Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente
Non sarà un'assemblea facile per tanti motivi, comprese le questioni organizzative; quello di Firenze sarà un congresso bunker, vista l'importanza che riveste. Tuttavia ci sarò, dal 18 al 21, al Mandela Forum: se non dovesse bastarvi la testimonianza mediatica ufficiale, potrete leggere in tempo reale (o quasi) il IV congresso nazionale dei Democratici di Sinistra visto da un blogger. Nel frattempo, visto che siamo in tema di promozioni, ne approfitto per ricordarvi che il 24 aprile comincia la raccolta firme per il referendum sulla legge elettorale. Per approfondire l'argomento e, se condivisa, sostenere la causa referendaria, vi rimando all'analisi della questione (ad opera del sottoscritto) ed al sito del comitato promotore tramite appositi banner. Stay tuned
La vasta platea dei delegati democraticamente eletti regione per regione e degli invitati, il calibro degli ospiti d’onore tra presidenti di Camera e Senato, presidente del Consiglio, ministri e segretari di partito, la partecipazione di Rasmussen e Schulz: sono cose che fanno pensare, trattandosi di un partito quotato all’1% (ultimo sondaggio Repubblica). Lo Sdi è un paradosso, l’ultimo testimone autentico del socialismo repubblicano italiano che abbia stoicamente difeso le sue ragioni a sinistra, senza recriminazioni, senza vittimismi; uno dei pochi partiti radicati sul territorio, che può vantare una giovanile florida; un partito, però, che rappresenta poco più di un centesimo dei cittadini. Sono cose che fanno pensare, perché nonostante la tradizione socialista in Italia abbia sempre avuto una vocazione minoritaria, la sua validità e le sue ragioni sono state riconosciute postume, e costituiscono oggi una delle più importanti questioni irrisolte della sinistra e del nascente partito democratico.
Boselli, chiudendo il congresso tra gli applausi, ha confermato la volontà sua e dei socialisti di contrapporre al Pd una costituente alternativa ed autonoma, mettendo il punto su quanto detto non solo dai compagni dello Sdi, ma anche e soprattutto dai diessini delle mozioni Angius e Mussi. La cessazione della diaspora socialista e la riunificazione/ricostituzione/rinascita del Psi – così Boselli ha affermato che si chiamerà il partito nel prossimo autunno, guadagnandosi una standing ovation – avvengono per reazione uguale e contraria alla formazione del Pd, cioè nel vuoto politico apertosi fra la sinistra radicale e le componenti moderate (cristiano-sociali, cattolici democratici, popolari e moderati in genere) dell’Unione; il ruolo dei Ds nell’Ulivo, sempre più schiacciato da logiche diplomatiche, non sembra in grado di farsi carico di alcune delle istanze progressiste, riformatrici e laiche che storicamente sono appartenute alla socialdemocrazia e che l’allora Pds cercò di interpretare dopo la svolta della Bolognina. Di conseguenza, temi quali la laicità, l’emancipazione dell’individuo, e quindi i diritti civili oltre che sociali, hanno tenuto banco durante l’intero congresso per la costituente socialista, cogliendo nel segno quel deficit politico che, per quanto riguarda i contenuti, sta mettendo in crisi il Pd. La diatriba tra Ds e Dl sull’adesione al Pse, d’altronde, non è una mera questione di etichette, ma il sintomo più superficiale ed evidente di una disparità di vedute programmatiche che, se da una parte costringe Fassino a rilanciare al ribasso sul compromesso (storico) con la Margherita, dall’altra produce emorragie come la mozione Angius (i cui firmatari, Angius e Caldarola in primis, stanno valutando il passaggio con i socialisti) e riflussi come la mozione Mussi (il correntone, oltre ad aver già annunciato la scissione, sta considerando addirittura un ritorno verso Rifondazione Comunista). In un contesto simile, lo spazio di manovra di cui dispone Boselli rappresenta probabilmente l’occasione politica che il segretario dello Sdi aspettava quieto da un decennio, e che già con la Rosa nel Pugno aveva cercato di intercettare lo scorso anno.
