, imo a Roma.
C’è una parola chiave, quando si parla della legge 40 e dell’embrione: individuo. La persona è individuo. I diritti della persona sono i diritti dell’individuo, la libertà personale è la libertà individuale. L’individuo è connotato dalla sua unicità genetica e biologica. La nostra società – in senso estensivo delle civiltà occidentali – si fonda anche sulla tutela dell’individuo, nonostante vi siano situazioni particolari in cui i diritti di ognuno, che si autolimitano, vengono momentaneamente sospesi (detenzione carceraria, interdizione) o definitivamente soppressi (omicidio per legittima difesa, aborto in un certo senso). Se ne deduce che il bandolo della matassa sia l’attribuzione o meno dello status di individuo all’embrione.
Quando lo spermatozoo penetra nell’ovocita, si dà inizio alla fusione (singamia) dei nuclei dei due gameti in un unico nucleo, formando lo zigote; dal secondo al sesto giorno lo zigote si divide per segmentazione (quindi per due, in 2-4-8-16-32-64 cellule) dando luogo alla blastocisti. Ciascuna cellula (blastomero) della blastocisti è totipotente, ovvero non ha un destino predefinito (se infatti preleviamo anche una sola cellula e la coltiviamo in vitro, possiamo avviare il processo per la formazione di un secondo nuovo individuo). Dal sesto giorno, la totipotenzialità svanisce in favore dell’unipotenzialità (ogni cellula intraprende un percorso per svilupparsi in determinati apparati o organi), tuttavia fino al quattordicesimo giorno la blastocisti potrebbe dividersi (dando vita a due gemelli monocoriali o anche congiunti) come potrebbe fondersi con un'altra blastocisti (dando vita a fenomeni di ermafroditismo, se di sesso diverso). Solo ed unicamente dal quattordicesimo giorno in poi compare il primo abbozzo di sistema nervoso centrale (stria primitiva) che sgomberando il campo da dubbi individua l’individuo.
Nonostante la maggioranza del mondo scientifico tracci la linea di confine fra pre-embrione (non-individuo) ed embrione (individuo) al quattordicesimo giorno, il dibattito prosegue, e prosegue anche il dibattito politico, che però commette l’errore di volersi sostituire, alla scienza. Le argomentazioni dei sostenitori della legge 40, infatti, sono metodologicamente devastanti. Agitare lo spauracchio dell’eugenetica nazista, della cultura della morte contrapposta alla cultura della vita di cui essi sono gli unici detentori e difensori, rende impraticabile il terreno per un confronto serio. Anche dalla appassionata discussione in Senato di ieri a proposito della ritiro di Mussi dal blocco dei “proibizionisti europei”, emerge una sola realtà: i parlamentari di sinistra e di destra che si schierano contro la ricerca, legiferano ed hanno legiferato sulla base di asserti puramente metafisici e dunque riconducibili esclusivamente alla loro morale e alla loro coscienza (di cattolici e non). E’ inutile ricordare che lo Stato moderno laico e liberale dovrebbe lasciare la morale e l’etica e Dio fuori dalle aule parlamentari: la maggioranza non impone una visione del mondo, e invece tale è l’arbitrario riconoscimento dello status di individuo ad un conglomerato di cellule che non lo è. Questo è il motivo per cui in gran parte dell’Europa i parlamenti si sono adoperati per regolamentare la materia senza entrare nel merito della faccenda e lasciando piena autonomia alla scienza e ai cittadini: in tal caso, infatti, nulla ti vieta, se sei personalmente e metafisicamente convinto del valore umano del pre-embrione, di rifiutare la fecondazione assistita, come in egual modo resti libero di non divorziare se soggettivamente consideri sacro il vincolo del matrimonio, senza per questo impedire agli altri di separarsi agendo secondo coscienza.
Resta poi l’evidenza dei fatti: non ha alcun senso insistere su questa posizione aprioristica se nel frattempo la ricerca va avanti nelle democrazie nostre pari, per non parlare dell’immenso patrimonio per la scienza costituito dagli embrioni crio-congelati che, sempre per principio, dovrebbe essere sacrificato inutilmente. Ed ancora sul versante pragmatico, forse è utile ricordare che la maggior parte dei cittadini italiani non si perdono in quest’oziosa discussione che magari poco li interessa, piuttosto si sentono vittime di una politica involontariamente classista che li mette nelle condizioni di poter affrontare la sterilità o alcune patologie rare solo se abbastanza ricchi per potersi recare all’estero. E’ il solito doppio taglio di una falsa coscienza che non si accontenta di condizionare i costumi e la società, ma che pretendere di dettare legge anche in parlamento.
