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Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente

Pierre Joseph Proudhon
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Sostiene Proudhon (del 07/09/2006 @ 16:56:14, in Non classificato, linkato 1471 volte)

Questo è un pezzo anomalo, personale. Nessuna analisi obiettiva, riguarda me e la mia città, perciò sarò parziale e coinvolto, perché Napoli non ti permette di restarne fuori. Farò qualcosa che non faccio mai, parlerò di me, sperando che attraverso le mie parole voi possiate capire qualcosa di questa città, perché dovete capire cosa c’è dietro la cronaca nera delle pagine dei giornali. Non cerco di rappresentare la Napoli che soffre, non vivo in periferia e non conosco la miseria, sono una persona normale, un napoletano che vorrebbe raccontarvi Napoli per come l’ha vissuta, nella sua normalità.

La città l’ho lasciata due anni fa per iniziare gli studi a Roma, e solo allora ho metabolizzato, ho razionalizzato quei vent’anni in cui a Napoli sono cresciuto; tra Posillipo, Chiaia e i Quartieri Spagnoli ho abitato (quasi) tutte le zone del centro, ho frequentato (quasi) tutti gli ambienti, ho vissuto (quasi) tutta la gente, mi sono lasciato fagocitare da una città che è difficile interpretare da dentro, impossibile da fuori. Quando mi sono trasferito a Roma ho subìto il distacco, ma non perché Napoli mi mancasse: piuttosto perché andandomene il senso di liberazione è stato talmente forte e inaspettato da farmela odiare, benché contemporaneamente continuassi ad amarla. E con il tempo sono cresciute la frustrazione e la rabbia e il dolore per una città che, al contrario di me, non riesce proprio a liberarsi – non potendo andarsene da se stessa. Il male che affligge Napoli ha nome e cognome, eppure non si è capaci di arrestarlo, in tutti i sensi.

Io sono cittadino di due Stati, e non si tratta di una metafora. A Roma, sono un cittadino dello Stato italiano; a Napoli, sono un cittadino dello Stato di Camorra, sovrano e indipendente. Quando torno devo sottostare ad un’altra giurisdizione. La mia sicurezza e quella della mia famiglia dipendono dalla Camorra, non dalla polizia (quella si ferma a via Toledo, la linea di confine dei Quartieri). Decidono quello che si può e quello che non si può fare. Perfino la costruzione dell’ascensore nel mio palazzo dipende da loro. Non siamo a Scampia, siamo al centro di Napoli, ma si spara lo stesso. In tempo di pace sono i fuochi d’artificio a sparare, e non solo per festeggiare Sant’Anna o San Gennaro, loro sparano quasi tutte le sere per scambiarsi segnali, per comunicare l’arrivo di una partita di droga; in tempo di guerra sparano anche le armi da fuoco. In tempo di guerra, di faida, lo Stato di Camorra non è più in grado di proteggerci, ed è il caos. Le strade si svuotano al tramonto, inizia il coprifuoco, e i cani sciolti, la microcriminalità, si approfittano del momentaneo vuoto di potere. Solo quando uno dei clan ristabilisce l’egemonia sui Quartieri, posso ricominciare ad uscire la sera, sapendo che al mio ritorno le ronde sui motorini che schizzano tra i vicoli, riconoscendomi, mi lasceranno stare.

“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Sentire queste parole fa male, anche se chi le ha pronunciate e chi le ha sostenute lo ha fatto con coraggio e in buona fede. A noi la dignità c’è stata negata alla nascita, la dignità di non essere omertosi, di non essere complici. Io non li voglio gli eroi, e soprattutto non voglio i martiri. “La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni” sono le parole di Giovanni Falcone. Ma la gente di fuori non capisce, ci compatisce o punta il dito. Come Giorgio Bocca, che pensa che farsi un giro in taxi per Napoli sia sufficiente a comprenderne l’anima per poi riversarla in un insulso libercolo dal titolo arrogante “Napoli siamo noi”; come la Lega che ci vomita addosso il suo razzismo e la sua ignoranza quando si vanta che, se al Nord la Camorra non c’è, è perché la prenderebbero a calci in culo.

