Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente
Converrà, onorevole, che lei milita in un partito, l’Udc, che dei valori della famiglia, della Chiesa, ne ha fatto una bandiera... «E che i parlamentari dell’Udc non fanno l’amore? Certo che mi riconosco nei valori cristiani ma che c’entrano questi con l’andare con una prostituta? E’ una faccenda personale»
Le ultime sortite di Sartori sul Corriere della Sera, sfacciatamente ammiccanti nei confronti del sistema elettorale tedesco e piuttosto impietose sulle responsabilità del “rigido bipolarismo prodiano(?)”, non possono certo restare impunite. Ammesso che l’ingessatura del nostro bipolarismo coatto sia ascrivibile a Prodi, Sartori sembra aver rivalutato il rapporto d’interdipendenza fra sistema elettorale e sistema partitico, affidando a quest’ultimo il ruolo di variabile indipendente dell’equazione politica. Vale la pena di soffermarsi sulle riflessioni del costituzionalista – forse rassegnatosi all’indomabilità della partitocrazia italica – e, mettendo da parte l’impraticabile ipotesi francese (osteggiata trasversalmente da troppi partiti), cercare di capire fino a che punto il modello tedesco possa più degli altri risolvere la cronica inservibilità delle nostre Camere.
Modello tedesco
I 656 componenti del Bundestag sono eletti per metà in collegi uninominali con un turno secco a maggioranza semplice (plurality system all’inglese) e per la restante metà in cirscocrizioni elettorali con liste (bloccate) e metodo proporzionale d’Hondt; mentre i collegi uninominali sono demograficamente equidistribuiti (all’incirca 220mila elettori ognuno), le cirscocrizioni elettorali corrispondono ai Lander tedeschi. Tutti i seggi vengono comunque attribuiti alle liste in ragione proporzionale ai voti ottenuti, pertanto i collegi uninominali determinano quali sono i candidati che accedono ai seggi (una sorta di preferenza dissociata). La soglia di sbarramento è al 5%, fatti salvi i partiti che ottengono almeno 3 eletti nei collegi uninominali.
Dandone per buona la fedele traduzione in legge (senza liste civetta, riduzione dello sbarramento e folkloristici ripescaggi all’italiana), il sistema elettorale tedesco che per mezzo secolo ha soddisfatto le istanze di rappresentanza e di governo delle germaniche popolazioni troverebbe non pochi ostacoli in Italia, dimostrandosi vulnerabile a distorsioni e devianze consociative fuorvianti dello spirito originale. Il primo nodo da sciogliere è relativo alla natura delle coalizioni; in Italia i referendum elettorali degli anni ’90 hanno provveduto all’introduzione del bipolarismo e del vincolo di coalizione, modificando de facto la costituzione materiale del paese – una pratica certo non ortodossa ma fortemente legittimata dalla palese espressione della sovranità popolare e dall’irresponsabile impasse della politica. Ebbene, cosa sarà delle coalizioni tenute a indicare il candidato premier e il programma elettorale, conquista della società civile post-democristiana? Se l’intento è quello di liquidare il bipolarismo e di tornare alle allenze post-elettorali, ai governi balneari e all’autoreferenzialità pura, magari sarà pure una buona idea (a qualcuno potrebbe piacere) ma nessuno ce l’ha ancora fatto presente. Se d’altra parte si intende mantenere il patto con la società civile, allora governabilità e ridimensionamento del partitismo degenerativo sono pura utopia; non costituirebbe una novità, infatti, assistere al triste spettacolo dei collegi blindati dove i grandi partiti assicurano l’elezione ai piccoli alleati, garantedogli il seggio e consentedogli, dopo soli tre eletti, l’aggiramento della soglia di sbarramento, falsando del tutto le “prerogative proporzionali del proporzionale” senza risparmiarci, però, la frammentazione e la rissosità dei partiti. Resta infine il rischio concreto di un ritorno al grande centro non come esperienza straordinaria (la Grosse Koalition tedesca) ma come luogo della non-politica, della stagnazione e dell’impasse: non esiste, oggi, una democrazia avanzata che possa fare a meno dell’alternanza come elemento strutturale del suo sistema politico. E in questo senso, importando il modello tedesco in Italia, il rischio di una ricaduta è decisamente alto.
