Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente
Formigoni in Gran Bretagna, Mastella in Svezia, Binetti in Canada, Casini in Spagna, Giovanardi in Olanda. Vent'anni di esilio in paesi civili, questa la punizione che vorrei per la loro intolleranza, e quando saranno di ritorno, solo allora ascolterò cosa hanno da dire su Dico e famiglia.
Qui non si vuole riabilitare o processare, tanto meno si vogliono costruire pantheon, statue equestri o mitologie ed eredità politiche. Qui si tenta di analizzare, con la parzialità propria di chi si definisce apertamente socialista, le scelte politiche di ieri e di oggi, per dare una lettura di un contesto politico tanto particolare - quello odierno - che sembra preludere alla fine della lunga transizione incarnata dalla Seconda Repubblica. La riorganizzazione della sinistra italiana ha preso le mosse dall'avvio della fase costituente del Pd, e, complice l'incombente riforma elettorale, ha spinto le forze progressiste ad aprire un confronto sulle divergenze da mettere da parte, sulle diversità da tenere in conto e sui progetti per la prossima stagione politica - postideologica(?), postberlusconiana(?), postilluminista(?). Due blocchi sono emersi dai congressi di primavera, quello ulivista per il Partito democratico e quello del cantiere delle sinistre; due progetti importanti e mirati mediante l'aggregazione e l'unità a rappresentare con più efficacia ed efficienza le due categorie maggiori della sinistra - quella riformista e quella massimalista - debellando il frazionamento partitico che, prim’ancora di nuocere al sistema politico, nuoce alle idee e ai programmi dei partiti stessi. Tra coloro che hanno intuito le opportunità offerte da questa stagione di rinnovamento, particolare attenzione meritano Boselli e lo Sdi perché testimoni di quella questione socialista rimasta insoluta dopo il crollo politico e giuridico, ma non “ideologico”, del Psi e della Prima Repubblica.
Fiuggi si è chiusa fissando l’appuntamento della costituente socialista ad ottobre per porre fine alla diaspora e rinnovare le ragioni del socialismo in contrapposizione allo sbiadito Partito Democratico. All’appello stanno rispondendo in tanti, tra i delusi e i ritrovati, come i diessini Angius, Caldarola e Grillini, come i superstiti del Nuovo Psi; l’operazione, inoltre, gode di una discreta attenzione mediatica con conseguente ritorno in termini di immagine e consensi (un sondaggio di Repubblica ha rilevato un balzo di 14 punti percentuale, dall’8% al 22%, relativamente alla fiducia che Boselli e lo Sdi ispirano nell’elettorato). Uno dei punti di forza accreditati al progetto sarebbe il redivivo orgoglio autonomista del riformismo socialista, ieri protagonista dello scontro con il Pci su questioni storiche come i fatti d’Ungheria, il caso Moro e gli euromissili, oggi chiamato in causa per difendere laicità e diritti civili, liberalismo e libertarismo, i veri punti deboli del nascente Partito democratico visto da sinistra. Punti deboli da non sottovalutare, tant’è vero che facendo leva su di essi, la sinistra “anti-Pd” pare in grado di coagulare tradizioni e personalità distanti e talvolta antitetiche: Mussi e Angius, berlingueriani e antisocialisti della prima ora, si sono riscoperti apologeti del socialismo europeo, mentre Diliberto e Bertinotti convergono entrambi in direzione della “cosa rossa” alla quale, oltre ai nomi già gitati, potrebbe prendere parte lo stesso Boselli, dando vita ad un miscuglio certamente laico e libertario, ma distante anni luce tra le sue componenti sulla politica estera, sulla politica economica, sul mercato del lavoro e sulle analisi sociali. E’ qui che la replica conclusiva del segretario dello Sdi al Palaterme di Fiuggi fa sentire il suo peso, indicando all’orizzonte del progetto socialista la fondazione del Psi del 1892 e non un mero sguardo nostalgico alla stagione del garofano di Craxi: leggendo fra le righe di questa ragionevole proposta politica si potrebbe maliziosamente insinuare, infatti, che invece di voler allontanare il fantasma di una riesumazione stantia e vittimista del craxismo, l’intenzione di Boselli consista nel superamento dell’anticomunismo, che caratterizzò il Psi craxiano, per poter meglio approcciarsi alla “cosa rossa”. Una prospettiva, questa, già rilanciata dagli stessi Bertinotti e Diliberto.
