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Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente

Pierre Joseph Proudhon
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Sostiene Proudhon (del 31/12/2006 @ 16:07:27, in Ipse dixit, linkato 594 volte)
"Buck Mitchell alla battuta... e la palla va, va, va... come la credibilità dell'America agli occhi del mondo!"

I Simpson
Episodio HABF16
(23/12/2006)
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Di Sostiene Proudhon (del 24/12/2006 @ 18:37:40, in Estemporanee, linkato 447 volte)
1. Contro Ratzinger; Anonimo, ISBN Edizioni
2. Contro Ratzinger 2.0 (update); Anonimo, ISBN Edizioni
3. Un'Etica senza Dio; Eugenio Lecaldano, Editori Laterza

Auguri di buone feste a tutti.
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Di Sostiene Proudhon (del 21/12/2006 @ 17:07:56, in Corsivi, linkato 635 volte)
C'è qualcuno che afferma che dovremmo andare tutti in galera. Io, invece, sono fiero, oggi più che mai, di essere iscritto all'Associazione Luca Coscioni. Che vengano pure a prendermi.
Ciao Piero.
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Di Sostiene Proudhon (del 17/12/2006 @ 16:15:28, in Non classificato, linkato 1235 volte)

Represso e mal pagato, frustrato e sottomesso, così lo cantava Rino Gaetano, ed è un po’ la condizione che caratterizza l’individuo nella società italiana. In Italia gli individui non esistono, né culturalmente, né economicamente, né politicamente. Esistono le famiglie, esistono i partiti, esistono le lobby, esistono le corporazioni, con i loro interessi ed i loro diritti – talvolta privilegi. Per l’individuo resta ben poco.

In Italia esistono le leggi individuali, ed esiste un centrodestra che fa dell’individualismo la sua bandiera, ma non nella sua connotazione metodologica, bensì nella sua accezione più becera, antistatale e antisolidale. Esiste anche una sinistra, ormai redenta da egalitarismi spersonalizzanti e pensieri unici, che si arena al centro e non riesce a rivendicare per l’individuo l’emancipazione e l’autonomia.

In Italia resiste un welfare conservatore e discriminatorio, per il quale l’individuo conta poco e niente, se non è iscritto, federato, associato, sposato, con figli. E se sembra che la sinistra non abbia mai neanche sentito parlare di modello universalistico, anche la destra, dal canto suo, si guarda bene dal proporre welfare liberali fondati sulla responsabilità individuale.

Funziona così anche per i diritti civili: l’individuo è libero di scegliere nel privato, ma se vuole partecipare, non lo è più, e deve ripiegare sulle sole opzioni che lo Stato gli mette a disposizione; è uno Stato etico, perché la sua morale e la sua volontà si sostituiscono a quelle dell’individuo, che finisce col non poter disporre nemmeno del proprio corpo e della propria vita. E quand’anche il suo corpo e la sua vita non fossero suoi ma di Dio, alla fine i conti con Dio li farà lui, e non certo lo Stato.

In un paese così, se mio fratello è figlio unico, non ha speranze.

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Di Sostiene Proudhon (del 13/12/2006 @ 20:23:18, in Ipse dixit, linkato 640 volte)
"Mi vorrei rivolgere ad entrambe le onorevoli [Giorgia Meloni e Cinzia Dato]: ma è davvero possibile riuscire a garantire le pari opportunità nelle imprese, nelle aziende, nelle istituzioni, che sono settori della vita pubblica, quando la politica italiana, in netta controtendenza con il resto d'Europa, persevera nel discriminare gli individui nel privato? mi riferisco, ovviamente, ai pacs come ai matrimoni omosessuali"

Sostiene Proudhon
Incontro con gli studenti sulle Pari Opportunità
(Roma, 13/12/2006)
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Di Sostiene Proudhon (del 12/12/2006 @ 18:44:37, in Ipse dixit, linkato 517 volte)
"Se dovessimo staccare la spina a lui [Welby], dovremmo farlo con migliaia di pazienti nelle sue stesse condizioni. Lei se la sentirebbe di spegnere la mente di un uomo così lucido, capace di descrivere in modo così profondo il dramma che sta vivendo? No, io non me la sentirei. Credo che Welby con la stessa forza con cui chiede di morire abbia scelto di rinunciare agli antidolorifici e [abbia scelto] di soffrire per mantenere la lucidità e continuare la battaglia. La cosa milgiore sarebbe interrompere l'accanimento mediatico"

Amedeo Bianco, Presidente dell'Ordine dei Medici
Corriere della Sera (12/12/2006)
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Di Sostiene Proudhon (del 12/12/2006 @ 00:20:19, in Massimi sistemi, linkato 2531 volte)

