Immagine  
"
Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente

Pierre Joseph Proudhon
"
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Sostiene Proudhon (del 24/09/2006 @ 13:40:46, in Politica interna, linkato 1079 volte)

Niente di più facile che gridare all’inciucio, per citare il tormentone travaglino. Ma il decreto sulle intercettazioni illegali era necessario, e scagliarsi demagogicamente contro la nostra classe politica lascia il tempo che trova. Com’è facile dire che i rappresentanti del popolo non dovrebbero avere nulla da nascondere per definizione, e che se intendono bruciare i trascritti delle conversazioni spiate, automaticamente sono rei di qualcosa che non vogliono far sapere. La teoria del diritto e la storia stessa, però, ci insegnano il valore della procedura in democrazia. Pertanto di quel materiale deve restare solo la cenere.

Spesso si tende a sorvolare sulla funzione che la burocrazia e la procedura svolgono all’interno del sistema giudiziario, animati come siamo dal desiderio di giustizia in un contesto dove molti torti rimangono impuniti. Ma non bisogna farsi prendere la mano dal giustizialismo: le garanzie costituzionali a tutela dell’individuo sono inviolabili, e determinano lo spartiacque fra lo Stato di diritto e uno Stato di polizia. Si tratta di civiltà giuridica: un sistema che alimenti un circuito di prove illegali è un Grande Fratello ingordo di processi sommari e impiccagioni, mentre è sulla certezza del diritto e sul rispetto della sfera individuale che si fonda la legittimità del sistema giuridico in un paese libero e democratico. Non è un caso che i procedimenti d’indagine siano anticipati dagli avvisi di “garanzia”, non è un caso che la Cassazione svolga una mera funzione procedurale in grado di svincolare un assassino per un singolo vizio di forma; sono le regole dello Stato di diritto, e sono tali perché è meglio avere un criminale fuori che un innocente dentro.

Certo, potrebbe esserci ogni tipo di nefandezza in quelle intercettazioni recuperate al di fuori della legge, ma i princìpi costituzionali non possono essere contraddetti nel nome di una giustizia sommaria; con le dovute proporzioni, come potremmo allora negare l’esercizio della tortura per sventare attentati kamikaze che mietono dozzine di vittime? Eppure lo facciamo, condanniamo l’uso della tortura – anche a fronte di svariate vite umane – per difendere non solo i nostri valori, ma anche il nostro sistema. Perché dovremmo usare due pesi e due misure? Solo perché la tortura contempla la violenza fisica e l’intercettazione no? Una sinistra solamente umanitaria che non comprende le ragioni del diritto è una sinistra ignorante e pericolosa.

Le intercettazioni sono uno strumento decisamente delicato e importante, e solo la magistratura ne può disporre. Per quanto si possa ricamare sui possibili contenuti del materiale uscito fuori dal caso Telecom, per una volta è bene risparmiarsi attacchi gratuiti alla politica.
Articolo (p)Link Commenti Commenti (5)  Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Di Sostiene Proudhon (del 15/09/2006 @ 01:31:45, in Corsivi, linkato 509 volte)
Santoro non ha nemmeno il tempo di chiudere la trasmissione che Matteo Salvini, il capogruppo leghista del Consiglio comunale di Milano, si indigna: «Una vergogna. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, acquisisca la cassetta e chieda alla Rai i danni per la città dipinta come il Bronx». Evidentemente, l’abbonato Salvini a tutto era preparato, meno che a vedere il suo canone impiegato per far servizio pubblico. Quando si dice “l’effetto sorpresa”.
Articolo (p)Link Commenti Commenti (7)  Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Di Sostiene Proudhon (del 14/09/2006 @ 23:57:55, in Corsivi, linkato 540 volte)
No, Santoro non mi è mai piaciuto. Per questo sono contento che sia tornato.
Articolo (p)Link Commenti Commenti (2)  Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Di Sostiene Proudhon (del 10/09/2006 @ 14:30:59, in Il testamento di Tito, linkato 603 volte)

«La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l’utilità a supremo criterio morale per i futuri successi della ricerca». Sarebbe l’analisi di un illuminato sociologo, se a pronunciarla non fosse stato Ratzigner.

