Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente
Quando un giorno all'improvviso conosci la donna della tua vita e a fine serata scopri che è lesbica, cominci a pensare che forse Ratzinger e la Binetti non hanno poi tutti i torti.
«Metto personalmente fin da subito a disposizione del comitato contro la moschea sia me stesso che il mio maiale per una passeggiata sul terreno dove si vorrebbe costruire la moschea»*. Calderoli promette il suo maiale, ma ha fatto i conti senza l'oste: prima bisognerà appurare i tempi per il rilascio di Borghezio dalle carceri di Bruxelles.
Essendo tra coloro i quali hanno chiesto l’espulsione da Kilombo del blogger Valerio Pieroni, ritengo doveroso partecipare al dibattito che ne è conseguito e prendere posizione ufficialmente. Lo faccio pubblicando la lettera stessa con la quale ho motivato la mia richiesta. Le mie argomentazioni non affrontano il tema della libertà d’espressione semplicemente perché non ha alcuna attinenza con la questione di cui discutiamo; la libertà d’espressione continua ad essere garantita a Valerio e ad ognuno di noi dalla Costituzione. Si parla invece (o si dovrebbe parlare) delle istanze che fondano il senso di un’associazione, perché in esse gli associati riconoscono l’impegno che li tiene assieme e li distingue come comunità. Un’associazione che veda alcuni dei suoi membri negare quelle istanze può decidere di revisionarle o di assumere dei provvedimenti verso quei membri; in nessun caso può permettersi di conservare la contraddizione, altrimenti non ha più motivo di esistere.
Cari compagni e compagne della redazione, lungi da me l’intenzione di alimentare polemiche e animosità spesso pretestuose, che pure hanno tenuto più di una volta banco in Kilombo, ma stavolta proprio non posso fare a meno di partecipare in prima persona; è l’assunzione di responsabilità in qualità di membro di una associazione che mi spinge a farlo, e nessun altro motivo. Vorrei sollevare il caso dell’ultimo post di Valerio Pieroni, intitolato “Tornano i ghetti a Roma”, che mi ha dato molto da riflettere nelle ultime ore – non per il tema trattato o le argomentazione proposte, ma per la loro compatibilità con i principi della nostra associazione. Nel post in questione, devo necessariamente rilevare alcuni elementi contraddittori con lo spirito dell’associazione, con particolare riferimento alla frase «trovo penosa l’inaugurazione di questa gay street, perché ci dimostra che l’unica discriminazione che esiste è quella loro [delle lobby gay] verso gli altri». A prescindere dalla sentenza emessa da Pieroni in merito ad un contenzioso (la coppia gay arrestata al Colosseo per presunti atti osceni) ancora in attesa di accertamenti da parte delle autorità competenti – vorrei ricordare che tale negazione della presunzione d’innocenza e del beneficio del dubbio, prim’ancora che con Kilombo, è incompatibile con lo Stato di Diritto – la semplice attribuzione di segregazionismo sessista, per via implicita ma diretta, alla comunità gay è contraria ai principi di equa libertà ed emancipazione dei singoli e delle minoranze che animano lo spirito delle sinistre europee e che dovrebbero animare lo spirito della sinistra italiana. Un’associazione che si definisca “di sinistra” dovrebbe farsi carico delle battaglie sociali, civili e culturali che impegnano gli oppressi e i discriminati. In un contesto come quello Italiano negare la questione omosessuale significa, almeno per una persona sedicente di sinistra, essere incapaci di leggere la società; rovesciarla, poi, sostenendo che sia la comunità omosessuale a discriminare, diventa inaccettabile per un’associazione di sinistra, tenuta a rendere conto delle sue posizioni di fronte a quella stessa comunità. Tutto ciò, me lo consentirete, non ha nulla a che vedere con l’ortodossia; non difendo una posizione predeterminata o una particolare visione del mondo, ma difendo il diritto della comunità omosessuale (come di ogni altra minoranza) a rivendicare in pubblica piazza le proprie istanze, giuste o sbagliate e criticabili che siano, perché è questa una precondizione di metodo per chi voglia far parte della sinistra. Chi distorce le informazioni asserendo che le lobby gay vogliono istituire dei ghetti e discriminare gli etero(?!), dimostra di maneggiare senza criterio le parole e di non conoscere la realtà europea e mondiale delle numerosissime gay street di Londra e New York e Madrid e Città del Capo. E lo fa per strumentalizzare quelle stesse informazioni distorte a sostegno di una tesi che l’associazione non può accogliere. Leggo dall’articolo 8 della Carta che “La redazione si riserva la possibilità di rifiutare la richiesta di iscrizione per i casi di blog i cui contenuti violino palesemente i principi generali di questa Carta (artt. 2, 3 e 10)”; l’esercizio di tale articolo si rivelerebbe impossibile senza una pur misurata opera di interpretazione da parte dei redattori tanto dei principi che ispirano gli articoli 2 e 3, tanto dei testi del blogger che si sottopone al vaglio per l’iscrizione. Ne consegue che, implicitamente, lo stesso potere sia attribuito dalla Carta alla redazione per un caso di espulsione, al quale il redattore non può sottrarsi facendosi scudo dietro l’indecifrabilità delle interpretazioni soggettive e il pluralismo atomizzato, poco congrui per un gruppo che intende collocarsi in uno spazio politico pluralista ma “definito” – la sinistra. Ritengo pertanto che sia i redattori sia successivamente gli aderenti al collettivo di Kilombo dovrebbero essere chiamati ad assumersi la responsabilità di quella misurata opera di interpretazione, nella maniera più democratica possibile, per valutare l’espulsione di Valerio Pieroni da Kilombo. Perché di questo si tratta, non di una scomunica o di una proscrizione, ma di un’assunzione di responsabilità degli associati nei confronti dell’associazione. Io mi sono preso la briga di scrivervi e di disturbarvi perché ho sentito il dovere di farlo, di assumermi una parte di quella responsabilità, consapevole di poter sbagliare e di correrne il rischio. Spero che sarà lo stesso anche per voi.