Modello spagnolo
A dispetto della sua semplicità, il modello spagnolo è quello che meglio risponde alle esigenze del nostro sistema politico, senza entrare in rotta di collisione con la costituzione italiana come farebbe il modello francese – già elogiato e già scartato per l’impraticabilità dell’accordo politico – per il quale poi si renderebbero necessarie delle pur sane modifiche costituzionali. La legge elettorale spagnola prevede l’elezione di 350 deputati per la Camera bassa con metodo proporzionale d’Hondt sulla base di 52 circoscrizioni elettorali. La peculiarità di questo sistema è che la soglia di sbarramento, fissata al 3%, si applica alle singole circoscrizioni, e non al totale nazionale. Ne consegue che, data la ristrettezza delle cirscocrizioni e il modesto numero di seggi da assegnare (alcuni collegi eleggono un solo deputato, Madrid ne elegge 35, ma la media nazionale è di 7 seggi per collegio), lo sbarramento ufficiale del 3% (utile comunque in quei pochi, grandi collegi) viene scavalcato da uno sbarramento implicito che varia dal 10% al 20% (se i seggi da assegnare sono 7, si necessiterà di almeno il 13% dei consensi per ottenerne uno soltanto); inoltre, i resti nazionali non vengono conteggiati per la ripartizione dei seggi. Le liste, pur essendo bloccate, rispondono del grado di democrazia interna dei partiti ed ospitano un numero limitato di candidati, così da responsabilizzarli e renderli identificabili (le preferenze, a dir la verità, sono eccezioni rare in tutta l’Europa proporzionalista). Il sistema nel suo complesso, pur limitando efficacemente la frammentazione, garantisce al contempo una rapprsentatività governabile e una rappresentanza delle forze minori (nei grandi collegi) e delle minoranze radicate sul territorio (agevolate dalle modeste dimensioni delle circoscrizioni). L’Italia ha una distribuzione demografica meno disomogenea della Spagna, ma tenendo fede al principio dell’ampiezza dei collegi sarebbe possibile disimpegnare il bipolarismo dagli artifici elettorali (premio di maggioranza, vincolo di coalizione) e riconsegnarlo ad una dialettica, per forza di cose, sostanzialmente bipartitica ma pluralista, evitando gli effetti altamente distorsivi dei sistemi maggioritari e restando fedeli alla forma parlamentare della Repubblica.
Conclusioni
Sembrerà banale, lo si è detto tante volte, ma il sistema elettorale perfetto non esiste. I proporzionali tendono a fotografare la realtà (e come ogni fotografia, molto dipende dal filtro, dal tipo di obiettivo, dalla pellicola...) massimizzando la rappresentatività, mentre i maggioritari provano ad associare le preferenze individuali, incentivando aggregazione e stabilità. Entrambi restano degli strumenti, delle convenzioni volte a formalizzare la procedura democratica: ovvero, sono condizioni necessarie ma non sufficienti per il buon funzionamento del sistema politico. Sperare di risolvere i problemi di un sistema – il nostro in particolare – con una legge elettorale sarebbe ingenuo, ma sta di fatto che alcuni importanti cambiamenti politici verificatisi in questo paese sono il frutto di ingegneria elettorale, realizzata (e poi tradita, ma questa è un’altra storia) attraverso l’improprio mezzo referendario. Dopo quindici anni siamo al punto di partenza, e di nuovo – per fortuna – un referendum elettorale pende come una spada di Damocle sul Parlamento. Stavolta sarebbe il caso di fare una scelta oculata, e se il doppio turno alla francese è un miraggio, un’utopia irrealizzabile, il sistema spagnolo potrebbe mettere d’accordo larga parte del Parlamento con uguali benefici. Si dice dalle mie parti, Francia o Spagna...