Il piccolo jihad non è precisamente il corrispettivo delle crociate cristiane, si avvicina di più alla Santa Inquisizione. Il nemico dichiarato della piccola jihad (che si svolge materialmente “all’esterno” del fedele tramite la guerra, contrariamente al grande jihad attinente alla sua spiritualità) non è infatti il cristiano ma l’ateo, l’agnostico, il laico – la cui patria, detta “grande Satana”, è appunto l’Europa, la terra dei miscredenti per eccellenza. Nonostante la separazione di fatto tra il credo cristiano e l’Islam, le due religioni hanno una radice comune, quella monoteista scaturita dalla rivelazione del “grande libro”: il ceppo, insomma, è lo stesso, e pur considerando i distinguo storici e teologici, condividono la stessa impostazione socio-politica fondata sulla cristallizzazione della società. E se una ha perso la sua millenaria battaglia contro la Modernità, foriera di pluralismo etico, laicità e conseguente relativismo, l’altra è riuscita fino ad oggi nel suo intento conservatore. In un tale contesto, l’Islam non può che sentirsi minacciato in maggior misura proprio da quel relativismo che metterebbe a dura prova il sistema culturale sul quale poggiano le basi dei regimi teocratici. Paradossalmente, un occidente cristianizzato e cattolico farebbe dormire sonni molto più tranquilli non solo a Ratzinger ma anche agli imam. Perché? Bastano le radici comuni dei due culti a spiegare la condivisione di questi valori anti-relativisti? Qualche tempo fa, ho cercato di spiegare come e perché qualunque religione rivelata deve necessariamente preservare la tradizione e imbalsamare l’ordine costituito – il che si traduce in uno scontro frontale con il relativismo – ma tutto può essere riassunto nella succitata dichiarazione di Ratzinger.

«Il dileggio del sacro non è diritto di libertà», analizziamo questo singolo enunciato. Qualcosa di sacro, se fosse tale, sarebbe perfetto, pertanto immutabile, insindacabile. Ma cosa è sacro? Cosa non lo è? Chi lo stabilisce? Certamente si è liberi di riporre la propria fede nella rivelazione divina, divulgata da Dio attraverso i testi sacri, per l’appunto. Nello Stato di diritto, però, è garantita la libertà delle religioni e dalla religione, la così detta laicità, motivo per il quale le istituzioni e la legislazione diventano fenomeni positivi (nel senso di posti) postulati dalla ragione dell’uomo; essendo peraltro l’uomo fallibile, tutto è concesso mettere in discussione e nulla, dunque, può detenere il privilegio di dirsi immutabile. Il dileggio del sacro, pertanto, è consentito e garantito dallo Stato di diritto; magari può risultare indelicato, ma non è affatto lesivo della libertà. Sarebbe vero il contrario, cioè lesivo della libertà non poter dileggiare il sacro (definito tale arbitrariamente).

Ecco che gli altarini vengono fuori: la crociata che Ratzinger ha platealmente intrapreso contro il relativismo è il sintomo dello stesso malessere che ha colpito l’Islam. Termini e misure sono ben diversi, se non altro perché la Chiesa ha già combattuto la sua battaglia armata per l’attribuzione del potere temporale, perdendo, e il livello dello scontro si è spostato su un piano esclusivamente culturale e comunicativo (attraverso i mass media), invece l’Islam mantiene ancor’oggi un primato politico da difendere; il nemico comune, però, resta la Modernità, che con la sua forza contaminatrice radioattiva scardina costumi, usanze e convinzioni basate sulla tradizione. Ciò costituisce tanto un ostacolo alla missione evangelica della Chiesa quanto alla conservazione del suo potere, così come per l’Islam.