Eppure l’anticomunismo, o meglio l’antimassimalismo – perché l’anticomunismo come categoria dello spirito, proprio di ogni socialista così come l’antifascismo, non rende giustizia all’etica politica dei partiti di Bertinotti e Diliberto, così come, in una certa misura, non la rendeva al Pci di Berlinguer – ha costituito, a partire dal Midas dove Craxi divenne segretario nel ’76, il tratto più autentico, coerente ed europeo dell’autonomismo socialista. Addirittura, l’anticlericalismo del Psi fu deposto in nome di una generosa revisione del concordato e dell’alleanza con la destra Dc (il Caf di Craxi-Andreotti-Forlani) pur di affermare e difendere quell’autonomia culturale, ideologica e politica dal comunismo. Secondo alcuni il Psi di Craxi rappresentò il maggiore interprete del rinnovamento e della modernizzazione della sinistra come dell’Italia, altri legittimamente contestarono la sua scelta di campo; quel che è certo, però, è che se si rivendicano le ragioni dell’autonomismo e del riformismo del Partito socialista italiano, in discontinuità con la maggioritaria tradizione del Partito comunista e della cultura marxista, non si può non vedere la palese contraddizione con il percorso politico delineato da Boselli. Banalizzando, potremmo dire che se il Psi di Craxi ha accettato concordato e Dc per governare ed emarginare la sinistra massimalista, non si capiscono le ragioni per cui il Psi di Boselli dovrebbe rinunciare a difendere le ragioni riformiste in un contesto ben più favorevole rispetto a quello craxiano, dove la sinistra (e non la destra) Dc rappresenterebbe l’interlocutore e dove i socialisti (Ds+Psi) formerebbero una schiacciante maggioranza. Il nodo della laicità (e tutti i suoi derivati come i diritti civili e le libertà individuali) può effettivamente costituire un ostacolo, laddove Craxi mediò pur di governare, e su tale questione andrebbero valutati i costi/opportunità fra la testimonianza morale e il pragmatismo di governo. Tuttavia, la ricostituzione di un fronte socialcomunista non risponderebbe nei fatti (e nei numeri) all’esigenza di (ri)affermare un valore fondante e fondamentale della politica come la laicità, tanto meno garantirebbe la continuità con il socialismo europeo, anzi. Se Boselli guarda con interesse “a sinistra”, evidentemente ritiene anche di dover fare i conti con percentuali e quantità che, al momento, lo vedono fuori dai giochi; ma l’autonomia del rinnovato Psi corre il rischio di venire compromessa prima ancora che la costituente socialista abbia inizio. E in quel caso, si tornerebbe davvero al 1892.
Interrogato sul ritorno in Rai di Funari con Apocalypse Show, Diego Cugia ha detto: «Parleremo dei disastri climatici e di quelli interiori di ciascuno di noi e dei fenomeni, come il delitto di Cogne, che nessuno ha mai portato in uno show». Piccata la replica di Vespa: «Perché, cosa crede Cugia, che io stia qui a fare informazione?!»
L’impressione è che sia finita una fase storica, quella della transizione: la sinistra cessa di essere post per intraprendere un cammino nuovo. Tenendo conto della distinzione fra le intenzioni e quelli che saranno i risultati ottenuti, la volontà dei Ds si è manifestata con chiarezza durante il congresso di Firenze decretando lo scioglimento del partito in favore di un soggetto politico riformista unitario. «Noi non bastiamo più», sono le parole di Anna Finocchiaro, e rappresentano la sintesi di un partito che non ha raggiunto gli obiettivi preposti e di un paese che impone necessariamente una terza via alla sinistra; perché se da una parte il Partito Democratico si candida ad essere il protagonista della riforma della politica italiana, dall’altra nessuno tace sulla sua natura realista e compromissoria, e sullo scarno coraggio dei suoi contenuti politici, dettati più che altro dal pragmatismo e dall’imbarazzante ritardo delle istituzioni.