La scelta autonomista del (ri)nascente Psi, però, comporta dei rischi; l’orgoglio e le ragioni dell’autonomia socialista, pur evocando stagioni importanti, potrebbero non pagare né per il partito, tanto meno per il socialismo italiano. Oltre al mero dato statistico che vede le componenti socialiste al di sotto di percentuali soddisfacenti, oltre all’informalità del patto fra le parti, oltre all’eventualità che il referendum elettorale o una riforma severa sbarrino la strada al progetto, resta da sciogliere il nodo della contrapposizione al Pd. Prodi ha affrontato di persona l’intera assemblea, ma a nulla è servito; la strada indicata da Boselli si colloca al di fuori dell’Ulivo. Se dal punto di vista del partito questa è una coraggiosa scommessa, dal punto di vista della sinistra la defezione dello Sdi equivale ad una delegittimazione del socialismo diessino, e pertanto decreta l’inadeguatezza del Pd nel porsi come aggregatore dei riformismi italiani ancor prima della sua nascita, svilendone la portata politica. L’alternativa sarebbe stata la partecipazione al processo costituente per il Pd, la rivendicazione delle ragioni socialiste e la difesa delle stesse al suo interno, insieme – e non contro – i Ds; infondo è vero che Boselli ha da condividere di più con Fassino che con Angius, e ed è molto più vicino ad entrambi di quanto non lo sia con Mussi – distante anni luce, quest’ultimo, pur nominalmente richiamandosi alle ragioni socialiste nel giustificare la scissione. Boselli ha il coraggio di puntare su un’idea, ma forse quella stessa idea potrebbe risultare indebolita se al fronte della sinistra radicale si contrapporranno due riformismi divisi, entrambi non autosufficienti, ed entrambi monchi.
Anche se di reunion socialiste non è la prima volta che se ne sente parlare, questa pare essere quella buona; ma è anche l’ultimo treno. A Fiuggi sono finalmente stati archiviati gli ultimi quindici anni di storia socialista, e non ci saranno altre fermate per ricominciare. La base di partenza è la riforma della sinistra e l’inadeguatezza del Pd a svolgere tale compito, perciò i socialisti italiani hanno deciso di percorrere autonomamente il loro cammino. I contenuti politici di Fiuggi meritano un interprete, certo, ma ancor di più, meriterebbero di essere concretizzati, e non è possibile prevedere se possa avvenire fuori dal Pd. Per questo, quella di Boselli e compagni, è una scommessa davvero avvincente.
Ieri, al Palaterme di Fiuggi, Poul Rasmussen non s’è risparmiato per niente. Evocando le fumose proposte di Rutelli sulla formazione in Europa di un nuovo gruppo parlamentare che “superi” il Pse, ha liquidato l’ipotesi del leader Dl con un laconico “Forget it, Mr. Rutelli”. Dalla socialdemocrazia svedese al New Labour liberale di Blair, non c’è progressista che non si iscriva nel solco tracciato dal socialismo europeo, e se il presidente del Pse è giunto fin qui apposta per ricordarcelo, randellando senza indulgenza i nostri politici, significa che qualcosa sta andando storto nel processo che dovrebbe portare alla formazione del maggior partito della sinistra italiana, e che le ragioni critiche mosse dalla costituente socialista del V Congresso nazionale Sdi sono fondate. D’altro canto, è sembrato che l’attenzione di Rasmussen vertesse non tanto sul congresso in corso, quanto su quello che si terrà a Firenze la prossima settimana, ed è questo il tema che sembra sfuggire a Boselli. A torto o a ragione, un partito che si aggira tra l’1% e il 2% non ha i mezzi politici per sostenere i propri obiettivi, pur portando il testimone di una tradizione difesa con coraggio – difesa a sinistra – ed onestà intellettuale. Fassino vorrebbe lo Sdi con sé nel Partito Democratico, ma il congresso di Fiuggi è stato convocato con tutt’altre intenzioni: è su questo punto che, per come si profila la situazione attuale, la critica socialista al Pd rischia di diventare distruttiva (ma soprattutto autodistruttiva) da che, invece, avrebbe potuto rafforzarsi d’intesa con i Ds all’interno del nascente soggetto politico. A riconferma di questa tendenza, v’è l’attacco frontale che Boselli ha mosso nei confronti del referendum elettorale, paragonato ad una ghigliottina ed interpretato come fattore di divisione. La realtà, però, sembra essere un’altra: sebbene il congresso si sia aperto sotto il segno dell’unità socialista, persiste un istinto di autoconservazione, dettato dall’attaccamento alla propria specificità politica, che ha portato il partito fuori dall’Ulivo, che lo sta portando fuori dal Pd e che finirà col portarlo fuori dal Parlamento, se il referendum dovesse passare, ottenendo così l’unico risultato di aver fatto perdere ogni traccia di quella specificità politica. Oggi i lavori congressuali proseguono con gli interventi di Mussi, Angius, Emma Bonino, Schulz e con li dibattito assembleare.