Non è facile assumere una posizione coerente rispetto alla situazione mediorientale, soprattutto se si parte da una prospettiva di sinistra. Sulla carta, si sta tutti dalla parte del diritto, e sulla carta i terroristi sono i carnefici mentre i soldati sono le vittime. La realtà però nelle categorie mentali ci sta stretta, ed anche se i terroristi restano irrimediabilmente terroristi, la reazione armata, travalicando i confini del diritto, rischia di diventare ambigua, e lo scontro in generale nel suo contesto si adatta alle interpretazioni più diverse.
Nell’Unione è in atto un dibattito serio, politico, sulla questione mediorientale. Di pregiudizi, chi più chi meno, siamo tutti permeati, ed accusare velatamente quella posizione di una parte della sinistra rappresentata da D’Alema di faziosità ideologica, mi sembra ingiusto: l’ideologia piuttosto filtra le prese di posizione del centrodestra che si fa “filo-israeliano a prescindere perché liberale” – il che è tanto banale quanto inutile. Dando per scontato che giudicare gli eventi della storia sia appunto un esercizio intellettuale, la politica oggi (e non solo da oggi) ha ben presente l’importanza di riconoscere, tutelare e difendere lo Stato d’Israele, ma la sinistra è pervasa dal dubbio tanto dell’opportunità quanto della misura degli strumenti di difesa adottati da Olmert; la tesi della “sproporzione” sostenuta da D’Alema e Prodi mira ed evidenziare la responsabilità israeliana dell’escalation della violenza, al contrario la Bonino e Rutelli riassumono l’ipotesi della legittimazione dell’offensiva di Olmert, forse con maggiore realismo, in un contesto sempre più incandescente dove l’unica via di salvezza israeliana è sempre stata quella di mostrarsi militarmente superiore a tutti i suoi nemici. Da questo punto di vista, le provocazioni di Hamas ed Hezbollah sembravano mirate esattamente a questo risultato, e Olmert non ci ha pensato due volte. Vale la pena di chiedersi, però, se la sua reazione sia davvero irrazionale oppure motivata (non per questo giustificata) da ragioni che coinvolgono anche la nostra responsabilità.
Pannella mette sul tavolo un problema reale quando denuncia l’immobilismo dell’Europa nei confronti d’Israele, soprattutto in tempo di “pace”. Mantenere le distanze da Gerusalemme non ci esonera dalle conseguenze del conflitto e ci impedisce invece di esercitare un controllo diretto, oltre che una funzione deterrente. E’ delle ultime ore la notizia che Olmert avrebbe rifiutato il cessate il fuoco in favore delle truppe internazionali, a meno che i sequestratori non rilascino i soldati israeliani – condizione quanto mai improbabile. Una decisione riconducibile all’isolamento di uno Stato che è “costretto a cavarsela da solo” (o al limite a sottoporsi all’egida statunitense, alla quale sarebbe bene contrapporre finalmente un’egida europea ed infine una internazionale) e le cui conseguenze si sommeranno tragicamente alla “sproporzione” di cui giustamente parla D’Alema.
E’ difficile prevedere quale soluzione risolverà questa crisi – e quali costi comporterà – ma non è più possibile restare passivi di fronte alla ciclicità del problema, specie ora che il terrorismo internazionale configura uno scontro globale. Dipendere dall’umore di Sharon o dal risultato elettorale in Palestina è una follia, serve una visione strategica a lungo termine che spezzi la spirale dell’unilateralismo e ricostruisca un percorso valido e internazionalmente forte di gestione della situazione mediorientale.
Bersani si dice “soddisfatto” per il pareggio ottenuto al tavolo con i tassisti: a calcio o in politica, un’affermazione del genere ha, di per sé, il sapore della classica toppa. E infatti i tassisti tornando in piazza gridano alla vittoria. Niente doppie targhe, niente licenze cumulate, niente soluzioni alternative, resta solo la possibilità di allungare i turni assumendo collaboratori/familiari, con la categoria che si impegna ad attuare una “politica di sostituzioni” per favorire il ricambio generazionale (aumentando il numero di vetture?) e il ministro che passa la palla ai comuni – perché ora sta a loro rispondere alle esigenze locali con gli strumenti messi a disposizione. Praticamente, siamo tornati da dove eravamo partiti.