Se c’è un passaggio del pluripremiato discorso di Veltroni al Lingotto che mi è parso assai poco riformista (dove per riformismo intendiamo almeno la chiarezza, la trasparenza e la coerenza della strada intrapresa, come può essere la posizione espressa sulle pensioni, giusta o sbagliata che sia), è quello sui temi “eticamente sensibili”. L’impressione è che, ancora una volta, non si trattasse di dover dare delle risposte alle questioni etiche che coinvolgono gli individui, ma di voler dare una risposta etica alle questioni che urtano la sensibilità di alcuni. Il continuo richiamo alla mediazione, al compromesso e al dialogo fra le culture sottende la ricerca di un consenso fra le parti maggioritarie che rischia di calpestare le minoranze, ignorando quei principi fondamentali garanti della sopravvivenza e della convivenza di quelle stesse culture. Nell’agone politico si scontrano valori politici da estendere alla collettività, ma quelle che Rawls chiama dottrine comprensive (le religioni, i sistemi di valori etici) hanno bisogno di istituzioni tolleranti e neutrali per non entrare in conflitto fra loro. E’ questo uno dei fondamenti della libertà di coscienza; si pone al centro dell’ordinamento l’individuo con le sue inviolabili libertà. E proprio a quell’individuo, oramai soggetto attivo e non più passivo della massa, il Partito democratico si vorrebbe rivolgere chiamandolo ad esercitare la propria coscienza secondo il “rivoluzionario” principio una testa un voto. Sembra incredibile, allora, che sui temi etici i prossimi dirigenti del Pd intendano tradire tale visione aperta e responsabilizzata della partecipazione collettiva, impedendo al singolo, nel suo “banale” privato, di affidarsi alla propria coscienza.
Dopo più di sei mesi dalla battaglia di Piero Welby, nulla è stato definito. Tra l’incertezza per le sorti di Mario Riccio, il medico che decise di assecondare la volontà di Welby applicando una previsione costituzionale, ora soggetto alle imprevedibili e disomogenee interpretazioni del casinista diritto italiano, e tra le opposizioni trasversali ai progetti di legge su eutanasia e testamento biologico, il principio di autodeterminazione dell’individuo resta nell’ombra delle ambiguità, mentre un nuovo Piero Welby si affaccia sulla scena pubblica. Giovanni Nuvoli, malato di SLA, avrebbe potuto decidere di morire da clandestino, secondo i precetti della pudicizia terminale di Giuliano Ferrara. Ha preferito rivendicare in pubblico la sua scelta, o meglio reclamare il diritto di scegliere che gli viene negato dallo Stato, andando consapevolmente incontro al protrarsi delle sue sofferenze a tempo indeterminato. Se l’ha fatto, significa che, da persona lucida e cosciente, all’egoistico desiderio di morire ha anteposto la ragion pubblica della libertà, negata dall’ipocrisia di chi, in nome del dio di cui pretende di fare le veci in terra, si fa arbitro della vita degli altri.
Se non possiamo aspettare le scuse dei prossimi papi, non possiamo nemmeno indulgere con il prossimo segretario del Partito democratico. Stavolta la novità è il principio una testa un voto, il principio della coscienza individuale; stavolta il segretario non sarà designato dall’alto, dovrà piuttosto vincere una competizione che, dopo l’annuncio della candidatura di Enrico Letta, sembra prendere corpo in una sfida reale. Veltroni dovrebbe ringraziare sinceramente Letta; grazie a lui più che alla Bindi o a Colombo, ora ha la possibilità di slegarsi dai suoi king makers e di rifiutare le pressioni indebite, rivendicando una (eventuale) vittoria sul campo, dal basso – sempre che ne abbia il coraggio e la volontà; ha la possibilità di proporre una linea politica forte, non mediata o compromissoria e compromessa, e trasferirle la forza del consenso che gli attesteranno i cittadini. Se non lo farà, se non coglierà quest’occasione le sue colpe saranno doppie. E l’innovazione e il riformismo del Partito democratico si misureranno anche e soprattutto dalle risposte che saprà dare ai temi etici: perché la modernizzazione del paese resterà un’utopia fintantoché la secolarizzazione della società e perfino della politica resterà incompiuta.