Con i recenti fatti di cronaca si riaffaccia un incubo che un anno e mezzo fa è costato la vita ad un centinaio di persone in pochi mesi, innocenti e non. In una giustizia tutta da riformare, alcuni capifamiglia sono riusciti a farsi condannare non per associazione a delinquere di stampo mafioso ma per reati minori, risultando così beneficiari dell’indulto. Si riaffacciano gli omicidi, le faide e la disperazione delle donne che, in un mondo al rovescio, difendono i loro “concittadini” dalla polizia scaraventando qualunque cosa dalla finestra, facendo quadrato attorno a spacciatori ed assassini. Si riaffaccia l’orlo del baratro per Napoli, e l’unica cosa di cui avremmo bisogno, è lo Stato, quello vero.
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Di Sostiene Proudhon (del 06/09/2006 @ 13:27:47, in Media e Informazione, linkato 1113 volte)

«Sulla Rai mi domando se non stiamo troppo buoni: anziché occupare la tv pubblica ci siamo occupati di politica estera». E subito si scatenò la bufera su D’Alema. Da sinistra si leva un coro di critiche moraliste, da destra si denuncia “l’indecenza” della spartizione delle poltrone; Fini sentenzia che «il lupo perde il pelo ma non il vizio», e di risposte a tono ce ne sarebbero tante, come la biblica pagliuzza nell’occhio, perché da che pulpito scende la predica. Ci mancano solo le richieste di dimissioni.

Che l’opposizione tiri acqua al suo mulino, con spudorata faccia di bronzo, è nell’ordine delle cose, e ce lo si poteva aspettare. Ma che a sinistra si sia deciso di affrontare l’argomento con piglio ipocrita – e proprio dalla blogosfera gli esempi più lampanti – non dico che sorprenda, ma ad ogni modo delude. Cos’ha fatto D’Alema, se non esorcizzare con affilate parole l’annosa questione della televisione pubblica? Far finta di indignarsi perché il Ministro degli Esteri scherza sulla lottizzazione della tv significa credere, per stupidità o ingenuità, che davvero la nomina dei vertici Rai possa essere insieme politica e imparziale/indipendente. O meglio, si da tal credito alla sinistra e non alla destra, e questo è retaggio della cultura della superiorità morale; allora fa bene D’Alema ad essere così diretto. Non si tratta banalmente di un “che siamo più fessi degli altri, noi?”, è il voler chiamare le cose con il loro nome, e mettere la gente di fronte ai fatti.

La Rai è nata lottizzata, anzi è nata democristiana, la lottizzazione è una conquista civile relativamente recente. Ma noi non ci accontentiamo, il pluralismo non ci basta, vogliamo – giustamente – di più: informazione indipendente, programmi di qualità, un servizio pubblico che sia tale. Come fare? Non di certo auspicandosi che la politica smetta di curare i propri interessi solo perché “di sinistra”.

L’unica proposta sul tavolo, al momento, è un disegno di legge promosso dalla “società civile” (50mila firme con le adesioni di Biagi, Luttazzi, Castellitto e tanti altri), Perunaltratv.it, che se non altro ha il merito di elaborare un’alternativa, con l’abolizione della Commissione Parlamentare di Vigilanza e la nomina del CdA ad opera di un Consiglio per le Comunicazioni formato da 10 “politici” (7 dal Parlamento e 3 dagli enti locali) e 11 esponenti della società (sindacati, università, informazione etc.). Il disegno di legge è stato presentato sia alla Camera che al Senato, e nonostante sia difficile che veda la luce, a confronto con l’ipocrisia delle verginelle che criticano il Governo (nel quale D’Alema semmai è stato il più onesto) è un campione di pragmatismo e real politik.
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Di Sostiene Proudhon (del 30/08/2006 @ 16:26:06, in Politica estera, linkato 570 volte)

«I soldati italiani? Codardi, mangiano meglio di come combattono. I carabinieri poi sono cool nelle loro divise di Armani». Non è il giudizio di un repubblicano sudista avvelenato per aver perso i campi di cotone della sua famiglia durante la guerra civile, e neanche il giudizio di un nero di Harlem che con i mangiaspaghetti di Little Italy combatte un’antica e sanguinosa faida. Sono le parole di uno fra i più importanti centri dell’intellighentia democratica statunitense, il giornale New Republic: allora, forse, non è poi tanto strano che Bush sia stato riconfermato.