Sezioni e gazebo
L’unica, vera, meritoria questione posta sul tavolo della discussione è invece l’organizzazione della politica. La struttura Ds, per quanto macchinosa, ha dato prova di grande democraticità (cosa che non può dirsi per la controparte margheritina) e le 6mila sezioni hanno eletto con 250mila voti i millecinquecento delegati dopo un appassionato confronto che, oltre alle tre mozioni congressuali, ha coinvolto anche il “superamento” delle sezioni stesse. L’intero gruppo dirigente, espressione di un’assemblea per il 75% favorevole alla mozione Fassino, ha sostenuto con forza l’esigenza di aprire la politica e di tener ben saldo il punto delle nuove forme di partecipazione, a cominciare dalle primarie. Lo stesso “manifesto dei Saggi” è stato rimesso in discussione, se non addirittura delegittimato. La “nuova politica”, secondo i Ds, dovrà partire da una carta dei valori che ponga le sue radici nella base, nella “nuova base” comprendente non solo l’apparato margheritino ma anche e soprattutto la società civile, gli ulivisti, l’associazionismo democratico. I giovani militanti di sezione (giovani davvero, la platea dei delegati era formata almeno per un quarto da under 30) vogliono farsi ponte per raggiungere e coinvolgere i cittadini, in un contesto dove sezioni e gazebo siano complementari. Tutto, dalla linea politica alla scelta del leader ai valori costitutivi, dovrà essere stabilito democraticamente facendo capo al principio “una testa, un voto”.
Forma e sostanza
Se sulla forma-partito i Ds sembrano avere le idee piuttosto chiare, i contenuti latitano, e latitano nel senso letterale, perché per esserci ci sono, ma restano alla larga per non suscitare malumori e fratture con gli alleati Dl. L’intervento più coraggioso a riguardo (fra i firmatari della mozione Fassino) è stato quello di Cesare Damiano. Il ministro diessino ha detto a chiare lettere che il Partito Democratico, pur ponendosi un ampio spettro di obiettivi capaci di rappresentare non un blocco sociale ma un’intera cittadinanza, assolverà fra le sue principali funzioni quella di Partito del Lavoro, identificandosi – ma non esaurendosi – con il laburismo. Il tema ambientale ha tenuto banco per l’intero congresso, e non poteva essere altrimenti. Al contrario, i bocconi più amari sottolineati dalla mozione Angius, e risultati addirittura indigesti per gli scissionisti della mozione Mussi, sono stati il tema della laicità e l’adesione al Pse; gli interventi di Angius e Mussi, pur giungendo a due conclusioni diverse (il primo resta, il secondo se ne va), hanno entrambi denunciato il deficit laico del nascente partito – laddove la laicità costituisce un valore non negoziabile perché precondizione necessaria all’esistenza stessa del pluralismo di valori – e l’ambiguità della sua (non) collocazione europea all’interno del Pse, raccogliendo peraltro grandi consensi ed applausi. La replica conclusiva del segretario non ha fugato questi dubbi, è anzi andata in direzione opposta: la laicità, da metodo, diventa merito da negoziare, mediare, sintetizzare in un compromesso, e l’adesione al Pse passa in secondo piano rispetto all’esigenza di costruire il nuovo partito. Non c’è una reale divergenza d’opinione nei Ds su questi temi, ma c’è una diversa disponibilità a sacrificarli sull’altare del Partito Democratico; trattandosi di scelte fondamentali, è comprensibile la preoccupazione di chi teme possano essere tradite le ragioni progressiste. Nemmeno l’applauditissimo intervento di Walter Veltroni, a cui è stata tributata un’ovazione pari solo a quella per D’Alema, ha saputo sciogliere questi nodi. Il sindaco di Roma ha messo in campo tutto il suo carisma per spiegare che il riformismo non si esaurisce nel socialismo ma trova la sua più radicale forza in quel comune “sogno progressista” che è capace di unire Gandhi, Mandela, Martin Luther King, Olof Palme e chi più ne ha più ne metta, perché ad unirli sono gli obiettivi e sono gli obiettivi a definirli come persone, più di ogni altra etichetta. Il problema è il che no diellino al Pse – così come la laicità – non sembra una questione d’etichetta, piuttosto è avvertito come il sintomo di una mancata condivisione degli obiettivi stessi. Paradossalmente, il Partito Democratico rischia di diventare il principale artefice della riforma della politica italiana ma di non dimostrarsi all’altezza di riformare il paese.
