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Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente

Pierre Joseph Proudhon
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Sostiene Proudhon (del 16/11/2009 @ 20:08:17, in Politica interna, linkato 432 volte)
Ritorno all’età dell’innocenza. La nostalgia di una gioventù bruciata troppo in fretta nell’Italia della Seconda Repubblica mi ha spronato a far visita ai compagni radicali dopo tre anni dal congresso di Padova. All’epoca ero un giovane rosapugnante pieno di belle speranze e di lì a poco Daniele Capezzone mi avrebbe impartito una lezione politica fondamentale – ahimè. Oggi a Chianciano, durante l’ottava assise di Radicali Italiani, ho ritrovato le stesse anime belle di allora, più consumate e logore ma sempre fiere e imperturbabili. Tre anni dicevo, condensati in tre giorni in cui si è parlato di tutto e perciò di niente o quasi, forse perché il congresso di un partito personale non può che assomigliare al suo leader carismatico. Sarò tranchant ma il disincanto è fatto così e ha disvelato impietoso quel sentimentalismo che impedisce ai teorici della Rivolta (questo il titolo scelto per il congresso) di sollevarsi innanzitutto contro il loro monarca non più tanto illuminato, prima ancora che contro gli oppressori nazionali e internazionali. Perché se è vero che io a Chianciano sono andato per ritornare bambino, è altrettanto vero che i radicali ci dovevano andare per decidere cosa fare da grandi.

Districare la galassia radicale non è impresa da poco. Per rimanere fedeli alla metafora astronomica bisognerebbe parlare di nebulosa; oltre la promiscuità delle associazioni che ne fanno parte, i contorni del soggetto politico sono incerti e indefiniti, tanto più che il congresso non dispone formalmente dei simboli elettorali depositati da Pannella e Bonino. Tutte le ambiguità dovrebbero risolversi nella platea congressuale laddove la partecipazione è graniticamente ancorata al principio di una testa, un voto. Eppure l’astrazione della democrazia diretta, incarnata dal tesseramento fissato a duecento euro, stride con la realtà non soltanto per il marginale numero di iscritti (poco più di un migliaio e, comunque, inevitabilmente rappresentati da una media di duecento partecipanti; a conti fatti è più rappresentativa la vituperata delega dei congressi tradizionali). Una miriade di associazioni locali, infatti, costituisce indirettamente un radicamento territoriale surrettizio e a basso costo, un surrogato per quei militanti che vorrebbero partecipare attivamente al movimento e che non hanno la fortuna di vivere a Roma e in pieno centro, per giunta. Non è un problema di poco conto, sia perché i radicali per la prima volta si ripresenteranno alle elezioni regionali nel 2010, sia perché in nome di quel principio egalitario Bonino e Pannella hanno letteralmente affossato qualunque riflessione sul tesseramento, compreso l’ultimo “emendamento 25” che intendeva abbassare la quota d’iscrizione a venticinque euro per gli under venticinque, fascia attualmente comprensiva di appena una dozzina di membri.

D’altronde lo stesso procedimento congressuale è un groviglio di contraddizioni; il dibattito infinito fra tutti gli iscritti non sembra attenersi ad alcun ordine del giorno e pretende di sintetizzare in un solo fine settimana l’elaborazione politica che i congressi tradizionali svolgono nell’arco di un mese prima dell’assise nazionale. Tant’è vero che le mozioni congressuali approvate a rotta di collo di domenica pomeriggio sono scritte, stampate e distribuite di sabato sera. L’elezione degli organi dirigenti, poi, non sembra un confronto programmatico di linee politiche ma un reality show. Le “nomination” alla segreteria, per così dire, sono formulate dopo l’adozione della mozione generale, invece di esserne la premessa. Si avvia così una scriteriata girandola di candidature in cui ciascuno candida qualcuno e tutti rifiutano o quasi, fino a eleggere (più o meno per esclusione) il nuovo segretario. Che poi in questo meccanismo congressuale leggermente autocelebrativo non siano intervenuti e nemmeno siano stati fatti i nomi di quei pochi giovani talentuosi, la dice lunga sul livello di sclerotizzazione del partito (e dell’incentivo alla fuga di cervelli).

Considerato lo stato di crisi ormai permanente che investe i radicali (dai debiti agli insuccessi elettorali e politici), lo scenario descritto è un po’ avvilente e lascerebbe intuire un’ineluttabile estinzione. Dal punto di vista politico, Chianciano è sembrato un congresso/processo in contumacia del Pd: i radicali si sono costituiti variabile dipendente della segreteria Bersani, passando buona parte del dibattito a svolgere l’esegesi del suo intervento (pronunciato in qualità di invitato) alla ricerca di un salvagente. Salvo poi ricordarsi del regime partitocratico e recuperare all’ultimo minuto l’opzione autonomista, magari insieme ai verdi e ai socialisti in una riedizione della rosa nel pugno. A che pro? Sinceramente verrebbe voglia di lasciar perdere. Tuttavia qualche passaggio congressuale è riuscito a ricordarmi come mai mi trovavo lì. Dal caso di Stefano Cucchi a quello meno recente di Aldo Bianzino, del cui massacro ci ha raccontato direttamente il figlio Rudra (unico superstite di una famiglia distrutta dallo Stato più familista d’Europa), passando per le libertà violate e i diritti negati dei malati, dei carcerati e delle vittime di malagiustizia – insomma degli ultimi – i radicali restano alcuni dei pochi virtuosi di questo paese impegnati a tappare i buchi dello Stato di diritto. E ancora: Radio Radicale, l’antiproibizionismo, la pena di morte, la ricerca scientifica. Sarebbe un delitto disperdere questo patrimonio e bruciare uno dei pochi avamposti laici rimasti, ma per scongiurare la fine bisognerebbe riformare il metodo radicale. E smetterla di sprecare energie e risorse provando invano a fare politica – che è cosa ben diversa dal continuare a essere splendidamente politici. Infondo, tutte le vittorie radicali a cominciare dal referendum sul divorzio, sono vittorie civili, sociali, culturali, morali ma mai politiche. L’advocacy radicale, se vuole continuare a esistere e a sostenere le sue cause nobili, deve smetterla di prendersi in giro giocando al partito settario, fare un bagno d’umiltà e ripensare sé stessa, i suoi strumenti di partecipazione e i suoi stessi leader. Altrimenti la responsabilità del fallimento, alla fine, non peserà sulla testa di Crono che divorava la sua prole, ma sui figli stessi che non avranno mai avuto il coraggio di emanciparsi.

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07/09/2010 @ 5.02.35
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