Mentre Le Monde applaude la strategia diplomatica del nostro governo al grido di “Forza Italia!” (precisando che è un peccato che Berlusconi abbia confiscato quest’espressione), gli americani non si accontentano di conservare – assieme alla Siria e all’Iran – il reale controllo della zona mediorientale infischiandosene dello sforzo compiuto in Europa per ridare un ruolo credibile alle Nazioni Unite, ma si producono anche in un grossolano attacco nei confronti dell’Italia. Non che si possa fare di tutta l’erba un fascio, ma è indicativo che un giudizio talmente becero sugli italiani e sulle missioni Onu provenga proprio dell’elite democratica. Questo è insieme sia il fallimento della politica della subordinazione che secondo Berlusconi avrebbe rafforzato il nostro legame con gli Stati Uniti ed accresciuto il nostro prestigio internazionale, sia la deriva delle istanze internazionaliste che si infrangono contro il muro dell’unilateralismo americano.

La missione in Libano, oltre a configurare un primo importante successo del governo Prodi proprio nella materia che secondo l’opposizione avrebbe reso manifesta tutta la sua incapacità operativa, è un segnale politico importante per l’Europa e per l’Onu. Il ministro D’Alema, abile artefice di questa manovra diplomatica, non è uno stolto e di certo non si aspetta che le forze di pace inviate in medioriente portino ad un esito risolutivo, anzi, la parte più difficile ancora deve svolgersi. Ma se anche si volesse ragionare su obiettivi a lungo termine, più della singola missione (non è la prima e non sarà l’ultima) conta l’atteggiamento politico che vi è dietro: questo è il motivo per cui se proprio non ci aspettava dai repubblicani un cambio di rotta, quantomeno era lecito confidare nel sostegno e nella legittimazione dell’ambiente democratico. Invece, le possibili critiche lasciano spazio non solo ad un avvilente disfattismo ma anche ad una mortificante e degradante presa per il culo; e tutto ciò ad opera di New Republic, per giunta, un giornale che si è speso non poco a favore delle ragioni di un impegno internazionale.

Nonostante il bersaglio principale sia l’incompetenza italiana, la vera e più importante colpa dell’articolo risiede nel voler sconfessare l’utilità e l’importanza delle missioni Onu. Insomma, se noi siamo disposti a tollerare l’eccezione – come in Afghanistan, dove il comando è in mano alla Nato, o come in Iraq, dove la risoluzione è arrivata postuma – pur di tutelare la regola, loro si infastidiscono se la regola è finalmente applicata in modo corretto. Ne è passato di tempo da quando Wilson, dopo aver ideato la Società delle Nazioni, se ne chiamò fuori, eppure di passi avanti non sembra ce ne siano stati.

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Di Sostiene Proudhon (del 22/07/2006 @ 18:55:49, in Corsivi, linkato 492 volte)
Antonio Polito dice: «L’idea di iscrivere un partito nuovo, prima ancora che nasca, a una famiglia vecchia, rende solo più difficile il farlo». Ma non sarebbe il caso di conoscere almeno i propri gusti sessuali, prima che s’arrivi all’altare?
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Di Sostiene Proudhon (del 22/07/2006 @ 16:13:08, in Politica interna, linkato 626 volte)

Le difficoltà del Partito Democratico sono inversamente proporzionali all’impegno di Veltroni. Ma non perché quest’ultimo sia l’unico in grado di governare la joint venture tra Ds e Dl, al contrario perché non vuole bruciarsi – lui che è papabile di leadership della prossima sinistra – per un progetto alla deriva. Veltroni è un po’ il termometro del Pd, e se per un certo tempo (un tempo pre-elettorale) l’asse con Rutelli è sembrato consolidarsi, ora il sindaco di Roma sembra lentamente defilarsi. D’altronde, i sostenitori del Pasticcio Democratico hanno ben poco da rinfacciargli, visto che il veto ha origine margheritina.