Di fronte alla nutrita platea di Sciences Po di Parigi, Le Pen ha avuto il coraggio di proporre alle studentesse la masturbazione come rimedio per evitare gravidanze indesiderate. Magari ci avesse pensato suo padre, ottant'anni fa.
E' abbastanza indicativo che i piccoli partiti, di qualunque colore politico, si siano scagliati all'unisono contro il referendum elettorale promosso da Guzzetta e Segni; e pure se i loro partiti non sono poi tanto piccoli, la comune posizione di contrarietà manifestata da Rutelli e Casini è indicativa anch'essa. Di per sé, questa non è una ragione sufficiente a comprovare la bontà della proposta referendaria - non è nemmeno una ragione, a dir la verità; è nel merito della quaestio sui sistemi elettorali, certamente, che vanno ricercate le motivazioni a favore della battaglia referendaria. L'assunto di base è che l'attuale legge elettorale, a prescindere dalle dubbie circostanze che l'hanno prodotta, abbia accentuato quei problemi rimasti insoluti durante l'intero arco della Repubblica: partitocrazia, frammentazione politica e instabilità di governo. I partiti, per istinto di autoconservazione o per incompetenza, si sono costantemente dimostrati inadatti al compito di definire regole del gioco condivise e funzionali; sono cambiati infatti i sistemi elettorali ma non è mai davvero cambiato il sistema elettorale/politico. La prima vera trasformazione è partita dal basso sull'onda del crollo della Prima Repubblica con il referendum Segni del '93, che ha segnato il passaggio dal proporzionale al maggioritario, consentendo l'introduzione in Italia del bipolarismo - condizione divenuta irrinunciabile per le democrazie contemporanee avanzate; il Parlamento, vedendosi abrogata la legge elettorale del Senato, si produsse in un contraddittorio e controverso sistema misto, comprendente sia una quota maggioritaria (75%) che una proporzionale (25%), disattendendo almeno in parte le aspettative del popolo referendario. Ancora, va sottolineato che, eccezion fatta per il referendum sulla privatizzazione Rai e quote pubblicitarie del '95, tutti i referendum a seguire non raggiunsero il quorum (i quesiti costituzionali sono un caso a parte), mostrando un costante ed inesorabile declino della partecipazione che tutt'oggi fa parlare di crisi dell'istituto democratico per eccellenza: solo il secondo referendum elettorale, svoltosi nel '99 per l'abolizione della quota proporzionale, interruppe questo trend portando nuovamente i cittadini alle urne ed ottenendo un plebiscito del 91%, ma il quorum non fu comunque raggiunto per solo lo 0.4% degli aventi diritto mancanti all'appello. Durante l'ultima legislatura, poi, la maggioranza di governo ha stravolto unilateralmente il sistema misto, certamente inadeguato, rimpiazzandolo con l'attuale porcata su base interamente proporzionale, secondo definizione del suo stesso creatore, Roberto Calderoli. Ecco perché, a vantaggio del referendum elettorale che oggi viene percepito come "una pistola puntata alla testa" del Parlamento e dei partiti, è possibile affermare che storicamente la riforma della politica è sempre partita dal basso, non è mai stata auto-riforma, e semmai, talvolta, è stata perfino rigettata subdolamente dai politici stessi con l'aggiramento della volontà popolare (oltre al referendum elettorale del '99, formalmente non valido, si pensi al referendum sul finanziamento pubblico ai partiti). E' inoltre scontato affermare che, di per sé, un sistema elettorale non produce un sistema politico più maturo, resposabile ed efficiente, insomma non risolve i problemi della politica; resta però una condizione necessaria, anche se non sufficiente, alla formazione di un efficace - oltre che efficiente - sistema politico, e non si tratta, come dicono alcuni, di un tema lontano dalla gente - lo dimostrano i dati di affluenza referendaria. Fatta questa premessa, utile per inquadrare il contesto storico e politico in cui si cala il referendum elettorale promosso da Guzzetta e Segni, è possibile entrare nel merito della legge stessa.
