Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente
Interrogato sul ritorno in Rai di Funari con Apocalypse Show, Diego Cugia ha detto: «Parleremo dei disastri climatici e di quelli interiori di ciascuno di noi e dei fenomeni, come il delitto di Cogne, che nessuno ha mai portato in uno show». Piccata la replica di Vespa: «Perché, cosa crede Cugia, che io stia qui a fare informazione?!»
L’impressione è che sia finita una fase storica, quella della transizione: la sinistra cessa di essere post per intraprendere un cammino nuovo. Tenendo conto della distinzione fra le intenzioni e quelli che saranno i risultati ottenuti, la volontà dei Ds si è manifestata con chiarezza durante il congresso di Firenze decretando lo scioglimento del partito in favore di un soggetto politico riformista unitario. «Noi non bastiamo più», sono le parole di Anna Finocchiaro, e rappresentano la sintesi di un partito che non ha raggiunto gli obiettivi preposti e di un paese che impone necessariamente una terza via alla sinistra; perché se da una parte il Partito Democratico si candida ad essere il protagonista della riforma della politica italiana, dall’altra nessuno tace sulla sua natura realista e compromissoria, e sullo scarno coraggio dei suoi contenuti politici, dettati più che altro dal pragmatismo e dall’imbarazzante ritardo delle istituzioni.
Sezioni e gazebo
L’unica, vera, meritoria questione posta sul tavolo della discussione è invece l’organizzazione della politica. La struttura Ds, per quanto macchinosa, ha dato prova di grande democraticità (cosa che non può dirsi per la controparte margheritina) e le 6mila sezioni hanno eletto con 250mila voti i millecinquecento delegati dopo un appassionato confronto che, oltre alle tre mozioni congressuali, ha coinvolto anche il “superamento” delle sezioni stesse. L’intero gruppo dirigente, espressione di un’assemblea per il 75% favorevole alla mozione Fassino, ha sostenuto con forza l’esigenza di aprire la politica e di tener ben saldo il punto delle nuove forme di partecipazione, a cominciare dalle primarie. Lo stesso “manifesto dei Saggi” è stato rimesso in discussione, se non addirittura delegittimato. La “nuova politica”, secondo i Ds, dovrà partire da una carta dei valori che ponga le sue radici nella base, nella “nuova base” comprendente non solo l’apparato margheritino ma anche e soprattutto la società civile, gli ulivisti, l’associazionismo democratico. I giovani militanti di sezione (giovani davvero, la platea dei delegati era formata almeno per un quarto da under 30) vogliono farsi ponte per raggiungere e coinvolgere i cittadini, in un contesto dove sezioni e gazebo siano complementari. Tutto, dalla linea politica alla scelta del leader ai valori costitutivi, dovrà essere stabilito democraticamente facendo capo al principio “una testa, un voto”.
Forma e sostanza
Se sulla forma-partito i Ds sembrano avere le idee piuttosto chiare, i contenuti latitano, e latitano nel senso letterale, perché per esserci ci sono, ma restano alla larga per non suscitare malumori e fratture con gli alleati Dl. L’intervento più coraggioso a riguardo (fra i firmatari della mozione Fassino) è stato quello di Cesare Damiano. Il ministro diessino ha detto a chiare lettere che il Partito Democratico, pur ponendosi un ampio spettro di obiettivi capaci di rappresentare non un blocco sociale ma un’intera cittadinanza, assolverà fra le sue principali funzioni quella di Partito del Lavoro, identificandosi – ma non esaurendosi – con il laburismo. Il tema ambientale ha tenuto banco per l’intero congresso, e non poteva essere altrimenti. Al contrario, i bocconi più amari sottolineati dalla mozione Angius, e risultati addirittura indigesti per gli scissionisti della mozione Mussi, sono stati il tema della laicità e l’adesione al Pse; gli interventi di Angius e Mussi, pur giungendo a due conclusioni diverse (il primo resta, il secondo se ne va), hanno entrambi denunciato il deficit laico del nascente partito – laddove la laicità costituisce un valore non negoziabile perché precondizione necessaria all’esistenza stessa del pluralismo di valori – e l’ambiguità della sua (non) collocazione europea all’interno del Pse, raccogliendo peraltro grandi consensi ed applausi. La replica conclusiva del segretario non ha fugato questi dubbi, è anzi andata in direzione opposta: la laicità, da metodo, diventa merito da negoziare, mediare, sintetizzare in un compromesso, e l’adesione al Pse passa in secondo piano rispetto all’esigenza di costruire il nuovo partito. Non c’è una reale divergenza d’opinione nei