Ieri Prodi ha parlato di una collocazione europea all’interno di un Pse allargato; oggi afferma sorpreso di non aver voluto dare una direzione politica, eppure questa sua ingenuità appare poco credibile, a maggior ragione se si prende in considerazione la recente intervista di Fassino a sostegno del socialismo europeo. Infatti le repliche non si sono fatte attendere: «Prodi sbaglia, non si può pensare di entrare nel Pse sperando di cambiarlo da dentro. Non c'è una casa internazionale adatta al nuovo soggetto, o se ne fa una nuova o si rinuncia» lo stronca perentoriamente Castagnetti. Ma la prospettiva di “innovare” in Europa attraverso apparati stantii ed antiquati è al tempo stesso presuntuosa ed illusoria, dal momento che la casa dei riformisti di tutto il continente è invece solida, attiva, e vivace; significherebbe nei fatti privarsi non solo dell’ancoraggio culturale progressista, ma probabilmente anche cederne una buona parte delle politiche. Tant’è vero che nell’ala radicale dell’Unione non protestano più di tanto per la formazione del Pd: gli sarebbe lasciato il monopolio della sinistra italiana, con evidenti vantaggi sul mercato elettorale.

Del perché ci troviamo in questa situazione, ho già scritto. Tuttavia le contingenze storiche e sociali che hanno portato la sinistra italiana in una cronica condizione di inferiorità non possono essere scolpite nel marmo, i tempi cambiano, e l’interesse di normalizzare finalmente il nostro sistema partitico (su di un necessario impianto bipolare) non dovrebbe essere perso di vista. Il superamento dell’anomalia berlusconiana ha richiesto – e richiede – qualcosa di più una semplice bicicletta tra Ds e Dl, ma questo non dovrebbe far perdere di vista la prospettiva globale della nostra politica. An si sta spingendo verso il Ppe, e quando Berlusconi avrà fatto il suo tempo non solo elettoralmente ma anche culturalmente, i blocchi progressista e conservatore dovranno ricomporsi. Nel frattempo, non vale la pena di buttare alle ortiche quel poco di sinistra riformista vera che con fatica abbiamo riaffermato in Italia.
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Di Sostiene Proudhon (del 20/07/2006 @ 19:39:33, in Corsivi, linkato 650 volte)
A seguir le dirette parlamentari ci si diverte sempre, e si imparano tante cose che dai resoconti stenografici non sempre risultano così come son state dette. Dice l’onorevole Bricolo nella sua dichiarazione di voto sull’Afghanistan condita da brava retorica brianzola e spirito leghista: «Dov’era l’Europa quando la Danimarca è stata messa a ferro e a fuoco per due vignette? Che cosa ha saputo fare l’Europa quando la Spagna e la Gran Bretagna sono state dilaniate dalle bombe islamiche? Ha mai saputo dire una parola chiara, che fosse una, contro il fondamentalismo islamico, contro una religione che, per sua stessa definizione, non può contenere né Islam moderato né interlocutori che vogliano diagolare con l’Occidente?». Sbabbari, imo a Roma.
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Di Sostiene Proudhon (del 20/07/2006 @ 18:08:24, in Il testamento di Tito, linkato 1312 volte)

C’è una parola chiave, quando si parla della legge 40 e dell’embrione: individuo. La persona è individuo. I diritti della persona sono i diritti dell’individuo, la libertà personale è la libertà individuale. L’individuo è connotato dalla sua unicità genetica e biologica. La nostra società – in senso estensivo delle civiltà occidentali – si fonda anche sulla tutela dell’individuo, nonostante vi siano situazioni particolari in cui i diritti di ognuno, che si autolimitano, vengono momentaneamente sospesi (detenzione carceraria, interdizione) o definitivamente soppressi (omicidio per legittima difesa, aborto in un certo senso). Se ne deduce che il bandolo della matassa sia l’attribuzione o meno dello status di individuo all’embrione.

