Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Prendiamo il mercato del lavoro, nient’altro che il luogo figurato in cui si incontrano la domanda e l’offerta di impiego in un paese come l’Italia. Perché il lavoro si divide generalmente in lavoro domandato e lavoro offerto, è presto detto: nelle società complesse, industrializzate e tecnologicamente avanzate le mansioni da svolgere richiedono tecnici specializzati e ingenti investimenti di capitale. Queste ragioni fanno sì che ogni uomo, piuttosto che provvedere autarchicamente a sé stesso, si curi di qualcosa in particolare, preoccupandosi solo in un secondo momento di scambiare il proprio prodotto (o le proprie competenze o le proprie conoscenze) con ciò di cui ha bisogno. La divisione del lavoro impone un gioco dei ruoli per il quale un ingegnere elettronico che progetta microprocessori offra il proprio lavoro all’impresa da cui, un mese più tardi, acquisterà un notebook con i soldi del suo primo stipendio; nel mercato del lavoro l’ingegnere rappresenta l’offerta e l’impresa la domanda, nel mercato dei beni i ruoli si rovesciano, ma gli attori restano gli stessi. Va da sé che il denaro, svolgendo una semplice intermediazione, non costituisce un valore intrinseco ma rappresenta, piuttosto efficacemente, il valore creato dal lavoro degli individui e che, nel caso dell’ingegnere, ritorna sotto forma di prodotti (il notebook, la spesa al supermercato, una consulenza legale o qualunque cosa gli possa essere utile). E’ un sistema complicato, ma paga. Storicamente nessun’organizzazione del lavoro non schiavistica ha saputo fornire risultati migliori in termini di ricchezza; altro affare è valutare la distribuzione di tale ricchezza, se equa o iniqua, ma procediamo con ordine.
Dicevamo, prendiamo il mercato del lavoro, ora che sappiamo con precisione a cosa ci riferiamo: le società complesse, industrializzate e tecnologicamente avanzate, per le caratteristiche che possiedono e che abbiamo visto, tendono ad aggregare la domanda di lavoro attorno alle imprese, alle fabbriche e alle amministrazioni, mentre l’offerta di lavoro si concentra fra quegli individui (solitamente la maggioranza della popolazione) che non dispongono di capitali propri o di attività già avviate e che possono giustappunto offrire sul mercato la propria forza-lavoro. Sappiamo – o al limite intuiamo abbastanza facilmente – come in regime di monopolio il rapporto tra domanda e offerta possa essere distorto, a discapito dei lavoratori e a tutto vantaggio dell’impresa monopolista (nel mercato del lavoro, rappresentando i lavoratori l’offerta e le imprese la domanda, tecnicamente si chiamerebbe monopsonio, ma la sostanza è la stessa); analogo discorso vale per l’oligopolio (altrimenti detto oligopsonio). Anche in un regime decentemente concorrenziale, ovvero in cui la domanda di lavoro sia sufficientemente frammentata da impedire cartelli e speculazioni, il rapporto di forza tra imprese e lavoratori – vale a dire tra domanda e offerta – vede in quest’ultimi, naturaliter, la parte debole, perché spoglia di capitali e numericamente svantaggiata (i lavoratori sono ben più facilmente rimpiazzabili per le imprese che le imprese per i lavoratori). Perciò la struttura del mercato del lavoro, determinata dalla tipologia dei contratti stipulabili e dagli statuti e dalle prerogative dei sindacati, condiziona considerevolmente lo status sociale delle classi lavoratrici, potendo intervenire direttamente sul rapporto tra domanda e offerta.