Ds su questi temi, ma c’è una diversa disponibilità a sacrificarli sull’altare del Partito Democratico; trattandosi di scelte fondamentali, è comprensibile la preoccupazione di chi teme possano essere tradite le ragioni progressiste. Nemmeno l’applauditissimo intervento di Walter Veltroni, a cui è stata tributata un’ovazione pari solo a quella per D’Alema, ha saputo sciogliere questi nodi. Il sindaco di Roma ha messo in campo tutto il suo carisma per spiegare che il riformismo non si esaurisce nel socialismo ma trova la sua più radicale forza in quel comune “sogno progressista” che è capace di unire Gandhi, Mandela, Martin Luther King, Olof Palme e chi più ne ha più ne metta, perché ad unirli sono gli obiettivi e sono gli obiettivi a definirli come persone, più di ogni altra etichetta. Il problema è il che no diellino al Pse – così come la laicità – non sembra una questione d’etichetta, piuttosto è avvertito come il sintomo di una mancata condivisione degli obiettivi stessi. Paradossalmente, il Partito Democratico rischia di diventare il principale artefice della riforma della politica italiana ma di non dimostrarsi all’altezza di riformare il paese.
I diari della motocicletta
«Noi ci fermiamo qui», così Fabio Mussi, a nome dei 38mila sostenitori della sua mozione, ha sancito lo strappo con il partito di una vita. Lacrime trattenute a stento dal leader del correntone, lacrime manifeste di alcuni militanti. E’ stato proprio sugli appelli all’unità che Fassino aveva raccolto l’unica ovazione durante la relazione introduttiva, ma tutti sapevano che non sarebbe servito, perché la sera prima i delegati della mozione Mussi si erano riuniti ed avevano votato all’unanimità (meno un’astensione) per la scissione. Nel “discorso della vita”, Mussi ha spiegato le ragioni del no, ribadendo l’indisponibilità a rinunciare a valori quali la laicità e il socialismo europeo. Il Mandela Forum ha dimostrato di sentire fortemente le sue critiche, applaudendo con vigore i passaggi chiave, pur non condividendone le conclusioni; l’ovazione finale al compagno che se ne va era d’obbligo, ed è stata sincera. Mussi, che è intervenuto la mattina di venerdì, ha dovuto attendere le otto della sera per ricevere il tributo più bello e più duro, quello del Presidente del partito. D’Alema ha ricordato di quando, ai tempi della rottura del Pci con il Manifesto, i due dovettero prendere una decisione sul da farsi, se restare o no nel partito; salirono «sull’unico mezzo che avevamo a disposizione all’epoca, cioè la motocicletta di Fabio» e si ritirarono sulle colline pisane. Discussero, e decisero di non uscire dal Pci; solo dopo Mussi gli confessò che Luana – la sua futura moglie – fosse incinta, perché «eravamo così, prima la politica». Oggi, a distanza di quasi quarant’anni, «sua figlia [di Mussi] è una scienziata, e noi siamo ancora a far baruffa come quei vecchietti dell’ultima scena del film di Bertolucci, Novecento». D’Alema sente il dovere di dire a Mussi e compagni che sbagliano, e promette che farà di tutto per dimostrarlo.
La questione moderata
D’Alema ha chiuso una giornata intensa, in cui si sono succeduti Damiano, Bersani, Rasmussen, Prodi, Franceschini. Il perno del dibattito resta quello dell’identità, identità che svanisce, che si trasforma, che si tradisce, che si rinnova. Il plebiscito diessino a sostegno del discorso di Dario Franceschini dimostra che il Partito Democratico non è calato dall’alto, che la base percepisce l’opportunità e insieme la necessità di questo processo, ma i contrasti non mancano. Riferendosi al collocamento europeo, D’Alema raccoglie l’invito a guardare oltre il socialismo, per combinare l’incontro di riformismi di matrice diversa, ma poi precisa che quando si tratta di fare una scelta politica e non ideologica, non si può ragionare nell’ottica di una terza via tra il socialismo europeo ed il popolarismo europeo; va fatta una scelta di campo. E, nonostante il discorso non sembri essere stato recepito dalla dirigenza margheritina, il Ministro degli Esteri rincara la dose negando qualunque svolta moderata e rivendicando la sua politica estera come esempio dell’assetto del futuro partito. Poco importano questioni quali i diritti civili (sui quali la svolta moderata difficilmente sarebbe contestabile); non vengono menzionati perché l’intero discorso del Presidente diessino è incentrato sulla necessità storica di dare all’Italia un centrosinistra di governo, perché la sinistra non può evitare di assumersi questa responsabilità di fronte al pese nascondendosi dietro utopie e testimonianze morali.