I diari della motocicletta
«Noi ci fermiamo qui», così Fabio Mussi, a nome dei 38mila sostenitori della sua mozione, ha sancito lo strappo con il partito di una vita. Lacrime trattenute a stento dal leader del correntone, lacrime manifeste di alcuni militanti. E’ stato proprio sugli appelli all’unità che Fassino aveva raccolto l’unica ovazione durante la relazione introduttiva, ma tutti sapevano che non sarebbe servito, perché la sera prima i delegati della mozione Mussi si erano riuniti ed avevano votato all’unanimità (meno un’astensione) per la scissione. Nel “discorso della vita”, Mussi ha spiegato le ragioni del no, ribadendo l’indisponibilità a rinunciare a valori quali la laicità e il socialismo europeo. Il Mandela Forum ha dimostrato di sentire fortemente le sue critiche, applaudendo con vigore i passaggi chiave, pur non condividendone le conclusioni; l’ovazione finale al compagno che se ne va era d’obbligo, ed è stata sincera. Mussi, che è intervenuto la mattina di venerdì, ha dovuto attendere le otto della sera per ricevere il tributo più bello e più duro, quello del Presidente del partito. D’Alema ha ricordato di quando, ai tempi della rottura del Pci con il Manifesto, i due dovettero prendere una decisione sul da farsi, se restare o no nel partito; salirono «sull’unico mezzo che avevamo a disposizione all’epoca, cioè la motocicletta di Fabio» e si ritirarono sulle colline pisane. Discussero, e decisero di non uscire dal Pci; solo dopo Mussi gli confessò che Luana – la sua futura moglie – fosse incinta, perché «eravamo così, prima la politica». Oggi, a distanza di quasi quarant’anni, «sua figlia [di Mussi] è una scienziata, e noi siamo ancora a far baruffa come quei vecchietti dell’ultima scena del film di Bertolucci, Novecento». D’Alema sente il dovere di dire a Mussi e compagni che sbagliano, e promette che farà di tutto per dimostrarlo.
La questione moderata
D’Alema ha chiuso una giornata intensa, in cui si sono succeduti Damiano, Bersani, Rasmussen, Prodi, Franceschini. Il perno del dibattito resta quello dell’identità, identità che svanisce, che si trasforma, che si tradisce, che si rinnova. Il plebiscito diessino a sostegno del discorso di Dario Franceschini dimostra che il Partito Democratico non è calato dall’alto, che la base percepisce l’opportunità e insieme la necessità di questo processo, ma i contrasti non mancano. Riferendosi al collocamento europeo, D’Alema raccoglie l’invito a guardare oltre il socialismo, per combinare l’incontro di riformismi di matrice diversa, ma poi precisa che quando si tratta di fare una scelta politica e non ideologica, non si può ragionare nell’ottica di una terza via tra il socialismo europeo ed il popolarismo europeo; va fatta una scelta di campo. E, nonostante il discorso non sembri essere stato recepito dalla dirigenza margheritina, il Ministro degli Esteri rincara la dose negando qualunque svolta moderata e rivendicando la sua politica estera come esempio dell’assetto del futuro partito. Poco importano questioni quali i diritti civili (sui quali la svolta moderata difficilmente sarebbe contestabile); non vengono menzionati perché l’intero discorso del Presidente diessino è incentrato sulla necessità storica di dare all’Italia un centrosinistra di governo, perché la sinistra non può evitare di assumersi questa responsabilità di fronte al pese nascondendosi dietro utopie e testimonianze morali.
Goodbye Lenin
Da quando si concluse la stagione del Pci, tanti ne sono passati. L’avvicendarsi di figure così diverse nel “Pantheon” della sinistra ed ora del Partito Democratico non deve essere letto come opportunismo politico, piuttosto come il sintomo di un reale smarrimento. Nell’89 il Pci si ritrovò, di lì a poco, a dover accelerare una trasformazione che lo vedeva in netto anticipo rispetto al panorama comunista, ma in netto ritardo rispetto alle sinistre occidentali. Questa contingenza, dovuta al crollo della Prima Repubblica, ha fortemente inciso sulla ormai strutturale condizione minoritaria in cui versa la sinistra italiana. L’impervio percorso che avrebbe portato alla costruzione di una grande forza socialdemocratica alla tedesca appare oggi una chimera, ammesso che mai fosse stato praticabile durante la Seconda Repubblica. Oggi, la necessità di riproporre, con i dovuti distinguo, quel compromesso storico che fallì nel ’78, si unisce all’opportunità di riformare il sistema politico e di riaffermare un rinnovato riformismo finalmente libero dalla cultura post. Forse, il segnale più tangibile ne è proprio quello strano, inaspettato dato che è emerso da una rilevazione statistica durante il congresso: De Gasperi ha superato Togliatti nella classifica di gradimento dei delegati diessini, un sorpasso gravido di conseguenze. Le contraddizioni non mancano, le critiche nemmeno; il prossimo, fondamentale passaggio sarà l’elezione della costituente democratica l’ottobre prossimo. I Ds, al loro IV ed ultimo congresso nazionale, hanno fatto sapere che ci saranno: goodbye, ma non è un addio.