Stento a credere alla favola della lobby del taxi che, dopo questa maschia prova di forza, consentirà ai comuni di aumentare il numero di licenze – come se questa strada non fosse stata già battuta un centinaio di volte nell’ultimo decennio senza aver prodotto risultati. Ma dando anche per buona questa ipotesi, resta comunque in piedi quel circolo vizioso di privilegi che la liberalizzazione intendeva scardinare. Il nocciolo del problema non sta nella contingente carenza di taxi, bensì nel corporativismo della categoria; il decreto intendeva aprirla al mercato non solo per far fronte a questi tempi di magra (la crisi quantitativa resta cronica finché non è la legge di domanda e offerta a regolare il numero di vetture) ma anche per ricondurre le licenze a prezzi “terrestri” e tutelare i consumatori/cittadini. Tutto ciò, ci rendiamo conto, non è visto di buon occhio da chi ha sborsato più di duecento milioni di vecchie lire per assicurarsi un lavoro (e, praticamente, una pensione), ma di soluzioni intermedie ce n’erano, come ad esempio quella dell’IBL proposta da Capezzone, la più indolore per i tassisti. Purtroppo, Bersani ha fatto il catenaccio quando la partita era praticamente già vinta.
Settimane di scioperi selvaggi che hanno ostacolato ed interrotto il servizio pubblico (con questa canicola poi…), disagi dappertutto, e poi cori, minacce ed aggressioni a metà fra lo squadrismo fascista e l’intimidazione mafiosa – vedasi quel povero Paolo Foschi del Corriere. Tutte queste nefandezze avrebbero dovuto ridurre il potere contrattuale dei tassisti. Invece. E meno male che concertazione significava dialogo “ma poi è il Governo che decide”: a decidere sono stati in tutto e per tutto i tassisti, il senso del provvedimento è stato rovesciato, in più si legittimano le reiterate illegalità (a volte violente) dei protestanti come efficace strumento di lotta sociale – meglio dire corporativa. Ora speriamo che avvocati e farmacisti non decidano di mettersi con le auto di traverso sul grande raccordo anulare.
Lo sapevate che la lobby degli avvocati, in America, è tra le principali fiancheggiatrici e finanziatrici dei Democratici? Probabilmente trattasi di opportunismo, ma sta di fatto che la maggior parte degli studi legali statunitensi preferisce sostenere la lotta di classe, con classe, anzi con la class action: è infatti merito di quest’ultima se gli avvocati si sono riscoperti “compagni” dell’ultim’ora.
La caciara dei tassinari – verso i quali mi guarderò bene dal mostrare rispetto e comprensione visti gli ultimi accadimenti – ha fatto passare in secondo piano alcuni elementi importanti del decreto Bersani, fra i quali spicca proprio l’introduzione dell’azione legale collettiva. In breve, essa consiste in una pluralità di soggetti che si costituiscono come un’unica parte civile lesa da un prodotto o dalla condotta di un’azienda. L’esempio più immediato di hollywoodiana memoria è Erin Brockovich di Soderbergh, che racconta la storia vera di una class action condotta contro un’impresa che aveva avvelenato l’acqua di una piccola comunità con il cromio, una sostanza antiruggine cancerogena.
Negli Stati Uniti la class action è prassi consolidata da circa quarant’anni: si è affermata come lo strumento di difesa dei consumatori – e come l’incubo delle multinazionali – che altrimenti, intentando causa individualmente, non potrebbero mai fronteggiare i mastodonti dell’economia. A permettere il funzionamento di questo sistema, però, vi è un secondo imprescindibile fattore. La legge americana consente agli avvocati di pattuire la propria parcella su di una percentuale (di solito il 33%) del risarcimento ottenuto; in questo modo gli studi legali sono attratti dalle grandi possibilità di guadagno – che si concretizzano e aumentano solo in base all’efficacia dell’impegno prestato – e i consumatori/cittadini possono rivendicare i propri diritti e farli valere davvero, senza temere di restare in mutande. E così, nei treni metropolitani di New York, campeggiano in bella vista poster che pubblicizzano azioni legali contro questo o quel farmaco, contro questa o quella azienda; gli avvocati speculano, ma difendono cause nobili e in più votano a sinistra – scusate se è poco. E’ quella che chiamo lotta con classe.