Goodbye Lenin
Da quando si concluse la stagione del Pci, tanti ne sono passati. L’avvicendarsi di figure così diverse nel “Pantheon” della sinistra ed ora del Partito Democratico non deve essere letto come opportunismo politico, piuttosto come il sintomo di un reale smarrimento. Nell’89 il Pci si ritrovò, di lì a poco, a dover accelerare una trasformazione che lo vedeva in netto anticipo rispetto al panorama comunista, ma in netto ritardo rispetto alle sinistre occidentali. Questa contingenza, dovuta al crollo della Prima Repubblica, ha fortemente inciso sulla ormai strutturale condizione minoritaria in cui versa la sinistra italiana. L’impervio percorso che avrebbe portato alla costruzione di una grande forza socialdemocratica alla tedesca appare oggi una chimera, ammesso che mai fosse stato praticabile durante la Seconda Repubblica. Oggi, la necessità di riproporre, con i dovuti distinguo, quel compromesso storico che fallì nel ’78, si unisce all’opportunità di riformare il sistema politico e di riaffermare un rinnovato riformismo finalmente libero dalla cultura post. Forse, il segnale più tangibile ne è proprio quello strano, inaspettato dato che è emerso da una rilevazione statistica durante il congresso: De Gasperi ha superato Togliatti nella classifica di gradimento dei delegati diessini, un sorpasso gravido di conseguenze. Le contraddizioni non mancano, le critiche nemmeno; il prossimo, fondamentale passaggio sarà l’elezione della costituente democratica l’ottobre prossimo. I Ds, al loro IV ed ultimo congresso nazionale, hanno fatto sapere che ci saranno: goodbye, ma non è un addio.
"Una forza grande come il futuro", questo lo slogan che apre il IV Congresso nazionale dei Democratici di Sinistra. La colonna sonora, curata da Luca Sofri, non prevede l'internazionale socialista, ma l'inno di Mameli e, a seguire dopo la presentazione della classe dirigente, una morbidissima "Somewhere over the rainbow", che fa molto Fiat Croma, e che prelude all'intervento melodrammatico di una giovane (non si sa se giovane dirigente o giovane attrice) che ci racconta le difficoltà di coltivare un sogno in questo paese, a partire dalla ricerca scientifica. Ovviamente, il riferimento è esclusivamente rivolto al lato economico della questione; della legge 40 e dei limiti culturali del paese, nessuna traccia.
La stessa relazione di Fassino è stata molto fumosa. Due ore in cui il segretario si è sgolato per dire tutto e niente. L'unico vero applauso sentito se l'è conquistato richiamandosi all'unità e al grande errore politico costituito dalla scissione di Mussi; difficilmente però il leader del correntone ci ripenserà.
I contenuti, anche negli interventi successivi di Umberto Ranieri, Marina Sereni e Sergio Cofferati, sono stati davvero poveri; come al solito, sono solo gli outsider (sindacalisti Cigl e delegati "minori"), se non gli internazionali Schulz e Papandreou, ad "osare". Un dato è emerso, però, dalle analisi del segretario e delle personalità del partito che ieri hanno parlato, e riguarda il contenitore: bisogna ripartire dalle primarie, dalla partecipazione, dall'assemblea costituente. Ed il manifesteggio dei saggi, l'opera dei 12 che avrebbe dovuto tracciare il solco del nuovo Ulivo, è stato bocciato all'unisono; al suo posto, tutti si augurano subentrerà un testo deciso dal basso, con le primarie, con la costituente.
Stamattina interverranno Mussi, Angius, Veltroni, Bersani, D'Alema e chi più ne ha più ne metta. E' l'ora di prende il treno per il Mandela Forum.