Riassumendo, e forse estremizzando leggermente, il nocciolo della questione sta nella contrapposizione fra relativismo (o generalmente illuminismo, comunque l’impianto teorico e metodologico sul quale si fonda la democrazia moderna) e assolutismo (presupposto senza il quale è assai difficile che trovi spazio non la spiritualità, ma la religione a “fruizione collettiva”). Se Ratzinger ha un merito, è senza dubbio quello di aver finalmente messo in pubblica piazza questa contraddizione. Peccato che i fedeli non se ne curino; infondo, la religione è l’oppio dei popoli.

Articolo (p)Link Commenti Commenti (5)  Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Di Sostiene Proudhon (del 10/09/2006 @ 11:23:46, in Politica interna, linkato 630 volte)

Scappatoie legali. Ecco lo strumento attraverso il quale l’avvocatura ha intenzione di sottrarsi al decreto Bersani. Il Consiglio Nazionale Forense sta tentando di aggirare i punti nodali della liberalizzazione: dall’abolizione delle tariffe minime, contrastata attraverso il codice deontologico che proibisce un compenso sproporzionato rispetto all’impegno prestato sia al ribasso che al rialzo (ma è lo stesso Ordine a farsene arbitro…), alla pubblicità informativa, che sempre secondo il codice non può essere comparativa e non può fare uso di mezzi di comunicazione “disdicevoli” (ovvero tutti, dalla radio alla televisione, dalla cartellonistica ai giornali). Inoltre, gli avvocati hanno annunciato tutti i ricorsi possibili e immaginabili, speranzosi di arrivare fino in Cassazione.

Continuare a parlare di come l’Ordine abbia perso il senso del ridicolo – cosa probabilmente anch’essa sconsigliata dalla deontologia forense – lascia il tempo che trova, come lasciano il tempo che trovano queste uscite sui giornali il cui solo effetto è di dimostrare che il Cnf ignora la dottrina sulle fonti del diritto. Piuttosto è utile ragionare sull’attuale validità e funzione dell’Ordine, che evidentemente conserva ancora un impostazione corporativista da ventennio fascista.

Cominciando banalmente col dire che è anti-democratico che una nutrita schiera di avvocati favorevoli alle liberalizzazioni debbano vedersi rappresentati da un organo che si arroga la facoltà di esprimere la volontà politica dell’avvocatura italiana intera, la reazione del Cnf assomiglia più a quella di un sindacato che di un ordine professionale.

Insomma, prima ancora di discutere (e concertare) sulle misure che la politica ha da adottare per favorire i consumatori e la meritocrazia – tariffe minime, esami di accesso agli albi, pubblicità etc. – è necessario individuare i ruoli delle parti in causa garantendo rappresentanza e legittimità alle categorie professionali. Un sistema dualistico che vedrebbe nell’Ordine Forense un puro organo di garanzia terzo rispetto alle libere associazioni di categoria (riconosciute e legittimate) sarebbe forse un passo avanti per l’apertura al mercato delle professioni.

Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Di Sostiene Proudhon (del 08/09/2006 @ 12:25:56, in Corsivi, linkato 1956 volte)

Sotto i baffi (dalemiani) rido per l’affaire De Gregorio e di tutti quei bloggers dei valori che si sono precipitati a denunciare l’incoerenza del Presidente della Commissione Difesa con i princìpi del “partito” (seconda risata) e che ora sono in pena per le ancor più fosche sorti della sinistra in Senato. A loro dico: ma chi l’ha votato, capolista al Senato, quel losco giornalista (di dubbio valore peraltro) che passando da Craxi a Berlusconi si è ora ritagliato un posto al fianco del più incallito tra i loro persecutori? Ma vi rassicuro: non temete, mi fido più di lui (che da bravo calcolatore politico, in panciolle nel suo studio, ci penserà due volte prima di mettere in pericolo la sua poltrona) che di voi, primatisti della legalità ma incapaci perfino di riconoscere un mariuolo in casa del pm. Errore del garante? è Di Pietro ad essersi sbagliato? Evidentemente certe abitudini del pool di Milano sono dure a levarsi.

