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Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente

Pierre Joseph Proudhon
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\\ Prima Pagina : Archivio : Il testamento di Tito (inverti l'ordine cronologico)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Sostiene Proudhon (del 03/01/2008 @ 00:33:21, in Il testamento di Tito, linkato 582 volte)

Per un attimo, mettiamo da parte il dilemma morale che soggiace al discorso sull’aborto. Perché il dilemma esiste. Al contrario di ciò che pensano alcuni conservatori, noi progressisti non abbiamo trovato una soluzione morale alla problematica dell’aborto – piuttosto evitiamo di imporre una verità che non c’è – e tantomeno liquidiamo l’argomento ad una mera questione di libertà individuale – ma non pretendiamo di sottrarre alla donna la sovranità sul suo corpo. Lo stesso Bobbio, apostrofabile come un laicista radicale visti i tempi che corrono, pur giudicando l’aborto un male necessario ammise di aver fallito nella ricerca di un argomento filosofico che lo giustificasse. Lasciamo da parte, però, il dilemma morale, e concentriamoci sulla politica.

La moratoria sull’aborto lanciata da Ferrara è rimasta a cuocere sul fuoco per lungo tempo. Non è necessario evocare lo spettro di una macchinazione o di un inciucio: l’offensiva trasversale sulla 194 era prevedibile, si potevano già intravedere i primi segnali da un paio d’anni a questa parte, da quando il cattolicesimo impegnato in politica è ritornato ad occupare un ruolo centrale ed egemone nella cultura civile e sociale del paese (complice l’assordante silenzio culturale della sinistra). Era solo questione di tempo, prima o poi la Reazione avrebbe ingaggiato lo scontro frontale con l’istituto simbolo delle conquiste civili in Italia. E’ una prova di forza notevole e forse un po’ ardita: molto probabilmente, se si svolgesse domani un nuovo referendum sulla 194, la fazione pro-choiche riconfermerebbe la vittoria, e questo lo sanno anche i cattolici. La moratoria, però, più che un vero progetto politico vuole essere un segno dei tempi, vuole affermarsi come il prototipo del nuovo modo di concepire il rapporto tra religione e politica – un rapporto di forza, ormai, perché regolato dalla forza della parti in campo e non più dal principio di laicità.

Proprio in virtù della sua potenza culturale, la moratoria sull’aborto è irricevibile a prescindere dalle sue prescrizioni effettive. E’ irricevibile perché sconfesserebbe definitivamente il senso della laicità, un principio talmente debole e disgregato in questo paese da non riuscire a difendere le minoranze dalla discriminazione. Ma è soprattutto irricevibile perché i suoi autori, preferendo l’etica dei princìpi all’etica delle responsabilità, diventano i principali fautori dell’aborto: lo diventano quando promuovono l’astinenza e deprecano la contraccezione, quando reprimono la sessualità, quando condannano il preservativo e accusano la pillola, quando fanno disinformazione nelle scuole e osteggiano l’educazione sessuale. Tutto nel nome di princìpi che si riducono a mera testimonianza e i cui effetti vanno nella direzione opposta. Fino a quando quest’atteggiamento ipocrita perdurerà, nessuna moratoria potrà legittimare questi signori a darci lezioni di morale, ancor meno di moralità.

 
Di Sostiene Proudhon (del 15/12/2007 @ 18:29:11, in Il testamento di Tito, linkato 522 volte)

«Siamo in tanti (credo) a seguire con qualche apprensione la stesura dello Statuto del partito democratico. Le anticipazioni dei giornali parlano di un testo-base piuttosto generoso con la “rilevanza nella sfera pubblica” delle religioni e della spiritualità. E fin qui – come dire – ci abbiamo fatto il callo da un bel pezzo. Ma le antenne, almeno le mie, si drizzano quando leggo che “la famiglia è il ruolo relazionale, formativo e affettivo primario”, dove si sviluppa la “dignità della persona”. Mi chiedo: quale famiglia, delle tante, e differenti, oggi sul campo? E a questo “ruolo primario”, visto che conosco i miei polli, devono corrispondere agevolazioni di legge, e finanziarie, che trascurano e discriminano le non-famiglie , o le famiglie non abbastanza famiglie, o anche i singoli individui che non appartengono a nessuna famiglia, e poveracci devono badare da soli allo sviluppo della “dignità della persona”?
Ci si augura che le ottime persone che stanno lavorando allo Statuto sappiano che se rimangono in piedi questo e altri equivoci, il cammino del Pd sarà molto accidentato. E che leggeremo fino all’ultima riga le notizie sullo Statuto anche se finiranno a pagina 40 dei quotidiani».