Stasera da Lerner all'Infedele, la Roccella - neonominata portavoce del family day - sostiene che le unioni di fatto in Italia, rappresentando il 4% del paese, non costituiscano domanda sufficiente per giustificare un intervento normativo. Mi domando allora come mai, di grazia, Mastella con l'1% (racimolato nella sola Ceppaloni e provincia, peraltro), abbia il diritto di tenerci tutti per le palle.
Il Riformista di oggi, riprendendo la Croix (quotidiano cattolico francese), scrive di Bayrou:
Invitato a esprimersi a proposito della legge sulla laicità del 1905 (la legge che stabilisce i criteri della distinzione tra chiesa e Stato francese) Bayrou la definisce «una delle chiavi di volta della società che noi abbiamo voluto. Io sono un cristiano credente, praticante e difensore della laicità. La difendo come cittadino ma anche come credente. La fede è molto più a suo agio nella sua sfera quando è liberata dall’influenza dello stato. E vale anche l’affermazione reciproca»
La legge sulla laicità del 1905, oltre a costituire il fondamento del separatismo francese fra Stato e Chiesa, stabilisce che “la Repubblica non garantisce né il salario né le sovvenzioni ad alcun culto”. Il Riformista prosegue:
Bayrou “l’inatteso” si spiega ancora meglio: «Quale dev’essere il ruolo delle religioni in una società laica?», gli chiede l’intervistatore. E lui, dopo aver sottolineato che la fede ha due dimensioni, una privata e una pubblica, risponde che «i governanti, gli eletti del popolo debbono tener conto» delle opinioni ecclesiastiche, «ma non sono tenuti a obbedire alle ingiunzioni delle chiese». Per quanto «mi riguarda non mi sento impegnato da prescrizioni che vengano dall’autorità ecclesiale, malgrado il rispetto e l’attaccamento che, in quanto uomo, possa avere per essa. È una questione cui faccio molta attenzione». Fa attenzione. Lui sì.
Parafrasando Rasmussen: “Remember it, Mr. Rutelli”.
Non sarà un'assemblea facile per tanti motivi, comprese le questioni organizzative; quello di Firenze sarà un congresso bunker, vista l'importanza che riveste. Tuttavia ci sarò, dal 18 al 21, al Mandela Forum: se non dovesse bastarvi la testimonianza mediatica ufficiale, potrete leggere in tempo reale (o quasi) il IV congresso nazionale dei Democratici di Sinistra visto da un blogger. Nel frattempo, visto che siamo in tema di promozioni, ne approfitto per ricordarvi che il 24 aprile comincia la raccolta firme per il referendum sulla legge elettorale. Per approfondire l'argomento e, se condivisa, sostenere la causa referendaria, vi rimando all'analisi della questione (ad opera del sottoscritto) ed al sito del comitato promotore tramite appositi banner. Stay tuned
La vasta platea dei delegati democraticamente eletti regione per regione e degli invitati, il calibro degli ospiti d’onore tra presidenti di Camera e Senato, presidente del Consiglio, ministri e segretari di partito, la partecipazione di Rasmussen e Schulz: sono cose che fanno pensare, trattandosi di un partito quotato all’1% (ultimo sondaggio Repubblica). Lo Sdi è un paradosso, l’ultimo testimone autentico del socialismo repubblicano italiano che abbia stoicamente difeso le sue ragioni a sinistra, senza recriminazioni, senza vittimismi; uno dei pochi partiti radicati sul territorio, che può vantare una giovanile florida; un partito, però, che rappresenta poco più di un centesimo dei cittadini. Sono cose che fanno pensare, perché nonostante la tradizione socialista in Italia abbia sempre avuto una vocazione minoritaria, la sua validità e le sue ragioni sono state riconosciute postume, e costituiscono oggi una delle più importanti questioni irrisolte della sinistra e del nascente partito democratico.
