Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente
Stamane il Giornale di Belpietro titolava: "La Turco vuole l'eutanasia per legge". Bel colpo, Belpietro, nessun altro quotidiano ha riportato la notizia. E in effetti, questo perché ad aver presentato il disegno di legge non è stata il Ministro Livia Turco, bensì Maurzio Turco, deputato della Rosa nel Pugno. Bel guaio, Belpietro, qui le scuse diventano d'obbligo, in pubblico e in privato. Ma la Turco non si placa, chiede le dimissioni perché si sente "indignata e scandalizzata di quanto accaduto, evidentemente la bramosia di infangare colui che si ritiene l'avversario politico è tale da offuscare addirittura la capacità di leggere i nomi e cognomi", come dire che sostenere il diritto all'eutanasia comporti una terribile vergona, se non addirittura una colpa. Al che Belpietro, a cui proprio non va giù che gli si sottragga lo scettro dell'ipocrisia, replica: "trovo singolare [che la Turco] chieda le mie dimissioni: quelle di un direttore di giornale, semmai, le chiedono gli editori; le ingerenze del mondo politico nella gestione dei giornali sono gravi". Insomma, un botta e risposta tra asini e buoi.
L’opera originale a cui si fa riferimento è “Nietzsche contro Wagner”; non che abbia molte affinità con ciò di cui andremo a parlare, ma il cui titolo si prestava meglio ad essere manipolato per introdurre l’argomento di queste pagine . Ovvero che, se il buon Federico Wilhelm avesse potuto godere del piacere di andare al cinema, il suo film preferito sarebbe stato senza dubbio “Arancia Meccanica”, famoso e famigerato film di Kubrick, tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess. Le argomentazioni proposte sono frutto di una libera e personale interpretazione del film... continua a leggere su Pianosequenza
Forse dovrei riferirmi direttamente ai giornalisti de “L’Avvenire”, perché, nonostante i motivi di dissidio con papi, vescovi e cardinali siano tanti, questa volta gli strali anti-illuministi non arrivano da alti prelati, bensì dalle pagine del quotidiano episcopale. E dubito che una vecchia volpe come Ruini avrebbe usato argomenti tanto beceri come quelli contenuti negli articoli di Dalla Torre e Folena per difendere la causa cattolica.
Oggetto della polemica sono le satire d’autore che la Littizzetto, Fiorello e Crozza compiono nelle forme, nei modi e nei toni più diversi ai danni rispettivamente di “Eminence”, dello sportivo padre Georg e del pazzerello Papa Ratzinger. Secondo Dalla Torre, che si spende in un predicozzo inquisitorio che ormai nemmeno i parroci di campagna, si tratta di una satira «fallimentare» che «non senza una certa dose di vigliaccheria, prende di mira solo la religione cattolica e persone che ne sono rappresentative». Addirittura, «a fronte di comportamenti del genere potrebbe invocarsi la forza della legge penale, che detti comportamenti oggettivamente ledono in più punti; ma in questa sede interessa piuttosto richiamare l’attenzione su altri aspetti di una questione che tocca tutti», pertanto dobbiamo ringraziare tutti il sig. Della Torre che, in virtù della sua clemenza e misericordia (come ben sappiamo, sentimenti esclusivi della cristianità) ancora non ci ha intentato causa per vilipendio della religione. Folena rincara la dose, affermando da acuto osservatore delle dinamiche della comunicazione «che intanto il Papa viene allegramente svillaneggiato e i villani commettono l’errore più banale che un comunicatore possa compiere: dimenticano il proprio pubblico, non si sintonizzano su di lui», e si, perché Folena, sostituendosi all’Auditel, ci apre gli occhi svelandoci con un’abilissima interpretazione di retropensiero che, se «chi sta a casa e viene ferito nei suoi sentimenti» non cambia canale, è perché «forse è assuefatto, ed è raro che reagisca e invece tace». Sillogisticamente sfavillante la conclusione: «se questo è il circo, chiediamo ai clown: giù le mani dal Papa […] e se vi riesce impossibile provare delicatezza e rispetto per il Papa, cercate di provarne per le centinaia di milioni di cattolici in tutto il mondo, che seguendovi vi danno da vivere» ma come, non erano gli stessi cattolici feriti nell’intimo? prima soffrono, poi però li seguono assiduamente, un po’ contraddittori, no? sarà che infondo si divertono, quei mascalzoni peccatori? «prima della satira, c’è la persona con la sua sensibilità, il suo cuore e la sua anima, altrimenti è fondamentalismo satirico, roba su cui c’è poco da scherzare». Ma invece di fare tanta fatica per accostare tra loro una dozzina di parole che assomiglino vagamente ad un’argomentazione, non fareste semplicemente prima a cambiare canale?