L’amaca di Michele Serra
La Repubblica
, 15 dicembre 2007

Se il partito progressista a vocazione maggioritaria che aspira al governo dell’Italia smarrisce la bussola dell’universalità del diritto e della ragione, riducendosi a mediare con chi pretende di parlare per conto di Dio (ma di fatto scendendo a patti col Diavolo), vuol dire che non la cultura di sinistra bensì la cultura democratica ha perso la propria egemonia nella vita pubblica del paese. Fossi un costituente del futuro Partito democratico sentirei l’obbligo morale di rimettere questo Statuto ai suoi commissari, se non addirittura di destituire l’intera commissione. Mandare Kant in soffitta non è una soluzione per superare gli steccati del novecento, piuttosto è il modo per riedificare quelli del settecento.
 
Di Sostiene Proudhon (del 20/11/2007 @ 12:10:33, in Il testamento di Tito, linkato 332 volte)

«La Compagnia di Gesù pagherà 50 milioni di dollari per risarcire 110 eschimesi che subirono abusi sessuali da religiosi gesuiti quando erano bambini o adolescenti, tra il 1961 e il 1987. […] Da quattro anni erano cominciate le denunce, ma prima del processo si è arrivati ad un'offerta di risarcimento che eviterà il dibattito in tribunale. Secondo l'avvocato degli eschimesi, Ken Roosa, si tratta di una cifra record per un ordine religioso, grazie all'accordo extragiudiziale ogni vittima riceverà oltre mezzo milione di dollari, in cambio nessuno dei gesuiti verrà incriminato e non è richiesta alcuna ammissione di colpevolezza»(*).

Lasciate che i bambini vengano a me…
 
Di Sostiene Proudhon (del 22/07/2007 @ 17:04:25, in Il testamento di Tito, linkato 559 volte)

Se c’è un passaggio del pluripremiato discorso di Veltroni al Lingotto che mi è parso assai poco riformista (dove per riformismo intendiamo almeno la chiarezza, la trasparenza e la coerenza della strada intrapresa, come può essere la posizione espressa sulle pensioni, giusta o sbagliata che sia), è quello sui temi “eticamente sensibili”. L’impressione è che, ancora una volta, non si trattasse di dover dare delle risposte alle questioni etiche che coinvolgono gli individui, ma di voler dare una risposta etica alle questioni che urtano la sensibilità di alcuni. Il continuo richiamo alla mediazione, al compromesso e al dialogo fra le culture sottende la ricerca di un consenso fra le parti maggioritarie che rischia di calpestare le minoranze, ignorando quei principi fondamentali garanti della sopravvivenza e della convivenza di quelle stesse culture. Nell’agone politico si scontrano valori politici da estendere alla collettività, ma quelle che Rawls chiama dottrine comprensive (le religioni, i sistemi di valori etici) hanno bisogno di istituzioni tolleranti e neutrali per non entrare in conflitto fra loro. E’ questo uno dei fondamenti della libertà di coscienza; si pone al centro dell’ordinamento l’individuo con le sue inviolabili libertà. E proprio a quell’individuo, oramai soggetto attivo e non più passivo della massa, il Partito democratico si vorrebbe rivolgere chiamandolo ad esercitare la propria coscienza secondo il “rivoluzionario” principio una testa un voto. Sembra incredibile, allora, che sui temi etici i prossimi dirigenti del Pd intendano tradire tale visione aperta e responsabilizzata della partecipazione collettiva, impedendo al singolo, nel suo “banale” privato, di affidarsi alla propria coscienza.

Dopo più di sei mesi dalla battaglia di Piero Welby, nulla è stato definito. Tra l’incertezza per le sorti di Mario Riccio, il medico che decise di assecondare la volontà di Welby applicando una previsione costituzionale, ora soggetto alle imprevedibili e disomogenee interpretazioni del casinista diritto italiano, e tra le opposizioni trasversali ai progetti di legge su eutanasia e testamento biologico, il principio di autodeterminazione dell’individuo resta nell’ombra delle ambiguità, mentre un nuovo Piero Welby si affaccia sulla scena pubblica. Giovanni Nuvoli, malato di SLA, avrebbe potuto decidere di morire da clandestino, secondo i precetti della pudicizia terminale di Giuliano Ferrara. Ha preferito rivendicare in pubblico la sua scelta, o meglio reclamare il diritto di scegliere che gli viene negato dallo Stato, andando consapevolmente incontro al protrarsi delle sue sofferenze a tempo indeterminato. Se l’ha fatto, significa che, da persona lucida e cosciente, all’egoistico desiderio di morire ha anteposto la ragion pubblica della libertà, negata dall’ipocrisia di chi, in nome del dio di cui pretende di fare le veci in terra, si fa arbitro della vita degli altri.