Quando lo spermatozoo penetra nell’ovocita, si dà inizio alla fusione (singamia) dei nuclei dei due gameti in un unico nucleo, formando lo zigote; dal secondo al sesto giorno lo zigote si divide per segmentazione (quindi per due, in 2-4-8-16-32-64 cellule) dando luogo alla blastocisti. Ciascuna cellula (blastomero) della blastocisti è totipotente, ovvero non ha un destino predefinito (se infatti preleviamo anche una sola cellula e la coltiviamo in vitro, possiamo avviare il processo per la formazione di un secondo nuovo individuo). Dal sesto giorno, la totipotenzialità svanisce in favore dell’unipotenzialità (ogni cellula intraprende un percorso per svilupparsi in determinati apparati o organi), tuttavia fino al quattordicesimo giorno la blastocisti potrebbe dividersi (dando vita a due gemelli monocoriali o anche congiunti) come potrebbe fondersi con un'altra blastocisti (dando vita a fenomeni di ermafroditismo, se di sesso diverso). Solo ed unicamente dal quattordicesimo giorno in poi compare il primo abbozzo di sistema nervoso centrale (stria primitiva) che sgomberando il campo da dubbi individua l’individuo.

Nonostante la maggioranza del mondo scientifico tracci la linea di confine fra pre-embrione (non-individuo) ed embrione (individuo) al quattordicesimo giorno, il dibattito prosegue, e prosegue anche il dibattito politico, che però commette l’errore di volersi sostituire, alla scienza. Le argomentazioni dei sostenitori della legge 40, infatti, sono metodologicamente devastanti. Agitare lo spauracchio dell’eugenetica nazista, della cultura della morte contrapposta alla cultura della vita di cui essi sono gli unici detentori e difensori, rende impraticabile il terreno per un confronto serio. Anche dalla appassionata discussione in Senato di ieri a proposito della ritiro di Mussi dal blocco dei “proibizionisti europei”, emerge una sola realtà: i parlamentari di sinistra e di destra che si schierano contro la ricerca, legiferano ed hanno legiferato sulla base di asserti puramente metafisici e dunque riconducibili esclusivamente alla loro morale e alla loro coscienza (di cattolici e non). E’ inutile ricordare che lo Stato moderno laico e liberale dovrebbe lasciare la morale e l’etica e Dio fuori dalle aule parlamentari: la maggioranza non impone una visione del mondo, e invece tale è l’arbitrario riconoscimento dello status di individuo ad un conglomerato di cellule che non lo è. Questo è il motivo per cui in gran parte dell’Europa i parlamenti si sono adoperati per regolamentare la materia senza entrare nel merito della faccenda e lasciando piena autonomia alla scienza e ai cittadini: in tal caso, infatti, nulla ti vieta, se sei personalmente e metafisicamente convinto del valore umano del pre-embrione, di rifiutare la fecondazione assistita, come in egual modo resti libero di non divorziare se soggettivamente consideri sacro il vincolo del matrimonio, senza per questo impedire agli altri di separarsi agendo secondo coscienza.

Resta poi l’evidenza dei fatti: non ha alcun senso insistere su questa posizione aprioristica se nel frattempo la ricerca va avanti nelle democrazie nostre pari, per non parlare dell’immenso patrimonio per la scienza costituito dagli embrioni crio-congelati che, sempre per principio, dovrebbe essere sacrificato inutilmente. Ed ancora sul versante pragmatico, forse è utile ricordare che la maggior parte dei cittadini italiani non si perdono in quest’oziosa discussione che magari poco li interessa, piuttosto si sentono vittime di una politica involontariamente classista che li mette nelle condizioni di poter affrontare la sterilità o alcune patologie rare solo se abbastanza ricchi per potersi recare all’estero. E’ il solito doppio taglio di una falsa coscienza che non si accontenta di condizionare i costumi e la società, ma che pretendere di dettare legge anche in parlamento.
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Di Sostiene Proudhon (del 19/07/2006 @ 16:51:41, in Politica estera, linkato 559 volte)

Non è facile assumere una posizione coerente rispetto alla situazione mediorientale, soprattutto se si parte da una prospettiva di sinistra. Sulla carta, si sta tutti dalla parte del diritto, e sulla carta i terroristi sono i carnefici mentre i soldati sono le vittime. La realtà però nelle categorie mentali ci sta stretta, ed anche se i terroristi restano irrimediabilmente terroristi, la reazione armata, travalicando i confini del diritto, rischia di diventare ambigua, e lo scontro in generale nel suo contesto si adatta alle interpretazioni più diverse.