Una spinta propulsiva
A beneficio della chiarezza va ricordato che il referendum abrogativo, oltre a necessitare del quorum del 50% più 1 degli aventi diritto al voto, agisce mediante l'abrogazione, appunto, di una o più parti di una legge ordinaria: è evidente che tale formula impedisce di approvare una riforma diretta della materia trattata, specialmente per un argomento come la legge elettorale. L'intenzione del comitato promotore, composto dai già citati Guzzetta e Segni e fra gli altri da Alemanno, Barbera, Capezzone, Lerner, Morando, Panebianco, Pasquino, Prestigiacomo e Salvati, non si esuarisce quindi con l'applicazione pur decisiva di alcuni correttivi all'attuale legge, ma vuole indicare la strada al Parlamento in direzione di un rinvigorimento e miglioramento del bipolarismo, oggi minacciato dalle spinte centripete e dall'ipotesi di un sistema elettorale alla tedesca. L'approdo finale non lo determina il referendum, che pure non nasconde una discreta preferenza per il maggioritario: ciò che conta è che il prossimo sistema elettorale sappia restituire il giusto peso al voto del cittadino (ridimensionando lo strapotere dei partiti) e che garantisca maggioranze governabili e non ricattabili dal veto di un solo senatore o di un singolo, minuto partito - un obiettivo tranquillamente raggiungibile anche con un sistema proporzionale, come dimostra la grande maggioranza degli Stati Ue; solo Gran Bretagna e Francia, infatti, utilizzano il maggioritario. Un'interpretazione estensiva della volontà referendaria non potrebbe trascurare alcuni aspetti istituzionali attinenti ad un'eventuale riforma costituzionale (superamento del bicameralismo perfetto e composizione di Camera e Senato), ma come già detto, l'esercizio referendario è di per sé fortemente limitato dalla formula "abrogativa"; nella misura in cui è possibile intervenire "abrogativamente", i tre quesiti proposti dal referendum riguardano alcuni fra gli aspetti più controversi del Porcellum. La prima e fondamentale questione affrontata dai quesiti 1 e 2 è costituita dal funzionamento delle liste e relativi sbarramenti: attualmente le liste elettorali possono presentarsi in svariate modalità, sia all'interno della coalizione sia autonome sia collegate, con relativi sbarramenti che variano consentendo, di fatto, ad un partito di accedere al Parlamento con meno del 2% dei voti su base nazionale. Il referendum, oltre a spostare il premio di maggioranza (garanzia di governabilità per chiunque vinca le elezioni, al momento reso vano dalla sua "distorsione regionale" al Senato) dalla coalizione alla lista che raggiunga la maggioranza relativa dei voti, elimina le "corsie preferenziali" di collegamento e ripristina la soglia di sbarramento del 4% alla Camera e dell'8% al Senato, pur conservando il vincolo di coalizione (presentazione anticipata delle alleanze) e l'indicazione del candidato premier. Questa soluzione, pienamente in linea con la media europea delle soglie di sbarramento e con la funzione del premio di maggioranza, darebbe al sistema partitico un indirizzo nettamente bipolare e al sistema elettorale un assetto simil-maggioritario, ma salvaguarderebbe contemporaneamente il principio di rappresentatività contenuto nel proporzionale, garantendo a forze rilevanti la possibilità di presentarsi con liste autonome o comunque spingendo i partiti all'aggregazione; il pericolo di un eventuale "listone" unico interpretato come mera bicicletta per il voto sarebbe tamponato dall'impossibilità per i partiti di "contarsi" una volta espresse le preferenze alle urne su di un unico simbolo. Va comunque considerato che una legge elettorale non è in grado di risolvere né l'incoerenza né il trasformismo né la frammentazione propriamente politica, ma può incidere sulla frammentazione strumentale e opportunistica. La seconda correzione, quesito 3, riguarda l'eliminazione delle candidature plurime, attraverso le quali i leader di partito non solo hanno tirato la volata alla propria lista in più circoscrizioni - ben sapendo che poi avrebbero dovuto sceglierne una sola nella quale essere eletti - ma hanno anche cooptato l'elezione di un candidato o dell'altro giocando sul meccanismo delle liste bloccate, ovvero determinando la nomina dei deputati a seconda del collegio elettorale da loro infine scelto. La risoluzione di questi due punti che pure risultano snodi decisivi in grado di rendere quasi accettabile l'attuale legge elettorale non è, come detto, l'obiettivo ultimo del referendum. Le liste bloccate - perlomeno fin quando non si organizzeranno le primarie circoscrizionali - e la ripartizione regionale del premio di maggioranza al Senato sono temi da affrontare in Parlamento: il referendum vuole costituire una spinta propulsiva affinché non si perda l'ennesima occasione per ridisegnare seriamente le regole del gioco.
