Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Replica aperta alle stravaganti esternazioni di Pier Luigi Celli, il dirigente venuto dalla Luna. Eccomi, caro Direttore, sono pronto a partire per l’estero. Seguirò alla lettera il suo consiglio, tanto più che sto per ultimare gli studi proprio nella sua università. Prima di andar via, però, ci tengo a dirle due parole per rivolgermi ai padri della mia generazione (il mio compreso) come lei si è rivolto ai figli della sua (me compreso), cosicché vi rendiate conto che non stiamo scappando da un’astrazione; stiamo scappando da voi.
La società che lei descrive nella sua lettera non vi è estranea e non avete il diritto di dissociarvene, come non fosse una vostra responsabilità. Se è vero che le colpe pesano sulle coscienze di chi ha provato a cambiare le cose e ha fallito, non siete meno coinvolti voi che avete scelto di crescerci secondo le regole del gioco. A che titolo ne parlate come se la cosa non vi riguardasse? D’altronde, le contraddizioni sono le fondamenta del mondo che volete lasciarci (di malavoglia) in eredità. Non meno contraddittorie, infatti, sono le sue parole sul merito e sul senso di giustizia rispetto alla realtà dell’università che lei amministra, dove ogni sforzo profuso dagli studenti per la partecipazione e l’autonomia è stato sistematicamente soppresso in favore di un’impostazione a metà fra il paternalismo e l’aziendalismo.
Se mi prendo la libertà di criticare, non è per supponenza. Mi si dirà (mi si dice spesso): i giovani d’oggi sono passivi, noi almeno ci abbiamo creduto, ci siamo impegnati, ci abbiamo provato. Ma io ci provo in continuazione e non soltanto nella mia sfera privata. Ho partecipato a dibattiti, comitati e associazioni, mi sono iscritto a un partito, ho raccolto firme e sono sceso in piazza, tante e tante volte; ma la piazza è sempre più vuota. Forse perché i vostri figli, che magari riflettono sulle loro prospettive in Italia o all’estero, nel frattempo restano a casa; a loro non interessa, e se gli interessava, non ci credono più.
Cari padri, il mestieri dei figli è di essere degli irriconoscenti affinché ogni nuova generazione possa vivere in una società migliore di quella di prima. Voi, però, ci avete viziato apposta per mascherare il vostro fallimento e, infondo, non desiderate la nostra emancipazione: cercate con tutte le vostre forze di trattenerci qui e ci tenete in casa per non esporci alle macerie che avete lasciato fuori . Dovreste farvi un esame di coscienza invece di rivolgerci ipocriti appelli; ammesso che ci riusciate, non mi aspetto sul serio che ve ne andiate come recita il titolo di questa lettera. Solo noi potremmo cambiare le cose, se decidessimo finalmente di riappropriarci dei nostri spazi e di spodestarvi dai vostri. Una ribellione; una causa persa, non ci credo più nemmeno io. Perciò non mi resta, caro Direttore, che ringraziarla di cuore e accettare il suo consiglio. Vent’anni si hanno una volta sola; in Italia nemmeno quella, non più.