Quando il centrodestra, con in testa Marcello Pera, durante la diatriba sulla citazione delle radici cristiane nella costituzione europea, si trincerò dietro la frase di Benedetto Croce “Perché non possiamo non dirci cristiani”, cominciò una vivace polemica intellettuale sull’interpretazione del reale significato di quelle parole. Il celebre saggio di Croce descrive il cristianesimo come «la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto», però dal punto di vista storico-filosofico: Croce, infatti, riteneva che la riflessione filosofica comportasse il superamento della religione mitologica in favore di una nuova spiritualità individuale, e l’emancipazione dei valori cristiani dal cristianesimo stesso. Ci riferiamo, d’altronde, ad un laico che così commentò i Patti Lateranensi al Senato: «Accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l’ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza». Appare dunque evidente la forzatura nei confronti del filosofo: essa, però, è la spia di uno scontro che si va radicalizzando nell’agone politico occidentale post undici settembre. Perché se con la caduta del muro e la fine del bipolarismo ci eravamo affrettati a decretare la morte delle categorie della destra e della sinistra (o quantomeno le abbiamo ridimensionate), queste stanno riprendendo rapidamente vigore in una battaglia ideologica che non vede più il mercato come primo motore dialettico, bensì l’identità storica e filosofica della democrazia. La questione potrebbe sembrare di lana caprina, eppure coinvolge tematiche che ci riguardano direttamente, dalla laicità dello Stato, alle politiche comunitarie (si veda l’ingresso della Turchia in Europa), alla società aperta e multiculturale, alle libertà individuali, ai diritti civili. Cos’è, dunque, ciò che identifica la democrazia occidentale? E a quali radici storico-filosofiche possiamo ricondurre quest’identità? Ancora, qual è il fondamento dello Stato moderno? Qual è la fonte prima del diritto?

A contendersi le ragioni della democrazia sono, sostanzialmente, due fazioni: i tradizionalisti e i relativisti, dove per tradizionalisti intendiamo gli assertori della superiorità culturale dell’Occidente, strenui sostenitori del fondamento natural-divino del diritto, chiamati alle armi dopo l’undici settembre dalla corrente teocon americana per fronteggiare lo scontro di civiltà; mentre per relativisti intendiamo gli eredi della lezione illuminista, fermamente convinti del fondamento razionale e positivo del diritto, difensori della società aperta e del multiculturalismo, arruolati nelle fila del fronte laico.

Denunciando la Dittatura del Relativismo, Joseph Ratzinger ha lanciato un’offensiva culturale di grande portata che sta decisamente caratterizzando il suo pontificato, offensiva che è stata accolta e rilanciata dal centrodestra, e in primis da Marcello Pera con il suo “Manifesto per l’Occidente”. Eppure, la contraddizione per chi si proclama paladino della libertà e della democrazia, è sottile ma sostanziale. Il Professor Gennaro Sasso, ordinario di filosofia teoretica alla Sapienza e direttore dell’Istituto per gli Studi Storici di Napoli (fondato proprio da Croce) ci spiega che dittatura del relativismo significa «assenza di un centro costituito come verità», al quale si sostituiscono verità molteplici e provvisorie in perenne confitto fra loro. Data la fallibilità umana e l’impossibilità di decretare una verità assoluta fra le tante, ne consegue la necessità di un pluralismo etico e culturale che tuteli la diversità e il dissenso: da qui, il relativismo come presupposto fondante della democrazia, unico regime a consentire e garantire il dissenso. Infatti: «chi fa la critica del relativismo, fa né più e né meno la critica dello Stato di diritto […], quello Stato secondo il quale esiste per il cittadino la libertà di professare qualunque fede come di non professare nessuna fede, di essere in conflitto con alcune autorità costituite; tutto ciò purché non vengano lesi i principi dell’ordinamento positivo». Il relativismo è il diretto discendente della tradizione illuminista dei Montaigne e dei Montesquie, dei Locke e degli Stuart Mill, dei Voltaire e dei Tocqueville, i padri fondatori del liberalismo. Tant’è vero che non siamo nuovi ascoltare Ratzinger condannare oltre che il relativismo, perfino l’illuminismo e la democrazia moderna. E, tutto sommato, considerato il ruolo da lui investito, appare una scelta coerente, in difesa di un ordinamento divino – quello cattolico – contrapposto all’ordinamento positivo del costituzionalismo moderno.

Sorprende invece come Marcello Pera, sedicente liberale e “popperiano” della prima ora, si sia trasformato in trascinatore della corrente degli atei devoti (corrispettivo italiano dei teocon), facendo outing con le sue dichiarazioni contro il meticciato di razze e culture, e con la pubblicazione del saggio “Senza Radici”, redatto a quattro mani con l’allora Cardinale Ratzinger. Pera è il sintomo più evidente di una destra che ha smarrito il senso della libertà dei moderni, e che finisce col tradire gli stessi principi liberali di cui si proclama portatrice.