"Una forza grande come il futuro", questo lo slogan che apre il IV Congresso nazionale dei Democratici di Sinistra. La colonna sonora, curata da Luca Sofri, non prevede l'internazionale socialista, ma l'inno di Mameli e, a seguire dopo la presentazione della classe dirigente, una morbidissima "Somewhere over the rainbow", che fa molto Fiat Croma, e che prelude all'intervento melodrammatico di una giovane (non si sa se giovane dirigente o giovane attrice) che ci racconta le difficoltà di coltivare un sogno in questo paese, a partire dalla ricerca scientifica. Ovviamente, il riferimento è esclusivamente rivolto al lato economico della questione; della legge 40 e dei limiti culturali del paese, nessuna traccia.
La stessa relazione di Fassino è stata molto fumosa. Due ore in cui il segretario si è sgolato per dire tutto e niente. L'unico vero applauso sentito se l'è conquistato richiamandosi all'unità e al grande errore politico costituito dalla scissione di Mussi; difficilmente però il leader del correntone ci ripenserà.
I contenuti, anche negli interventi successivi di Umberto Ranieri, Marina Sereni e Sergio Cofferati, sono stati davvero poveri; come al solito, sono solo gli outsider (sindacalisti Cigl e delegati "minori"), se non gli internazionali Schulz e Papandreou, ad "osare". Un dato è emerso, però, dalle analisi del segretario e delle personalità del partito che ieri hanno parlato, e riguarda il contenitore: bisogna ripartire dalle primarie, dalla partecipazione, dall'assemblea costituente. Ed il manifesteggio dei saggi, l'opera dei 12 che avrebbe dovuto tracciare il solco del nuovo Ulivo, è stato bocciato all'unisono; al suo posto, tutti si augurano subentrerà un testo deciso dal basso, con le primarie, con la costituente.
Stamattina interverranno Mussi, Angius, Veltroni, Bersani, D'Alema e chi più ne ha più ne metta. E' l'ora di prende il treno per il Mandela Forum.
Stasera da Lerner all'Infedele, la Roccella - neonominata portavoce del family day - sostiene che le unioni di fatto in Italia, rappresentando il 4% del paese, non costituiscano domanda sufficiente per giustificare un intervento normativo. Mi domando allora come mai, di grazia, Mastella con l'1% (racimolato nella sola Ceppaloni e provincia, peraltro), abbia il diritto di tenerci tutti per le palle.
Il Riformista di oggi, riprendendo la Croix (quotidiano cattolico francese), scrive di Bayrou:
Invitato a esprimersi a proposito della legge sulla laicità del 1905 (la legge che stabilisce i criteri della distinzione tra chiesa e Stato francese) Bayrou la definisce «una delle chiavi di volta della società che noi abbiamo voluto. Io sono un cristiano credente, praticante e difensore della laicità. La difendo come cittadino ma anche come credente. La fede è molto più a suo agio nella sua sfera quando è liberata dall’influenza dello stato. E vale anche l’affermazione reciproca»
La legge sulla laicità del 1905, oltre a costituire il fondamento del separatismo francese fra Stato e Chiesa, stabilisce che “la Repubblica non garantisce né il salario né le sovvenzioni ad alcun culto”. Il Riformista prosegue:
Bayrou “l’inatteso” si spiega ancora meglio: «Quale dev’essere il ruolo delle religioni in una società laica?», gli chiede l’intervistatore. E lui, dopo aver sottolineato che la fede ha due dimensioni, una privata e una pubblica, risponde che «i governanti, gli eletti del popolo debbono tener conto» delle opinioni ecclesiastiche, «ma non sono tenuti a obbedire alle ingiunzioni delle chiese». Per quanto «mi riguarda non mi sento impegnato da prescrizioni che vengano dall’autorità ecclesiale, malgrado il rispetto e l’attaccamento che, in quanto uomo, possa avere per essa. È una questione cui faccio molta attenzione». Fa attenzione. Lui sì.
Parafrasando Rasmussen: “Remember it, Mr. Rutelli”.