Articolo (p)Link Commenti Commenti (13)  Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Di Sostiene Proudhon (del 07/09/2006 @ 16:56:14, in Non classificato, linkato 1471 volte)

Questo è un pezzo anomalo, personale. Nessuna analisi obiettiva, riguarda me e la mia città, perciò sarò parziale e coinvolto, perché Napoli non ti permette di restarne fuori. Farò qualcosa che non faccio mai, parlerò di me, sperando che attraverso le mie parole voi possiate capire qualcosa di questa città, perché dovete capire cosa c’è dietro la cronaca nera delle pagine dei giornali. Non cerco di rappresentare la Napoli che soffre, non vivo in periferia e non conosco la miseria, sono una persona normale, un napoletano che vorrebbe raccontarvi Napoli per come l’ha vissuta, nella sua normalità.

La città l’ho lasciata due anni fa per iniziare gli studi a Roma, e solo allora ho metabolizzato, ho razionalizzato quei vent’anni in cui a Napoli sono cresciuto; tra Posillipo, Chiaia e i Quartieri Spagnoli ho abitato (quasi) tutte le zone del centro, ho frequentato (quasi) tutti gli ambienti, ho vissuto (quasi) tutta la gente, mi sono lasciato fagocitare da una città che è difficile interpretare da dentro, impossibile da fuori. Quando mi sono trasferito a Roma ho subìto il distacco, ma non perché Napoli mi mancasse: piuttosto perché andandomene il senso di liberazione è stato talmente forte e inaspettato da farmela odiare, benché contemporaneamente continuassi ad amarla. E con il tempo sono cresciute la frustrazione e la rabbia e il dolore per una città che, al contrario di me, non riesce proprio a liberarsi – non potendo andarsene da se stessa. Il male che affligge Napoli ha nome e cognome, eppure non si è capaci di arrestarlo, in tutti i sensi.

Io sono cittadino di due Stati, e non si tratta di una metafora. A Roma, sono un cittadino dello Stato italiano; a Napoli, sono un cittadino dello Stato di Camorra, sovrano e indipendente. Quando torno devo sottostare ad un’altra giurisdizione. La mia sicurezza e quella della mia famiglia dipendono dalla Camorra, non dalla polizia (quella si ferma a via Toledo, la linea di confine dei Quartieri). Decidono quello che si può e quello che non si può fare. Perfino la costruzione dell’ascensore nel mio palazzo dipende da loro. Non siamo a Scampia, siamo al centro di Napoli, ma si spara lo stesso. In tempo di pace sono i fuochi d’artificio a sparare, e non solo per festeggiare Sant’Anna o San Gennaro, loro sparano quasi tutte le sere per scambiarsi segnali, per comunicare l’arrivo di una partita di droga; in tempo di guerra sparano anche le armi da fuoco. In tempo di guerra, di faida, lo Stato di Camorra non è più in grado di proteggerci, ed è il caos. Le strade si svuotano al tramonto, inizia il coprifuoco, e i cani sciolti, la microcriminalità, si approfittano del momentaneo vuoto di potere. Solo quando uno dei clan ristabilisce l’egemonia sui Quartieri, posso ricominciare ad uscire la sera, sapendo che al mio ritorno le ronde sui motorini che schizzano tra i vicoli, riconoscendomi, mi lasceranno stare.

“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Sentire queste parole fa male, anche se chi le ha pronunciate e chi le ha sostenute lo ha fatto con coraggio e in buona fede. A noi la dignità c’è stata negata alla nascita, la dignità di non essere omertosi, di non essere complici. Io non li voglio gli eroi, e soprattutto non voglio i martiri. “La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni” sono le parole di Giovanni Falcone. Ma la gente di fuori non capisce, ci compatisce o punta il dito. Come Giorgio Bocca, che pensa che farsi un giro in taxi per Napoli sia sufficiente a comprenderne l’anima per poi riversarla in un insulso libercolo dal titolo arrogante “Napoli siamo noi”; come la Lega che ci vomita addosso il suo razzismo e la sua ignoranza quando si vanta che, se al Nord la Camorra non c’è, è perché la prenderebbero a calci in culo.