Nell’Unione è in atto un dibattito serio, politico, sulla questione mediorientale. Di pregiudizi, chi più chi meno, siamo tutti permeati, ed accusare velatamente quella posizione di una parte della sinistra rappresentata da D’Alema di faziosità ideologica, mi sembra ingiusto: l’ideologia piuttosto filtra le prese di posizione del centrodestra che si fa “filo-israeliano a prescindere perché liberale” – il che è tanto banale quanto inutile. Dando per scontato che giudicare gli eventi della storia sia appunto un esercizio intellettuale, la politica oggi (e non solo da oggi) ha ben presente l’importanza di riconoscere, tutelare e difendere lo Stato d’Israele, ma la sinistra è pervasa dal dubbio tanto dell’opportunità quanto della misura degli strumenti di difesa adottati da Olmert; la tesi della “sproporzione” sostenuta da D’Alema e Prodi mira ed evidenziare la responsabilità israeliana dell’escalation della violenza, al contrario la Bonino e Rutelli riassumono l’ipotesi della legittimazione dell’offensiva di Olmert, forse con maggiore realismo, in un contesto sempre più incandescente dove l’unica via di salvezza israeliana è sempre stata quella di mostrarsi militarmente superiore a tutti i suoi nemici. Da questo punto di vista, le provocazioni di Hamas ed Hezbollah sembravano mirate esattamente a questo risultato, e Olmert non ci ha pensato due volte. Vale la pena di chiedersi, però, se la sua reazione sia davvero irrazionale oppure motivata (non per questo giustificata) da ragioni che coinvolgono anche la nostra responsabilità.

Pannella mette sul tavolo un problema reale quando denuncia l’immobilismo dell’Europa nei confronti d’Israele, soprattutto in tempo di “pace”. Mantenere le distanze da Gerusalemme non ci esonera dalle conseguenze del conflitto e ci impedisce invece di esercitare un controllo diretto, oltre che una funzione deterrente. E’ delle ultime ore la notizia che Olmert avrebbe rifiutato il cessate il fuoco in favore delle truppe internazionali, a meno che i sequestratori non rilascino i soldati israeliani – condizione quanto mai improbabile. Una decisione riconducibile all’isolamento di uno Stato che è “costretto a cavarsela da solo” (o al limite a sottoporsi all’egida statunitense, alla quale sarebbe bene contrapporre finalmente un’egida europea ed infine una internazionale) e le cui conseguenze si sommeranno tragicamente alla “sproporzione” di cui giustamente parla D’Alema.

E’ difficile prevedere quale soluzione risolverà questa crisi – e quali costi comporterà – ma non è più possibile restare passivi di fronte alla ciclicità del problema, specie ora che il terrorismo internazionale configura uno scontro globale. Dipendere dall’umore di Sharon o dal risultato elettorale in Palestina è una follia, serve una visione strategica a lungo termine che spezzi la spirale dell’unilateralismo e ricostruisca un percorso valido e internazionalmente forte di gestione della situazione mediorientale.
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Di Sostiene Proudhon (del 18/07/2006 @ 01:25:34, in Politica interna, linkato 735 volte)

Bersani si dice “soddisfatto” per il pareggio ottenuto al tavolo con i tassisti: a calcio o in politica, un’affermazione del genere ha, di per sé, il sapore della classica toppa. E infatti i tassisti tornando in piazza gridano alla vittoria. Niente doppie targhe, niente licenze cumulate, niente soluzioni alternative, resta solo la possibilità di allungare i turni assumendo collaboratori/familiari, con la categoria che si impegna ad attuare una “politica di sostituzioni” per favorire il ricambio generazionale (aumentando il numero di vetture?) e il ministro che passa la palla ai comuni – perché ora sta a loro rispondere alle esigenze locali con gli strumenti messi a disposizione. Praticamente, siamo tornati da dove eravamo partiti.

