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Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente

Pierre Joseph Proudhon
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Sostiene Proudhon (del 25/06/2009 @ 12:44:12, in Politica interna, linkato 451 volte)
Per Dillinger.it

Il mancato raggiungimento del quorum per i quesiti referendari del 21 e 22 giugno 2009, considerata l’affluenza del 23% di votanti tra gli aventi diritto, ha definitivamente compromesso l’efficacia del referendum abrogativo. Il trend negativo della partecipazione, iniziato con la Seconda Repubblica, aveva registrato un’eccezione proprio in occasione del voto per la modifica della legge elettorale del 1997, obiettivo mancato per un pugno di voti – lo 0,4% – necessari a superare il quorum. Durante le ultime tre votazioni dal 2003 ad oggi, invece, l’affluenza è oscillata tra il 25% e il 23%, condizionata da un’ambigua strumentalizzazione politica dell’astensionismo che sta irrimediabilmente logorando l’istituto referendario. Il dato rilevante di cui discutere è, infatti, la distorsione democratica prodotta dall’uso strumentale del quorum.

Volendo abbozzare un’analisi dell’astensionismo, si devono considerare esclusivamente i referendum svolti durante la Seconda Repubblica per restare in un arco di tempo consono ai flussi elettorali e alle dinamiche di partecipazione attuali. Dalla storia referendaria recente balza agli occhi che le consultazioni maggiormente connotate dal dibattito politico hanno ottenuto un’affluenza del 57% e del 53%, rispettivamente per i referendum sulla regolamentazione della pubblicità per le tv commerciali nel 1995 e sulla riforma costituzionale ispirata dal terzo governo Berlusconi nel 2006. Con un calcolo approssimativo è possibile affermare che, tendenzialmente, l’astensionismo fisiologico o passivo in occasione delle consultazioni referendarie è pari al 45% circa. Si tratta di un’approssimazione per difetto, perché in entrambi i casi la partecipazione è stata sospinta da intense campagne politiche di propaganda (accentuate, nel secondo caso, dalla valenza difficilmente eguagliabile della Costituzione). Poiché i referendum abrogativi necessitano del quorum del 50% più uno dei voti degli aventi diritto, l’iniziativa popolare diventa estremamente vulnerabile se gli oppositori dei quesiti referendari decidono di rendere nulla la consultazione “alleandosi” agli astensionisti fisiologici. La controprova dell’effettività di tale meccanismo sta nel fatto che, in media, l’83% dei votanti nelle ultime tre consultazioni prese in esame si è espresso a favore dei quesiti referendari, dimostrando l’attitudine degli oppositori a confondere volontariamente l’astensionismo attivo e l’astensionismo passivo per sabotare il referendum evitando il confronto in cabina elettorale. Date le condizioni attuali del dibattito e della partecipazione pubblica, risulta evidente che si tratta di un gioco impari e che le consultazioni referendarie sono destinate sistematicamente a fallire, a meno di incontrare il favore della maggioranza di governo e di essere accorpate ad un’altra consultazione elettorale su scala nazionale, come le elezioni politiche.

Considerata la previsione costituzionale del quorum, uno degli argomenti più utilizzati per legittimare la pratica dell’astensionismo attivo è la negazione di qualunque margine negoziale sul tema sottoposto a referendum. Quasi a voler scandire un ultimatum, gli oppositori ribadiscono che i costi pagati dall’eventuale esito positivo della consultazione non sarebbero semplici errori politici, bensì gravi colpe morali e istituzionali. Se ciò può apparire plausibile per gli argomenti della fecondazione assistita del 2005 («sulla vita non si vota» è stato uno degli slogan più celebri del comitato oppositore), sembra quantomeno sproporzionato per una materia tecnica come la legge elettorale, le cui proposte di modifica sono state sottoposte all’ultimo referendum del 2009. Il punto è che, una volta avviato il meccanismo, diventa difficile sottrarsi alla tentazione di sfruttare la scia dell’astensionismo passivo, trasformando il fronte del no nel fronte trasversale dell’astensione. Dovrebbe allora essere vero il contrario, ossia che, in linea di principio, tutto ciò su cui si legifera direttamente o indirettamente è negoziabile politicamente, moralmente e istituzionalmente, finché rimane nei limiti della Costituzione.