Sotto fuoco incrociato
A soppiantare il Mattarellum - il sistema misto che prendeva il nome dal suo creatore Sergio Mattarella - è stato l'attuale Porcellum - che pure non prendendone il nome rappresenta con efficacia il suo creatore - sulla cui inadeguatezza nessuno nutre dubbi. Al momento il Governo, esortato con veemenza dai pariti più piccoli della maggioranza, si sta affannosamente adoperando per elaborare un progetto di riforma elettorale; liquidate le proposte dei Ds sul modello spagnolo e dei Ministri Amato e Parisi sul maggioritario e sul referendum, sembra restare in gioco solo la bozza del Ministro per le Riforme Vannino Chiti. Anche l'opposizione, spronata dalla Lega Nord, cerca possibili soluzioni. Stranamente, nonostante il clima politico degli ultimi mesi, maggioranza e opposizione sembrano convergere. Il modello prescelto sarebbe il Tatarellum, il sistema regionale anch'esso col nome mutuato dal suo artefice Giuseppe Tatarella. Si trattrebbe di un compromesso (al ribasso) plausibile se paragonato alla legge vigente, ma decisamente insoddisfacente se calato nel contesto a cui si faceva riferimento prima ed inaccettabile visto il modo con cui, con fuoco incrociato, i piccoli partiti di sinistra e destra pretendono di affondare il referendum. Da una parte e dall'altra si assiste ad uno stillicidio bipartisan dei sostenitori della causa referendaria, peraltro ostentando con sfacciataggine la totale assenza di ragioni che coinvolgano l'interesse generale del paese e non il mero interesse di partito.
Epilogo
In realtà, siamo solo al prologo. Il Parlamento si è dato un anno di tempo per scongiurare il referendum; la campagna per la raccolta delle 500.000 firme necessarie ad armare il cane della pistola referendaria comincerà il 24 aprile. Personalmente mi auguro che quel grilletto venga premuto. Vedremo chi sarà più veloce a sparare.
“Se ancora non si è capito essere culattoni è un peccato capitale e, pertanto, chi riconosce per legge una cosa del genere è destinato alle fiamme dell'inferno... L'etica nel discorso di Bagnasco c’entra fino ad un certo punto: i Dico, l'omosessualità, non sono soltanto contro l'etica ma anche contro natura, e quindi destinati all'estinzione. Certo non è automatico il passaggio dai Dico alla pedofilia e all'incesto ma è evidente che nelle società dove si è aperto ai Dico si è poi aperto successivamente anche alla pedofilia e all'incesto”
Per difendere la propria dignità e la propria libertà, Fabrizio Corona sta preparando un memoriale. Dalla prossima settimana in edicola con Dipiù a solo un euro.
E’ difficile rimanere concentrati sul dibattito politico quando hai di fianco Gigi Proietti, seduto sulla poltroncina alla tua destra: lo guardi e ti viene da ridere pensando alla barzelletta del cavaliere nero. Tuttavia hai atteso quieto un’ora (perché si sa, la politica è sempre in ritardo, in tutti i sensi) per ascoltare delle personalità, dei ministri, e cerchi prestare attenzione; senti parlare la Melandri, e ti viene comunque da ridere. Pensi che non è serata. Poi ascolti Veltroni, Cofferati ed il segretario del partito, e ti dici che infondo vale la pena di provare a raccontare cosa si son detti i Ds della mozione Fassino all’incontro di Roma al Teatro Eliseo (12 marzo) organizzato dall’Associazione per il Partito Democratico.