Stento a credere alla favola della lobby del taxi che, dopo questa maschia prova di forza, consentirà ai comuni di aumentare il numero di licenze – come se questa strada non fosse stata già battuta un centinaio di volte nell’ultimo decennio senza aver prodotto risultati. Ma dando anche per buona questa ipotesi, resta comunque in piedi quel circolo vizioso di privilegi che la liberalizzazione intendeva scardinare. Il nocciolo del problema non sta nella contingente carenza di taxi, bensì nel corporativismo della categoria; il decreto intendeva aprirla al mercato non solo per far fronte a questi tempi di magra (la crisi quantitativa resta cronica finché non è la legge di domanda e offerta a regolare il numero di vetture) ma anche per ricondurre le licenze a prezzi “terrestri” e tutelare i consumatori/cittadini. Tutto ciò, ci rendiamo conto, non è visto di buon occhio da chi ha sborsato più di duecento milioni di vecchie lire per assicurarsi un lavoro (e, praticamente, una pensione), ma di soluzioni intermedie ce n’erano, come ad esempio quella dell’IBL proposta da Capezzone, la più indolore per i tassisti. Purtroppo, Bersani ha fatto il catenaccio quando la partita era praticamente già vinta.

Settimane di scioperi selvaggi che hanno ostacolato ed interrotto il servizio pubblico (con questa canicola poi…), disagi dappertutto, e poi cori, minacce ed aggressioni a metà fra lo squadrismo fascista e l’intimidazione mafiosa – vedasi quel povero Paolo Foschi del Corriere. Tutte queste nefandezze avrebbero dovuto ridurre il potere contrattuale dei tassisti. Invece. E meno male che concertazione significava dialogo “ma poi è il Governo che decide”: a decidere sono stati in tutto e per tutto i tassisti, il senso del provvedimento è stato rovesciato, in più si legittimano le reiterate illegalità (a volte violente) dei protestanti come efficace strumento di lotta sociale – meglio dire corporativa. Ora speriamo che avvocati e farmacisti non decidano di mettersi con le auto di traverso sul grande raccordo anulare.
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Di Sostiene Proudhon (del 17/07/2006 @ 16:09:42, in Politica interna, linkato 739 volte)

Lo sapevate che la lobby degli avvocati, in America, è tra le principali fiancheggiatrici e finanziatrici dei Democratici? Probabilmente trattasi di opportunismo, ma sta di fatto che la maggior parte degli studi legali statunitensi preferisce sostenere la lotta di classe, con classe, anzi con la class action: è infatti merito di quest’ultima se gli avvocati si sono riscoperti “compagni” dell’ultim’ora.

La caciara dei tassinari – verso i quali mi guarderò bene dal mostrare rispetto e comprensione visti gli ultimi accadimenti – ha fatto passare in secondo piano alcuni elementi importanti del decreto Bersani, fra i quali spicca proprio l’introduzione dell’azione legale collettiva. In breve, essa consiste in una pluralità di soggetti che si costituiscono come un’unica parte civile lesa da un prodotto o dalla condotta di un’azienda. L’esempio più immediato di hollywoodiana memoria è Erin Brockovich di Soderbergh, che racconta la storia vera di una class action condotta contro un’impresa che aveva avvelenato l’acqua di una piccola comunità con il cromio, una sostanza antiruggine cancerogena.

Negli Stati Uniti la class action è prassi consolidata da circa quarant’anni: si è affermata come lo strumento di difesa dei consumatori – e come l’incubo delle multinazionali – che altrimenti, intentando causa individualmente, non potrebbero mai fronteggiare i mastodonti dell’economia. A permettere il funzionamento di questo sistema, però, vi è un secondo imprescindibile fattore. La legge americana consente agli avvocati di pattuire la propria parcella su di una percentuale (di solito il 33%) del risarcimento ottenuto; in questo modo gli studi legali sono attratti dalle grandi possibilità di guadagno – che si concretizzano e aumentano solo in base all’efficacia dell’impegno prestato – e i consumatori/cittadini possono rivendicare i propri diritti e farli valere davvero, senza temere di restare in mutande. E così, nei treni metropolitani di New York, campeggiano in bella vista poster che pubblicizzano azioni legali contro questo o quel farmaco, contro questa o quella azienda; gli avvocati speculano, ma difendono cause nobili e in più votano a sinistra – scusate se è poco. E’ quella che chiamo lotta con classe.
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