Con i recenti fatti di cronaca si riaffaccia un incubo che un anno e mezzo fa è costato la vita ad un centinaio di persone in pochi mesi, innocenti e non. In una giustizia tutta da riformare, alcuni capifamiglia sono riusciti a farsi condannare non per associazione a delinquere di stampo mafioso ma per reati minori, risultando così beneficiari dell’indulto. Si riaffacciano gli omicidi, le faide e la disperazione delle donne che, in un mondo al rovescio, difendono i loro “concittadini” dalla polizia scaraventando qualunque cosa dalla finestra, facendo quadrato attorno a spacciatori ed assassini. Si riaffaccia l’orlo del baratro per Napoli, e l’unica cosa di cui avremmo bisogno, è lo Stato, quello vero.
Articolo (p)Link Commenti Commenti (10)  Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Di Sostiene Proudhon (del 06/09/2006 @ 13:27:47, in Media e Informazione, linkato 1113 volte)

«Sulla Rai mi domando se non stiamo troppo buoni: anziché occupare la tv pubblica ci siamo occupati di politica estera». E subito si scatenò la bufera su D’Alema. Da sinistra si leva un coro di critiche moraliste, da destra si denuncia “l’indecenza” della spartizione delle poltrone; Fini sentenzia che «il lupo perde il pelo ma non il vizio», e di risposte a tono ce ne sarebbero tante, come la biblica pagliuzza nell’occhio, perché da che pulpito scende la predica. Ci mancano solo le richieste di dimissioni.

Che l’opposizione tiri acqua al suo mulino, con spudorata faccia di bronzo, è nell’ordine delle cose, e ce lo si poteva aspettare. Ma che a sinistra si sia deciso di affrontare l’argomento con piglio ipocrita – e proprio dalla blogosfera gli esempi più lampanti – non dico che sorprenda, ma ad ogni modo delude. Cos’ha fatto D’Alema, se non esorcizzare con affilate parole l’annosa questione della televisione pubblica? Far finta di indignarsi perché il Ministro degli Esteri scherza sulla lottizzazione della tv significa credere, per stupidità o ingenuità, che davvero la nomina dei vertici Rai possa essere insieme politica e imparziale/indipendente. O meglio, si da tal credito alla sinistra e non alla destra, e questo è retaggio della cultura della superiorità morale; allora fa bene D’Alema ad essere così diretto. Non si tratta banalmente di un “che siamo più fessi degli altri, noi?”, è il voler chiamare le cose con il loro nome, e mettere la gente di fronte ai fatti.

La Rai è nata lottizzata, anzi è nata democristiana, la lottizzazione è una conquista civile relativamente recente. Ma noi non ci accontentiamo, il pluralismo non ci basta, vogliamo – giustamente – di più: informazione indipendente, programmi di qualità, un servizio pubblico che sia tale. Come fare? Non di certo auspicandosi che la politica smetta di curare i propri interessi solo perché “di sinistra”.

L’unica proposta sul tavolo, al momento, è un disegno di legge promosso dalla “società civile” (50mila firme con le adesioni di Biagi, Luttazzi, Castellitto e tanti altri), Perunaltratv.it, che se non altro ha il merito di elaborare un’alternativa, con l’abolizione della Commissione Parlamentare di Vigilanza e la nomina del CdA ad opera di un Consiglio per le Comunicazioni formato da 10 “politici” (7 dal Parlamento e 3 dagli enti locali) e 11 esponenti della società (sindacati, università, informazione etc.). Il disegno di legge è stato presentato sia alla Camera che al Senato, e nonostante sia difficile che veda la luce, a confronto con l’ipocrisia delle verginelle che criticano il Governo (nel quale D’Alema semmai è stato il più onesto) è un campione di pragmatismo e real politik.
Articolo (p)Link Commenti Commenti (2)  Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Pagine: 1



Titolo






 

Add to Technorati Favorites




Cerca per parola chiave
 


09/09/2010 @ 22.34.58
script eseguito in 79 ms