Boselli, chiudendo il congresso tra gli applausi, ha confermato la volontà sua e dei socialisti di contrapporre al Pd una costituente alternativa ed autonoma, mettendo il punto su quanto detto non solo dai compagni dello Sdi, ma anche e soprattutto dai diessini delle mozioni Angius e Mussi. La cessazione della diaspora socialista e la riunificazione/ricostituzione/rinascita del Psi – così Boselli ha affermato che si chiamerà il partito nel prossimo autunno, guadagnandosi una standing ovation – avvengono per reazione uguale e contraria alla formazione del Pd, cioè nel vuoto politico apertosi fra la sinistra radicale e le componenti moderate (cristiano-sociali, cattolici democratici, popolari e moderati in genere) dell’Unione; il ruolo dei Ds nell’Ulivo, sempre più schiacciato da logiche diplomatiche, non sembra in grado di farsi carico di alcune delle istanze progressiste, riformatrici e laiche che storicamente sono appartenute alla socialdemocrazia e che l’allora Pds cercò di interpretare dopo la svolta della Bolognina. Di conseguenza, temi quali la laicità, l’emancipazione dell’individuo, e quindi i diritti civili oltre che sociali, hanno tenuto banco durante l’intero congresso per la costituente socialista, cogliendo nel segno quel deficit politico che, per quanto riguarda i contenuti, sta mettendo in crisi il Pd. La diatriba tra Ds e Dl sull’adesione al Pse, d’altronde, non è una mera questione di etichette, ma il sintomo più superficiale ed evidente di una disparità di vedute programmatiche che, se da una parte costringe Fassino a rilanciare al ribasso sul compromesso (storico) con la Margherita, dall’altra produce emorragie come la mozione Angius (i cui firmatari, Angius e Caldarola in primis, stanno valutando il passaggio con i socialisti) e riflussi come la mozione Mussi (il correntone, oltre ad aver già annunciato la scissione, sta considerando addirittura un ritorno verso Rifondazione Comunista). In un contesto simile, lo spazio di manovra di cui dispone Boselli rappresenta probabilmente l’occasione politica che il segretario dello Sdi aspettava quieto da un decennio, e che già con la Rosa nel Pugno aveva cercato di intercettare lo scorso anno.
La scelta autonomista del (ri)nascente Psi, però, comporta dei rischi; l’orgoglio e le ragioni dell’autonomia socialista, pur evocando stagioni importanti, potrebbero non pagare né per il partito, tanto meno per il socialismo italiano. Oltre al mero dato statistico che vede le componenti socialiste al di sotto di percentuali soddisfacenti, oltre all’informalità del patto fra le parti, oltre all’eventualità che il referendum elettorale o una riforma severa sbarrino la strada al progetto, resta da sciogliere il nodo della contrapposizione al Pd. Prodi ha affrontato di persona l’intera assemblea, ma a nulla è servito; la strada indicata da Boselli si colloca al di fuori dell’Ulivo. Se dal punto di vista del partito questa è una coraggiosa scommessa, dal punto di vista della sinistra la defezione dello Sdi equivale ad una delegittimazione del socialismo diessino, e pertanto decreta l’inadeguatezza del Pd nel porsi come aggregatore dei riformismi italiani ancor prima della sua nascita, svilendone la portata politica. L’alternativa sarebbe stata la partecipazione al processo costituente per il Pd, la rivendicazione delle ragioni socialiste e la difesa delle stesse al suo interno, insieme – e non contro – i Ds; infondo è vero che Boselli ha da condividere di più con Fassino che con Angius, e ed è molto più vicino ad entrambi di quanto non lo sia con Mussi – distante anni luce, quest’ultimo, pur nominalmente richiamandosi alle ragioni socialiste nel giustificare la scissione. Boselli ha il coraggio di puntare su un’idea, ma forse quella stessa idea potrebbe risultare indebolita se al fronte della sinistra radicale si contrapporranno due riformismi divisi, entrambi non autosufficienti, ed entrambi monchi.
Anche se di reunion socialiste non è la prima volta che se ne sente parlare, questa pare essere quella buona; ma è anche l’ultimo treno. A Fiuggi sono finalmente stati archiviati gli ultimi quindici anni di storia socialista, e non ci saranno altre fermate per ricominciare. La base di partenza è la riforma della sinistra e l’inadeguatezza del Pd a svolgere tale compito, perciò i socialisti italiani hanno deciso di percorrere autonomamente il loro cammino. I contenuti politici di Fiuggi meritano un interprete, certo, ma ancor di più, meriterebbero di essere concretizzati, e non è possibile prevedere se possa avvenire fuori dal Pd. Per questo, quella di Boselli e compagni, è una scommessa davvero avvincente.