E arriviamo finalmente al punto: il tanto celebrato, misconosciuto, osannato e vituperato proletariato altro non è che l’insieme delle classi lavoratrici più deboli presenti sul mercato del lavoro. Il mercato del lavoro è più complesso di come l’abbiamo rappresentato: esistono lavoratori autonomi, liberi professionisti, creativi, artisti. Più o meno, però, per quante categorie di lavoratori vi siano in una società, possono essere tutte ordinate secondo il capitale di cui dispongono, dagli imprenditori che investono il proprio capitale fisico (dai soldi ai macchinari alle fabbriche) passando per i professionisti e i lavoratori autonomi che investono il proprio capitale umano (dall’istruzione superiore alle competenze specialistiche alle capacità sportive ai talenti artistici) fino ad arrivare ai lavoratori semplici che non hanno capitali di nessun genere se non la propria forza-lavoro e la forza-lavoro dei propri figli, cioè della propria prole – ecce proletariato. Tutto questo può avere a che vedere con Marx (ma non fu il solo e nemmeno il primo a rilevarlo) ma non ha a che vedere col marxismo o il comunismo, o perlomeno non necessariamente: si tratta di una constatazione analitica. Che le risorse sul pianeta terra siano moderatamente scarse è un dato di fatto, e che le ultime generazioni della storia siano venute al mondo quando le terre da coltivare erano già state tutte occupate, restando escluse dalla proprietà, è una semplice considerazione. Non v’è bisogno di dirsi socialisti per trovarsi d’accordo con questa definizione. Se, invece, volessimo spostarci dal piano analitico a quello dei giudizi di valore, dovremmo cominciare a chiederci se la proprietà sia moralmente giustificabile e, in secondo luogo, quali conseguenze reali scaturirebbero dalla nostra risposta. Per ora continuiamo nella nostra analisi, ancora un po’.
Oggi la realtà è assai più complessa rispetto al secolo scorso. Contadini e operai non sono più in Europa la larga maggioranza delle classi lavoratrici, e soprattutto gli stati nazionali hanno ceduto il passo alla globalizzazione: per dirla semplicemente, le condizioni sociali dell’operaio italiano non dipendono più esclusivamente dalla struttura del mercato del lavoro interno, ma risentono dell’andamento dell’economia internazionale, dei flussi migratori e di tanti altri fattori esogeni di cui, magari, non è nemmeno a conoscenza. La globalizzazione ci impone di rivedere ed aggiornare le conquiste sindacali adeguando il mercato del lavoro al mutato contesto economico, e molto spesso ciò significa una maggiore flessibilità dei contratti di lavoro, tale da consentire alle imprese di rimanere competitive. In un contesto del genere, il proletario di ieri che lottava per lo Statuto dei Lavoratori è diventato il precario di oggi che progetta il proprio futuro con scadenze semestrali, ovvero in corrispondenza della cessazione del suo contratto a tempo determinato. Un mercato del lavoro flessibile e dinamico ha certamente molti punti di forza, tra cui la valorizzazione del rischio e del merito, ma lasciato a sé stesso rischia di affossare le fasce deboli della popolazione e acuire il divario tra le classi sociali. D’altronde, per quanto la società possa essersi complicata, evoluta, frammentata, un individuo escluso dalla proprietà (sia essa fisica o intellettuale) resta pur sempre un proletario e ritenere che possa migliorare la propria condizione e la propria formazione senza adeguate politiche sociali e del lavoro è un’ingenua illusione o un ipocrita inganno. Anche nella società più meritocratica di questo mondo un proletario al call-center non potrebbe giovarsi della valorizzazione del rischio per la semplice ragione che non ha alcunché da rischiare, nessun capitale da investire. Globalizzazione o no, la sostanza del problema resta quella, pur cambiando modi e tempi: sono semmai i termini della soluzione a dover essere ripensati.
Arrivati alla fine della nostra approssimativa e sommaria analisi non possiamo più rimandare gli interrogativi filosofici, morali e politici che riguardano il lavoro, la proprietà e la società, a meno di non volerci trasformare in grigi tecnocrati o in piatti burocrati. Sono domande ancora aperte che non potremmo pretendere di esaurire qui, ma sono domande importanti che dovrebbero impegnarci costantemente, almeno a sinistra (e se non succede, vuol dire che abbiamo un serio problema). Ecco, credo che il socialismo sia questo: non una soluzione, non una risposta, ma una domanda, forse impopolare ma ben più che attuale. Prima di liquidarlo, dovremmo forse chiederci se siano state liquidate e se siano liquidabili le domande che ne animano e continueranno ad animarne lo spirito.