I sentimenti, di qualunque natura essi siano, fanno parte della nostra sfera privata. Dal momento in cui si decide di esporli ed ostentarli in pubblica piazza, non possono essere sottratti al giudizio degli altri; se un tronista della De Filippi si lamentasse della ridicolizzazione dei propri sentimenti, suonerebbe un po’ ipocrita, no? Ma non è di questo che stiamo parlando. Perché le satire della Littizzetto, di Crozza e di Fiorello (quest’ultima è addirittura uno sfottò, più che una satira) non sfiorano neanche lontanamente il sentimento dei fedeli, si accaniscono invece sull’invadenza politica e culturale che il clero perpetra ai danni anche di chi fedele non è. E questi due articoli non sono altro che la controprova del vizio illiberale che ancora inquina il comportamento pubblico di chi si definisce cattolico.
Non bastavano i problemi congiunturali, i problemi strutturali, i problemi psicologici, i problemi interni e i problemi di socializzazione socialista. Dallo stallo della Rosa nel Pugno siamo passati alle stalle di Radio Radicale e alle stelle che ha visto Diego Galli, responsabile della suddetta radio. Galli, che in soldoni potremmo definire come il delfino di Massimo Bordin, ha inviato una diffida legale all’autore del blog Daw al fine di far rimuovere un video satirico, intitolato Casa Pannella, che in pochi giorni ha riscosso un grande successo, finendo addirittura alle cronache dei tg nazionali. L’apparentemente inspiegabile decisione di Galli di ricorrere alle vie legali è stata motivata, a sentire da quanto riportato dallo stesso Daw, dalla distorsione informativa che il video produrrebbe sullo spettatore e dalla lesione dell’immagine per la Radio (inizialmente non citata come fonte, errore però immediatamente corretto alla prima segnalazione) e per i dirigenti del partito.
Le motivazioni sembrano del tutto infondate: avendo avuto modo di vedere il video in questione appena ieri, personalmente posso dire che l’intento satirico fosse chiaro come il sole e che, opinione evidentemente personale, il prodotto fosse anche ben riuscito – davvero divertente. Pertanto non posso che esprimere la mia solidarietà al blogger Daw.
Da fedele ascoltatore di Radio Radicale e da sostenitore della Rosa nel Pugno mi auguro non solo che si faccia marcia indietro, ma che sia la radio sia il partito prendano le distanze da quest’iniziativa, offrendosi per contro di ospitare il video Casa Pannella sui propri siti web per sgombrare il campo da equivoci e, in continuità con la loro storia, ribadire l’attaccamento ai valori del pluralismo, della libertà d’espressione e della libertà di satira; perché davvero, questo da un radicale non me lo sarei mai aspettato.
Sono sopravvissuto al congresso dei radicali nonostante Pannella, nonostante il freddo che faceva in Veneto, nonostante gli scontri tra fascisti e no global, nonostante la Bologna-Padova; è già un risultato, ed il secondo potrebbe essere quello di raccontarvelo, il congresso, senza le forzature dell’informazione giornalistica ma con l’obiettività – si spera – di chi, da osservatore e non da iscritto, ha seguito tre giorni ininterrotti di dibattito. Certo, si tratta dell’obiettività parziale di un sostenitore del progetto Rosa nel Pugno in quanto tale (e non puramente dei radicali), ma quantomeno dovrebbe preservarsi immune dalle logiche interne al movimento.
Oggi i giornali titolano la vittoria di un tridente tutto al femminile per la guida del partito, composto da Rita Bernardini (ex tesoriere) alla segreteria, Elisabetta Zamparutti (ex Nessuno Tocchi Caino) alla tesoreria e Maria Antonietta Coscioni alla presidenza. Candidate la prima da Capezzone, la seconda dalla Bonino e la terza da Pannella, la loro affermazione sembrerebbe aver ricomposto quella frattura nata in seno al congresso e minimizzata da Pannella come una semplice distorsione dei mezzi d’informazione. Anche l’approvazione di una mozione generale unica, incentrata sulla relazione del segretario uscente, sembrerebbe confermare questa tesi. Eppure fino a sabato notte – notte che ha visto dopo la sospensione del dibattito congressuale avvicendarsi una direzione durata fino alle quattro del mattino – la situazione era ben diversa.