L’Europa detiene un primato, che è quello di aver teso alla libertà fin dall’antica Atene. La superiorità dell’Occidente risiede nell’esser stato capace di difendere ed istituzionalizzare quella libertà; non si tratta quindi di una superiorità culturale, etnica o biologica, ma epistemologica e metodologica. Si tratta di quel metodo, appunto, che fonda sulla tolleranza e sul pluralismo etico la convivenza civile. Rinunciarvi, e rinunciare al primato della ragione illuminista di fronte alla pur difficile sfida che ci vede impegnati a fronteggiare i fondamentalismi significherebbe rinnegare ciò che l’Europa è. Pertanto se non possiamo non dirci cristiani – in senso puramente crociano – è ancor più vero che, se democratici, se liberali, se occidentali, non possiamo non dirci relativisti.

Riferimenti bibliografici:
Intervista a Gennaro Sasso; Filosofia.it

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Di Sostiene Proudhon (del 07/12/2006 @ 03:26:46, in Politica interna, linkato 650 volte)

Ieri sera a Ottoemezzo era di turno Cesare Damiano. L’ex sindacalista, oggi Ministro del Lavoro in quota Ds, ha discusso di welfare, flessibilità, pensioni. Ne è uscito bene, non di più. Le vere difficoltà sono sorte quando la Armeni ha insistito sui progetti a lungo termine, sugli scenari futuri, sulle visioni: forse è un’interpretazione maliziosa, ma si potrebbe dire che su questi argomenti non fosse Damiano ad essere poco ricettivo, quanto il venturo Partito Democratico ad indurre all’autocensura.

Il primo nodo da sciogliere riguardava i contratti a tempo determinato e l’uso improprio che le aziende ne fanno. Damiano ha spiegato che l’anomalia non risiede nell’introduzione della flessibilità, elemento a suo dire indispensabile per un’impresa che voglia restare competitiva, piuttosto nella sua cristallizzazione ed il conseguente stato di precarietà in cui versano i lavoratori per periodi straordinariamente lunghi. Un possibile rimedio, secondo il Ministro, consisterebbe nell’abbassare il costo del lavoro a tempo indeterminato (tre punti di riduzione del cuneo fiscale a favore delle imprese) cosicché le aziende siano incentivate ad assumere e contemporaneamente a valutare secondo le reali esigenze la possibilità di un contratto a tempo determinato, visto il suo costo maggiore. Per rafforzare la sua tesi, Damiano ha inoltre smentito l’ipotesi secondo cui la flessibilità aumenterebbe l’occupazione: la divisione delle ore lavorative fra più collaboratori, infatti, non sarebbe indice di un incremento dell’attività lavorativa, e di conseguenza la creazione di nuovi posti di lavoro – che va perseguita con altre ricette – risulterebbe solo fittizia. Sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ha fermamente espresso la sua contrarietà a qualunque tentativo di modifica o abolizione. Per quanto riguarda le pensioni e gli ammortizzatori sociali, si è detto favorevole all’innalzamento dell’età pensionabile, ma escludendo i lavori usuranti e disegnando un percorso assai più graduale rispetto allo scalone della riforma Maroni. Infine, incalzato dalla Armeni sugli scenari futuri del mercato del lavoro a fronte della globalizzazione, ha fatto capire che al momento lo preoccupano di più gli importanti ed impellenti problemi dell’immediato presente. Poi si vedrà.

Il Ministro è sembrato capace e competente; ha mostrato propensione al dialogo e nello stesso tempo ha difeso senza indugi alcuni degli argomenti più spiccatamente di sinistra, come l’articolo 18, zittendo così – come se ce ne fosse stato bisogno – quei contestatori sinistroidi duri e puri che l’additavano come schiavo dei padroni e venduto alla Confindstria, secondo un vecchio vizio massimalista della sinistra italiana. Alcune sue proposte suonavano convincenti, ma è mancato quel piglio di chi sa dove sta andando. L’incapacità di offrire al paese una visione del futuro, un progetto a lungo termine, un’idea complessiva ed organica della società non è un limite di Damiano, ma della sinistra nel suo insieme. Ed è difficile pensare che su questo limite non gravi il peso di un progetto politicamente ambiguo come il Partito Democratico. Se si proseguirà per questa strada, ci si dovrà accontentare di un riformismo a spicchi.
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Di Sostiene Proudhon (del 05/12/2006 @ 13:52:56, in Corsivi, linkato 519 volte)
Apprendo dal Riformista di oggi che Luca Volontè ha commentato con queste parole l'insediamento della commissione sulla terapia del dolore: «I laicisiti tacciono sui pericoli di un governo che si arroga il potere di decidere quale vita valga la pena di essere vissuta». Quale frase, meglio di questa, potrebbe descrivere l'impasse della sinistra laica sull'eutanasia? Forse Volontè è più avanti di quel che pensiamo, siamo noi che non riusciamo a stargli dietro.
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Di Sostiene Proudhon (del 05/12/2006 @ 02:44:13, in Politica interna, linkato 507 volte)