Sicuramente Zapatero fa lo gnorri. Quando ha dato l’annuncio per mano della sua vice De La Vega che non sarebbe stato presente alla messa del Papa a Valencia, le ha raccomandato di specificare che la sua assenza non aveva alcun significato politico. Ma Zapatero sapeva benissimo che non sarebbe stato così, e il suo “finto stupore” per le polemiche sta a sottolineare il nocciolo del messaggio: io sono in regola, siete voi ad essere tarati male, perché se vi aspettare che un Capo di Stato laico (laico lo Stato e laico il Capo) partecipi ad una funzione religiosa nell’esercizio della sua carica, avete qualcosa che non va. Come a dire “tanto rumore per nulla”, ed ha ragione.
Non si tratta di scortesia, nemmeno di mancanza di rispetto, Zapatero si è anche preoccupato di regalare a Ratzinger un quadro Manolo Valdez intitolato “Autoritratto di Rembrandt II” – che avrà di certo messo in imbarazzo il Papa, visto che costui dai tesori vaticani si è limitato a portargli un misero fac-simile del Codice del 1200. Semmai maleducato e fuori luogo è stato Navarro-Valls ad apostrofare il premier spagnolo affermando stizzito che “neanche Fidel Castro disertò la messa”. Quella di Zapatero è semplice coerenza, verso sé stesso e verso i principi costituzionali – che manca decisamente a chi invece un tempo raccoglieva le firme per i referendum radicali, finiva in carcere per disobbedienza civile e oggi invece accompagna sua Santità all’aeroporto.
E’ arrivato un segnale positivo – o quasi – dalla segreteria dello Sdi. L’esecutivo ha approvato all’unanimità una relazione in cui Boselli conferma la direzione intrapresa a Fiuggi. Dice il segretario dello Sdi: “La Rosa nel Pugno era e resta l'unica vera novità del panorama politico italiano che deve diventare un partito prima delle elezioni europee. […] La crisi che stiamo attraversando non deriva da gravi divergenze, ma da differenti modi di fare politica. Chi ipotizza di poter sciogliere immediatamente il partito radicale e lo SDI, rischia di provocare un corto circuito che può persino far fallire sul nascere un progetto di grande importanza. […] Occorre invece valorizzare le nostre forti convergenze politiche e mettere subito assieme in una struttura federale socialisti e radicali”. L’ipotesi federativa era già emersa nel dibattito interno alla Rnp, ma Pannella si è sempre dimostrato decisamente critico a riguardo, temendo che si trattasse di uno specchietto per le allodole. Boselli non manca di tornare sull’argomento: “L'idea federale non serve a mantenere le due strutture così come sono, ma è la strada per riuscire a creare gradualmente un unico partito. La federazione deve essere il primo passo […]. Questa è una proposta aperta che avanziamo senza alcuna forzatura polemica per il confronto previsto nei prossimi giorni”.
Nonostante quindi il leader radicale avesse già manifestato il proprio dissenso (ribadito duramente oggi con un’agenzia in cui apostrofa “La federazione andava bene con Dini. Dobbiamo aiutare lo Sdi a non essere risucchiato da un vissuto già fallimentare”), Boselli ha dato un segnale politico molto importante, vista l’aria che tirava dopo le dimissioni di Villetti e il conseguente “sciacallaggio” ad opera del Partito Democratico. Senza eventuali pregiudiziali di cui Pannella non ci abbia ancora informato, sarebbe davvero difficile capire il perché di tanta avversione alla forma federativa come modello transitorio. La necessaria fretta che ha accompagnato la presentazione della lista unica alle politiche è stata forse uno dei motivi che ha ostacolato il successo elettorale frenando un progetto molto valido, perciò imporre una fusione dai vertici se i dirigenti non sono – a torto o a ragione – pronti potrebbe rivelarsi fatale, ed è ciò che si intuisce negli ambienti socialisti. Tra lo sfascio o una soluzione intermedia e momentanea, penso sarebbe più saggia quest’ultima.
I repubblicani americani hanno, guarda caso, sentito l’esigenza di aprire un confronto sulla politica estera. La “dottrina” di Bush (se di dottrina si può parlare) è stata posta così al centro del dibattito repubblicano da Commentary, considerata tra le più autorevoli case del pensiero neocon – e meno male – da 36 intellettuali di altissimo livello – e meno male. Ora, non so se a Ideazione si sia infiltrato un avamposto di comunisti, ma pare che in redazione abbiano fatto di tutto per mettere in cattiva luce la famiglia neocon americana traducendo gli interventi più allucinanti e allucinogeni; se non fosse così, non oso pensare quali siano le tesi del resto dei 36 “intellettuali”. Le analisi selezionate e tradotte da Ideazione possono riassumersi come l’espressione di tre macro-correnti sulla politica estera dell’amministrazione Bush: una propagandista, una giustificazionista e una critica.