Salvo in rare occasioni non faccio rimbalzare le mie recensioni cinematografiche di Pianosequenza su questo blog; questa è una di quelle. Per rispondere a Ruini (credevo fosse andato in pensione) che suggerisce una revisione della 194, propongo caldamente la visione della Palma d'Oro di Cannes 2007, "4 mesi, 3 settimane e 2 giorni" di Cristian Mungiu, per me uno splendido manifesto pro choiche oltre che un film meraviglioso e intenso... continua a leggere su Pianosequenza
Quello della sicurezza è un terreno scivoloso. Si tratta certamente di uno degli argomenti più sentiti dai cittadini, perché coinvolge il loro vivere quotidiano; è fuor di dubbio che la sicurezza non abbia colore politico, e che il rispetto della legalità competa agli amministratori di sinistra come a quelli di destra. Ma al di là di queste banalissime considerazioni, che fruttano applausi scroscianti a qualasiasi dirigente di sinistra intento a scoprire l’acqua calda, si palesa l’incapacità tanto di sinistra quanto di destra di affrontare la questione in modo serio. Per “serio” qui non intendiamo la comprensione delle radici socio-economiche della criminalità contrapposte alla ottusa repressione lasciata a sé stessa (tipico argomento di sinistra), piuttosto ci riferiamo ad un approccio pragmatico, non ideologico e non populista, capace di offrire risultati concreti. Le ultime iniziative prese dalla sinistra, a partire da Firenze per arrivare fino alle dichiarazioni del Governo in materia di mafie, non mi sembrano affatto andare in questa direzione.
Tutti hanno applaudito Montezemolo per l’atto di coraggio di Confindustria, la quale ha deciso di espellere quelle imprese che non denuncino il pizzo; Prodi ha rincarato la dose, dichiarando che la lotta alle mafie deve partire dalla ribellione della società civile. Il trionfo dell’assioma “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Potrei, umilmente, contestare l’insensibile demagogia che sorregge gli argomenti del premier (a voi la scelta per chi dei due l’attributo sia più appropriato)? Ebbi modo, in un raro momento di vulnerabilità, di descrivere la mia percezione di Napoli e del suo vivere, e non starò qui a rispiegare cosa significa per un padre di famiglia rifiutare il pizzo sapendo di dover rispondere non alle autorità legali, bensì alle autorità reali, delle conseguenze della sua azione. Se, dunque, posso nutrire alcune perplessità sulla volontà degli industriali di emarginare le imprese vittime delle mafie, sono certamente allibito dallo scaricabarile del Governo: Prodi parla come se non conoscesse il cancro che divora lo Stato, come se la colpa fosse del paziente riluttante ad assumere la medicina. Sto banalizzando, ma è l’estrema leggerezza di Prodi che, sfiorando l’ipocrisia, mi ha provocato. Invocare la ribellione della società civile significa o imbonire demagogicamente il pubblico o pretendere incoscientemente che il popolo si carichi dei costi economici, sociali e soprattutto umani da sempre ignorati dallo Stato nella non-battaglia alle mafie. Siccome non ritengo che Prodi sia incosciente fino a tal punto...
Domenici, dopo la stretta ai lavavetri, ha annunciato di volersi dedicare alla prostituzione (se qualcuno mi fraintedesse, la malizia è la sua). Certo non pretendo che un politico, in Italia, si faccia neanche sfiorare dall’idea che prostituirsi non sia di per sé un male bensì (a date condizioni) un esercizio della libertà individuale; però, che ancora lo consideri un male debellabile, francamente mi pare un'offesa all’intelligenza. A prescindere da come la si pensi in materia di morale e libertà civili, sta di fatto che nove milioni di italiani sono tutti clienti delle stesse 75.000 peripatetiche (stime del TG1), e, sebbene le leggi di domanda e offerta dovrebbero volgere a tutto vantaggio di queste utlime, gli unici ad arricchirsi sono i papponi, i magnaccia e i ruffiani. Come al solito sono i proletari e gli immigrati a prenderla a quel posto (in questo caso, anche letteralmente), perché le puttane di alto borgo dei locali in di Milano o dei palazzi romani non solo guadagnano dieci volte tanto, ma godono anche dell’impunità. Se non è ipocrisia questa. Legalizzare la prostituzione è il modo più efficace per contrastare lo sfruttamento e il lenocinio; è sufficiente separare la rete dal servizio, garantendo così la piena autonomia della prostituta, condizioni igienico-sanitarie a norma per lavoratrici e clienti, strade più sicure e maggiori entrate fiscali.
L’unico ad aver proposto qualcosa di simile è stato Damiano. Siccome il Pd si presenta come il primo partito post-ideologico, il partito che si occuperà di fornire risposte concrete e pragmatiche ai problemi del paese... è lecito attendersi che la proposta del Ministro del Lavoro venga presa in considerazione, o la tolleranza zero di Domenici è la spia di una deriva idelogica che non appartiene certo agli steccati del novecento, essendo ben più antica, cioè il moralismo, cieco e ottuso? La sicurezza passa anche da questi temi, decisamente pragmatici, come la prostituzione, o le droghe leggere. Ma alla nostra sinistra basta accapigliarsi sul destino dei lavavetri, orchi del racket o vittime dell’imperialismo occidentale. Qualcosa di cui parlare.