Il quorum, dacché fu concepito dai padri costituenti per salvaguardare la rappresentatività nell’esercizio della democrazia diretta, si è paradossalmente trasformato in un disincentivo alla partecipazione e in un ostacolo all’espressione della sovranità popolare. Soprattutto da quando lo strumento referendario è stato impugnato dalla società civile in contrapposizione alla politica, quest’ultima ha spesso cercato di sottrarsi alle istanze dei cittadini scoraggiando la partecipazione (attraverso l’ostruzionismo all’informazione e la fissazione di date sfavorevoli nelle quali andare a votare) e allo stesso tempo utilizzando l’astensionismo come alibi per conservare lo status quo. Una possibile soluzione per restituire dignità ed efficacia all’istituto referendario sarebbe di eliminare o abbassare drasticamente il quorum e alzare da cinquecentomila a un milione il numero di firme da raccogliere per indire un referendum abrogativo di iniziativa popolare. Da un lato, l’innalzamento delle firme da raccogliere garantirebbe una maggiore conoscenza e un maggior consenso intorno al quesito referendario; dall’altro l’irrilevanza del quorum responsabilizzerebbe sia i cittadini, che rinuncerebbero più difficilmente ad informarsi e a deliberare per ciò che li riguarda, sia i politici, che di fronte all’ineluttabilità della deliberazione popolare competerebbero alla pari e perciò cercherebbero di massimizzare la partecipazione, scegliendo peraltro delle date favorevoli per recarsi alle urne. L’abolizione o la revisione del quorum, pertanto, innescherebbe un circolo virtuoso in grado di spezzare i vizi dell’attuale meccanismo referendario, garantendo e insieme valorizzando lo spirito con cui l’Assemblea costituente ha previsto l’istituto del referendum. È questo uno dei punti fondamentali delle riforme istituzionali per promuovere la partecipazione democratica dei cittadini e la loro fiducia nelle istituzioni.
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Di Sostiene Proudhon (del 02/06/2009 @ 13:44:09, in Politica estera, linkato 566 volte)
Tra le righe del diritto internazionale si annidano le ragioni recondite che sottendono la controversia sullo status del Kosovo. I tempi della (geo)politica sono notoriamente più rapidi di quelli della giustizia e così, mentre la Corte Mondiale pondera un parere consultivo sulla questione, gli Stati hanno preso posizione sull’indipendenza di Pristina, mossi da interessi divergenti che delineano gli equilibri regionali all’interno della comunità internazionale. La frattura più appariscente e più importante contrappone il proselitismo euroatlantico ai rinnovati e irruenti interessi russi nei Balcani e nel Caucaso, come già testimoniato con i fatti dell’agosto 2008 in Georgia.

Dei 58 paesi membri dell’ONU che hanno formalmente riconosciuto la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, circa un terzo fa parte o della NATO o dell’Unione Europa o di entrambe, per un prodotto interno lordo complessivo superiore al 70% del prodotto mondiale [1]. Inoltre, sebbene Pristina non abbia ancora presentato domanda di adesione alle Nazioni Unite a causa del veto annunciato dalla Russia, il Fondo Monetario Internazionale ha riconosciuto la sua piena indipendenza e ha avviato il processo di integrazione del Kosovo in qualità di membro permanente [2]. A ulteriore conferma della visione strategica che ispira il blocco occidentale, vi è lo scatto in avanti compiuto dal Parlamento europeo con la risoluzione approvata a Strasburgo il 5 febbraio 2009. Il testo, tenuto conto della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza che ribadisce la sovranità e l’integrità territoriale della Serbia, «esorta gli Stati membri dell’Unione europea che non l’hanno ancora fatto a riconoscere l’indipendenza del Kosovo», considerando «la stabilità regionale dei Balcani occidentali una priorità dell’Unione» [3]. Si tratta di una risoluzione non vincolante e, dal momento che l’Ue necessita dell’unanimità dei suoi membri per definire univocamente lo status del Kosovo, tradisce la volontà di riaffermare un ruolo politico dell’Europa nella vicenda; volontà disattesa dai 5 dei 27 paesi dell’Unione che hanno confermato il proprio diniego. Per Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro, il precedente kosovaro costituirebbe un pericoloso appiglio per le rivendicazioni indipendentiste delle minoranze basche, magiare o turche che, a seconda del caso, minacciano l’interesse nazionale e l’integrità territoriale dei loro Stati.