La rottura di Casini apre ufficialmente una nuova stagione di trasformazioni politiche. L’attuale sistema partitico è stato drogato da fattori contingenti (tangentopoli ed il berlusconismo) che hanno prodotto un bipolarismo anomalo ed instabile, incapace di accompagnare all’alternanza (grande novità della Seconda Repubblica) la governabilità e le riforme. Il leader dell’Udc ha sparigliato le carte in tavola nel centrodestra; contemporaneamente a sinistra ci si interroga sui contenuti e le modalità di un partito unificatore delle forze riformiste. Ci sono, insomma, le premesse per scompaginare lo schema bipolare italiano e ridefinirlo secondo un più efficiente criterio europeo, che veda contrapposte due grandi forze – progressisti e conservatori – in grado di portare avanti con decisione (e autonomamente) le riforme. Bisogna però accompagnare e guidare queste trasformazioni per evitare che diventino meri trasformismi; per farlo, sono necessarie lungimiranza politica e un po’ di ingegneria istituzionale.

Facciamo un po’ di conti: la parabola politica di Berlusconi, malori e malumori a parte, sta fisiologicamente volgendo al termine. Il partito non c’è, e la tanto agognata rivoluzione liberale è stata disattesa; resta un ampio bacino di voti moderati che ha mostrato i primi segni di cedimento alle scorse politiche, accrescendo in parte l’Udc ed in parte An, entrambe uscite rafforzate dalle urne. Casini alza la posta rivendicando la discontinuità ed un ruolo da protagonista nel centrodestra, mentre Fini, dal canto suo, pur restando al momento comprimario di Berlusconi, si prepara a portare il suo partito nel Ppe. Non si può escludere che, se entrambi continuassero su questa strada, una volta superato Berlusconi ed il berlusconismo potrebbero convergere in un vero nuovo partito popolare e moderato, plausibile meta anche di buona parte della Margherita (che non sarebbe più costretta ad inventarsi improbabili case europee). E a sinistra? A sinistra, ai Ds toccherebbe l’ardua impresa di risolvere finalmente la questione socialista, riconciliandosi innanzitutto con sé stessi, e poi con un’importante fetta di elettorato che dai primi anni novanta o è rimasta senza rappresentanza o ha rancorosamente riposto la sua fiducia nel vittimismo istituzionale di Forza Italia. Si tratta di un’operazione difficile e coraggiosa, ma i tempi sono maturi per puntare a qualcosa di più di un partito democratico: magari ad un partito laburista.

Un mondo possibile come quello appena descritto consentirebbe ai riformisti ora dispersi nella galassia di partiti e partitini di compattarsi ed elaborare programmi un po’ più arditi dei funambolici compromessi d’oggigiorno. Resta un problema: il mondo possibile che ha in testa Casini è forse un altro, più vicino all’idea del centrismo e della grande coalizione che allo swing of the pendulum bipolarista. La Gosse Koalition, per Casini, impedirebbe agli estremisti destrorsi e sinistrorsi di bloccare le riforme: poco male se poi i governi ristagnerebbero al centro – infondo stiamo parlando di un democristiano. Neanche il tempo di pensarlo che già arrivano le ipotesi di alleanze trasversali in vista delle europee con Mastella. Per scongiurare questo pericolo occorre congegnare un oculato sistema elettorale che renda velleitario qualunque tentativo al di fuori dei poli e che preservi la governabilità. Il che non significa necessariamente “maggioritario”. Se non si volesse rinunciare alle virtù del proporzionale (rappresentatività, incentivo alla partecipazione) ed al contempo garantire la stabilità, sarebbe possibile salvare capra e cavoli introducendo a) una soglia di sbarramento seria al 5% senza ripescaggi di sorta; b) vincolo di coalizione; c) premio di maggioranza al partito (non alla coalizione); d) le preferenze; e) collegi territoriali più piccoli.

Un sistema elettorale efficace e, certo, un po’ d’intraprendenza ed intelligenza politica potrebbero finalmente restituire all’Italia quella “normalità” politica che il nostro sistema partitico non ha mai conosciuto e senza la quale è difficile pensare di poter affrontare le tanto invocate riforme strutturali. Ben venga quindi l’exploit di Casini, a patto che rinunci a qualsiasi ipotesi centrista: ciò dipende in buona parte da cosa farà (e quanto durerà) il governo Prodi, ma soprattutto da come si deciderà di affrontare la questione del partito democratico.

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07/09/2010 @ 5.46.17
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