Della famiglia dei propagandisti fanno parte Nathan Sharansky, Victor Davis Hanson e Norman Podhoretz. Le loro tesi sono sostanzialmente volte a interpretare la politica estera americana come una vera e propria “dottrina” sistematica, fondata sull’esportazione della democrazia, come se quest’ultima fosse stato un elemento organico del programma di Bush prima dell’undici settembre. Non c’è nessun riferimento alle presunte armi di distruzione di massa come giustificazione originale dell’intervento armato; man mano che la situazione irachena andava peggiorando (soprattutto mediaticamente) l’elaborazione del concetto di guerra preventiva ha subito una deviazione fino a produrre la politica della democratizzazione del medioriente e del pianeta. Che il “mostro” dell’esportazione della democrazia sia un progetto politico meditato in passato e somministrato gradualmente all’opinione pubblica, oppure sia una controfigura della giustificazione originale dell’invasione dell’Iraq ormai poco conta. Il pensiero neocon si è sedimentato su questa posizione ed oggi Sharansky afferma che le guerre dell’amministrazione Bush sono un dono ai popoli oppressi e alla sicurezza mondiale; Hanson addirittura le nobilita definendo l’azione governativa come “idealismo muscolare”, dandogli una connotazione ben più alta della rozza realpolitik; Podhoretz le considera “un successo su tutta la linea”, e non si spiega come taluni possano negare l’evidente successo di garantire la sicurezza degli Stati Uniti (ce l’ha anche con quei conservatori-mammolette che si lamentano per la gestione tecnica delle missioni costellata di troppi errori – è una guerra, diamine!).
Dell’ala giustificazionista, invece, sono rappresentanti Edward N. Luttwak e William F. Buckley Jr., entrambi ritengono che l’intervento in Iraq sia una esperienza con un inizio ed una fine legati esclusivamente all’undici settembre, e non un percorso globale, universale, per promuovere la democrazia. L’exploit del terrorismo islamico, però, richiedeva una prova di forza ed una soluzione di forza, che gli Stati Uniti hanno esemplarmente dato. Le contingenze storiche non producono e non rafforzano alcuna dottrina, e soprattutto Buckley sembra fermamente convinto che un successo empirico della missione irachena debba concludere la positiva esperienza del presidente Bush. I problemi legati alla ricostruzione e alla stabilizzazione, secondo Luttwak, non possono essere imputati agli americani, e su questo tema si spende in un pindarico parallelismo tra la Sicilia e l’Iraq, due terre afflitte dalla “sindrome da liberazione”.
Lasciato solo a fare le veci di una destra critica è Francis Fukuyama, che analizza con oculatezza il problema del terrorismo islamico. E’ sua opinione che l’amministrazione Bush abbia trascurato l’aspetto culturale del conflitto oriente-occidente fermandosi in superficie alla condanna degli Stati canaglia. Fukuyama fa notare come la reazione islamica sia dettata dalla globalizzazione ad effetto “secolarizzante” che mina le radici tradizionali della comunità orientale. La globalizzazione vista come tale dalle società aperte diventa imperialismo per le società chiuse come quella islamica. E’ il potere radioattivo della modernità, che Fukuyama chiama “soft-power” (contrapposto al “hard powe” delle armi), insieme il fattore destabilizzante e l’arma segreta degli States. Finché Bush si ostinerà ad ignorare l’aspetto interiore dei popoli islamici concentrandosi su quello esteriore, come in Iraq, acuirà il fondamentalismo. La dottrina Bush, insomma, è sbagliata perché pone al centro l’esportazione della democrazia e non la sua promozione.
Augurandomi che Fukuyama abbia un seguito maggiore degli altri nella prossima politica neocon, resto comunque allibito, di fronte a ben sei articoli dei più importanti intellettuali conservatori americani (almeno a sentire Ideazione), per la totale assenza di qualunque riferimento alle organizzazioni internazionali. Nulla, neanche la citazione più banale e di convenienza del diritto internazionale. Rimane nient’altro che il più sconcertante unilateralismo, nudo e crudo, come se neanche valesse la pena di tentare la costruzione di una Onu solida e fortemente legittimata: sembra che proprio non ci si renda conto delle catastrofiche conseguenze a cui porterà questo lento e costante affossamento delle Nazioni Unite.