Dal canto suo, Mosca gioca un ruolo di primo piano nei Balcani. Tra i paesi che non hanno riconosciuto il Kosovo o non hanno preso posizione in merito, la Russia si distingue per l’intricato intreccio di relazioni diplomatiche e commerciali intessute nell’area. Il profilo attivo della Russia si evince soprattutto dalla sua politica industriale nel settore energetico che interessa le vie di comunicazione della regione balcanica. Recentemente il Cremlino e Belgrado hanno benedetto di comune intesa l’acquisto della Nafta Industrija Serbija da parte di Gazprom, un passaggio cruciale per la riuscita del gasdotto South Stream; considerato che a detta di Putin «l’era del gas a buon mercato è finita», la svendita della società serba (a confronto delle soluzioni alternative, il prezzo d’acquisto di 400 milioni di euro è stato definito «inaccettabile» dall’Ambasciatore francese Fronçois Teral) lascia intendere l’esistenza di una corsia preferenziale nei rapporti fra Russia e Serbia [4]. Questa partnership comprende ovviamente la controversia sullo status del Kosovo, pertanto il veto sull’indipendenza, minacciato da Mosca in seno al Consiglio di Sicurezza, è intrinsecamente legato al parere di Belgrado. La Russia, d’altronde, ha il coltello dalla parte del manico perché le conseguenze di un riconoscimento internazionale del Kosovo ricadrebbero innanzitutto sui casi dell’Abkhazia e sull’Ossezia del Sud; Mosca ha infatti affermato che «il riconoscimento dello Stato indipendente del Kosovo creerà tutte le condizioni necessarie per ridiscutere i nuovi rapporti tra la Federazione e gli Stati autoproclamati che si trovano nella zona degli interessi della Russia» [5].

Alla luce della situazione analizzata, i possibili sbocchi geopolitici della controversia sul Kosovo, nel mentre che L’Aia si esprima, dipendono in larga parte dalla capacità di attrazione dell’Ue. L’accordo tra la Commissione europea per i Balcani occidentali della Direzione allargamento e il governo serbo prevede un finanziamento di un miliardo di euro a fondo perduto entro il 2011 per la preaccessione della Repubblica Serba all’Unione [6]. L’opportunità di entrare a far parte del club è ben vista dalla grande maggioranza della comunità serba, specialmente per i benefici economici che ne scaturirebbero. Tuttavia una parte consistente delle forze politiche nazionaliste e conservatrici non è ancora disposta a subordinare l’affaire Kosovo all’ingresso nell’Ue, così come contrasta apertamente l’attività del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugolsavia nei confronti di Karadžić (già estradato dalla Serbia stessa) e Mladić (ancora latitante). Anche e principalmente in considerazione dell’attrattiva che l’adesione all’Ue esercita tanto per la Serbia quanto per il Kosovo, sta all’Europa valutare le opportunità e gli strumenti per ritrovare una posizione comune e offrire il proprio contributo per una soluzione innanzitutto politica della controversa. In attesa che il diritto internazionale faccia il suo corso.



[1] http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10916/1/45/
[2] http://www.reuters.com/article/newsMaps/idUSN1528175520080715
[3] http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=TA&reference=P6-TA-2009-0052&language=IT&ring=B6-2009-0063
[4] http://www.rinascitabalcanica.com/?read=16546
[5] http://www.rinascitabalcanica.com/?read=6500
[6] http://www.osservatoriobalcani.org/article/view/8633
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