Sala gremita, nutrito stuolo di giornalisti e fotografi, poltroncine riformiste di velluto arancione; sul palco uno striscione gargantuesco che recita lo slogan “Partito Democratico: una necessità, una speranza”, tanto per aggiungere un pizzico di ottimismo (la speranza) all’inquietante sottolineatura dell’ineluttabilità (la necessità) degli eventi. Ha aperto le danze il Senatore Bettini, con un’elefantiaca introduzione in cui ha enumerato tutte (e dico tutte) le virtù catartiche e salvifiche del Pd, dalla freschezza all’interattività alla futuribilità alla rappresentatività. Freccero e la Melandri hanno suscitato entrambi stupore ed ilarità, ma per motivi assai diversi: il primo ha fornito uno spaccato della società (e) della comunicazione decisamente “caimano” (mi si passi l’aggettivazione morettianamente intesa) e colorato, la seconda è stata colorata e basta. I contenuti politici sono arrivati da Veltroni, Cofferati, dal dalemiano Cuperlo (se ci abbandonassimo alla più becera dietrologia commenteremmo maliziosamente la presenza di un vice, ma ben sappiamo che un Ministro degli Esteri ha da pensare alle cose del mondo) ed infine da Fassino: tutti loro hanno celebrato all’unisono quelli che sarebbero, più o meno, i valori portanti e fondamentali dei partiti socialisti e progressisti d’Europa ed in parte dei Democrats americani, salvo dover fare i conti con il contesto italiano. Questi valori, che sono la laicità, il cambiamento, la giustizia sociale, il diritto positivo, la rivoluzione francese (Freccero era incredulo del fatto che le radici cristiane, non menzionate nella costituzione europea, trovassero invece nel manifesto del Pd più spazio del 1789), che ruolo giocano nel cosiddetto riformismo cristiano? Possono essere sacrificati o comunque ridimensionati in nome di una solidarietà (sedicente di sinistra) eterodiretta dal comunitarismo religioso? Sono o no compatibili con la Margherita?
Va dato atto a Fassino di aver risposto a questi interrogativi motivando la propria mozione con grande onestà intellettuale: è vero, il Pd è una necessità, un passaggio obbligato, non è quello che vorremmo, perché se dipendesse da noi, faremmo un partito socialista, con valori socialisti, e programmi socialisti. Certo, la democrazia diretta e la partecipazione, le primarie, sono una bella cosa, ma diciamo le cose per quelle che sono, il progetto del Pd non nasce dall’intenzione di riformare la politica, ma dalla cronica minorità e instabilità della sinistra; siamo stati all’opposizione per mezzo secolo perché eravamo comunisti, è troppo tardi per fare i socialisti ora; abbiamo la responsabilità di offrire al paese uno straccio di sinistra di governo, possibilmente un po’ più decente di quella attuale. Non vediamo altra strada che il Pd.
Cofferati e Veltroni hanno decisamente condiviso le pragmatiche ragioni del segretario, ma il sindaco di Roma, come suo solito, ha saputo indorare la pillola, sostenendo che infondo, perché no, anche se il Pd non è quel progetto rivoluzionario che secondo Rutelli cambierebbe il destino delle sinistre e della dialettica politica del mondo ma è più banalmente un esigenza dettata dai malesseri della sinistra italiana, può comunque costituire l’occasione per fare qualcosa di buono, per aprire la politica alla società civile, e chissà che magari dal basso, con le primarie, il Pd non adotti una linea sostanzialmente socialdemocratica.
Manca un mese al congresso Ds, e non sono da escludere capovolgimenti di fronte: anche se è abbastanza scontato che Fassino ottenga la maggioranza, per portare il partito nel Pd necessita di un largo consenso, ed una vittoria sotto il 75% potrebbe seriamente compromettere i giochi. Dando per buono l’esito del congresso a favore del Pd, non resta che sperare in una forma partito realmente aperta, realmente partecipativa, che consenta alle ragioni del riformismo e del socialismo di partire dal basso – laddove la classe dirigente della sinistra ha storicamente fallito – marginalizzando i fondamentalismi e le chiusure reazionarie di alcune frange della Margherita. Utopia veltroniana? Può darsi, ma intanto Fassino ha incassato gli applausi di Proietti, e comunque non sembrano esserci vie d’uscita. Morale della storia? 'A morale è che ar partito democratico nun glie devi caca’ er cazzo…