Sabato, la frattura che Pannella ha attribuito alla sola immaginazione dei giornali si è vista eccome, o meglio si è sentita in una sequela di interventi ad opera di congressisti che, a tratti davvero ingenerosamente, si sono spesi nell’evidenziare gli errori della segreteria capezzoniana, scadendo magari nel paradossale (“Capezzone a Markette è come Mastella a Porta a Porta”) per poi non riconoscergli neanche un merito. Cos’è che ha causato ed alimentato questa frattura? Dietro lo stillicidio ai danni di Capezzone si possono forse intravedere ragioni psicologiche, come lui stesso ha descritto “l’ansia di Pannella” (e, mi dispiace doverlo dire, l’invidia di alcuni militanti), ma il nodo politico c’era, e, a mio avviso, c’è tutt’ora, nonostante la mozione generale unica. Non si tratta però di una questione propriamente politica, piuttosto di una questione sul metodo politico.
Il botta e risposta congressuale tra Capezzone e Pannella (e tra i loro sostenitori) è il confronto fra due modi non opposti ma sicuramente diversi di voler interpretare l’attività politica radicale. Da una parte chi ingoia tanti rospi per diventare forza di governo e per incidere, seppur di poco, sul Governo; dall’altra chi, richiamandosi continuamente alla tradizione delle battaglie radicali e al “caso Italia” (con questo nome i radicali denuncivano il grave deficit democratico e di civiltà giuridica che affligge il nostro paese), difende la linea dei “duri e puri”, del movimentismo di lotta e di (poco) governo. I numeri sembravano congressualmente favorevoli a Capezzone fin dall’inizio, eppure il carisma e la storia di Marco Pannella hanno fatto sì che nessuno osasse contraddirlo difendendo platealmente il segretario uscente. E sulla scia di Pannella, un manipolo di “irredentisti” radicali, fiancheggiati dall’europarlamentare Cappato, ha continuato nel mettere sotto accusa la segreteria imputando però al solo Daniele, e non all’intera dirigenza, la crisi delle iscrizioni e dell’autofinanziamento.
Com’è andata a finire, l’abbiamo visto. Se sabato sera si vociferava non solo di un’astensione a danno di Rita Bernardini ma addirittura di una possibile candidatura di Cappato, la riunione notturna ha riappacificato la dirigenza, anche con qualche sincera lacrima di sfogo, mitigando il dissidio tra Capezzone e Pannella. Tolto così il terreno sotto i piedi a quanti volevano far prevalere al congresso la discontinuità della nuova segreteria, Rita Bernardini è stata eletta con più di due terzi dei voti: dei mal di pancia e dei malumori resta solo la piccola spia di 55 voti nulli tra schede bianche e non valide così come resta l’imprevista acquisizione di 17 posti su 60 al comitato nazionale da parte della lista pro discontinuità – una delle due liste candidate.
Insomma, il millantato siluramento di Capezzone non è avvenuto anche e soprattutto per il sostegno che la base, alla fine, gli ha dimostrato, ed egli stesso ha mosso un passo in avanti verso la riconciliazione ammettendo l’errore di aver soprasseduto, almeno inizialmente, sull’incompatibilità tra la carica di segretario e gli impegni istituzionali. Resta però da sciogliere un nodo, quello del metodo politico, che dal mio punto di vista non è stato del tutto superato, lasciando che la mozione generale unica lo coprisse con un velo di ambiguità. L’unicità del movimentismo radicale, quello di “una testa, un voto”, risente ormai del peso del tempo. Senza voler negare il “caso Italia”, oggi l’assetto partitico ed istituzionale del paese non è più quello della prima repubblica, e se i radicali hanno compiuto dopo più di un decennio finalmente una scelta di governo con il progetto Rosa nel Pugno, è stato anche grazie alle contingenze politiche attuali. Senza quindi abbandonare le loro battaglie, fra cui anche quella per un bipolarismo sano ed efficiente e per una riforma della politica, i tempi si sono dimostrati maturi per agire dall’interno del sistema; d’altronde l’esito del congresso e la riaffermazione del Capezzone politico parlano chiaro, e si muovono proprio in questa direzione. Ebbene, se davvero si vuole seguire questo percorso, bisogna rendersi conto della necessità innovare anche la stessa forma partito dei radicali. Un soggetto politico di tale portata non può accontentarsi di esaurire il suo potenziale in punti programmatici che rimangono solo su carta o con la semplice testimonianza morale, ma deve aspirare ad un congresso che conti ben più di soli 500 partecipanti, di cui solo 300 iscritti sul totale nazionale di circa 1600 . Senza tradire lo spirito radicale per una triste burocrazia di partito, è necessario ripensare il sistema partecipativo e vincere anche al proprio interno la paura del cambiamento, alla quale neppure i radicali evidentemente sono immuni. Solo perseguendo quest’obiettivo sarebbe possibile convogliare quei radicali “clandestini” che si mobilitano in tanti durante le grandi battaglie – e poi scompaiono – direttamente all’interno del movimento, per tradurli in un’attività politica che sia forte, costante ed organica. Se non si affronterà la questione a viso aperto, i radicali resteranno nel limbo della politica.