Se non possiamo aspettare le scuse dei prossimi papi, non possiamo nemmeno indulgere con il prossimo segretario del Partito democratico. Stavolta la novità è il principio una testa un voto, il principio della coscienza individuale; stavolta il segretario non sarà designato dall’alto, dovrà piuttosto vincere una competizione che, dopo l’annuncio della candidatura di Enrico Letta, sembra prendere corpo in una sfida reale. Veltroni dovrebbe ringraziare sinceramente Letta; grazie a lui più che alla Bindi o a Colombo, ora ha la possibilità di slegarsi dai suoi king makers e di rifiutare le pressioni indebite, rivendicando una (eventuale) vittoria sul campo, dal basso – sempre che ne abbia il coraggio e la volontà; ha la possibilità di proporre una linea politica forte, non mediata o compromissoria e compromessa, e trasferirle la forza del consenso che gli attesteranno i cittadini. Se non lo farà, se non coglierà quest’occasione le sue colpe saranno doppie. E l’innovazione e il riformismo del Partito democratico si misureranno anche e soprattutto dalle risposte che saprà dare ai temi etici: perché la modernizzazione del paese resterà un’utopia fintantoché la secolarizzazione della società e perfino della politica resterà incompiuta.
 
Di Sostiene Proudhon (del 17/05/2007 @ 14:04:03, in Il testamento di Tito, linkato 453 volte)
Noi avevamo già spiegato perché Ratzinger potrebbe essere accusato di aver abusato del suo potere diplomatico al fine di osteggiare la giustizia ordinaria nei casi di pedofilia che riguardano il clero cattolico. Ma, si sa, l'informazione orizzontale fatica ad affermarsi, soprattutto in Italia. Oggi Repubblica fa rimbalzare l'inchiesta sui crimini sessuali e il vaticano trasmessa dalla BBC, segnalando che su internet si è acceso un sentito dibattito intorno alla vicenda - non certo grazie ai media tradizionali o al servizio pubblico, ma grazie alla rete e a Google Video. La Rai avrebbe mai il coraggio, non di realizzare, ma almeno di mandare in onda un'inchiesta del genere?

 
Di Sostiene Proudhon (del 11/05/2007 @ 17:27:17, in Il testamento di Tito, linkato 1264 volte)

Le manifestazioni del 12 maggio a Piazza Navona e Piazza San Giovanni rappresenteranno la contrapposizione che tutti, a parole, dicono di voler scongiurare o superare – quella fra laici e cattolici. L’oggetto del contendere va ben oltre la mera disputa sui Dico, che pure riveste una discreta importanza nei confronti delle coppie di fatto (qualunque sia il loro sesso) e nei confronti dell’Europa. Dietro il richiamo al monolite della famiglia tradizionale, fondata sul matrimonio, si cela una battaglia culturale il cui livello si è alzato sensibilmente con il papato di Ratzinger e che, probabilmente, vedrà domani il suo apice. Gli organizzatori del Family Day contestano tale visione, sostenendo di non volere lo scontro e di fondare le proprie rivendicazioni in difesa della famiglia su argomentazioni laiche; sarebbero, semmai, i laicisti ad essere colpevoli delle tensioni e della contrapposizione laici-cattolici, pervasi dal furore ideologico relativista. Persiste, quindi, un equivoco di fondo tra le parti sul senso da dare al valore della laicità, la cui diversificata interpretazione produce i feticci del “laicismo radicale” e della “sana laicità”, impedendo una dialettica che poggi su di un terreno comune.

In realtà, qualunque tentativo di misurare la gradazione laicale di un’argomentazione è assolutamente vano, poiché la laicità non è un valore misurabile o sindacabile ma un assunto metodologico proprio di un sistema democratico, dunque imposto ad ognuno degli attori di quel sistema e condiviso in particolare da quegli attori che partecipano all’elaborazione di una teoria della libertà. Non trattandosi di una questione di merito ma di metodo, è logicamente impossibile esprimere una valutazione marginale che distinguerebbe una laicità debole e una laicità moderata e una laicità aggressiva; l’unico atteggiamento logicamente possibile – il piano della realtà, nella sua ovvia complessità, può sfuggire all’interpretazione logica, sebbene sia doveroso ricordare come democrazia e Stato di diritto si fondino sulla logica e sulla sua accettazione – è la condivisione, o, in alternativa, il rifiuto. Il secondo caso presuppone, però, una negazione della libertà democratica (la libertà di ciascuno) in favore di una libertà diversa (che può essere quella corporativa, confessionale o razziale) o una negazione della libertà in toto a sostegno di un valore alternativo. Non ci sono strumenti, a maggior ragione per un relativista, in grado di classificare le teorie della libertà ed in generale i valori secondo un criterio di giustizia che risulterebbe assolutamente arbitrario; si può al contrario osservare, però, che chi sostenga di aderire ai principi democratici di libertà ed uguaglianza non possa non adottare la laicità come metodo, prima ancora che come valore puramente soggettivo, pena la contraddizione logica e metodologica con il sistema di riferimento. Ogni richiamo ad una laicità attenuata, moderata o sana che sia è, pertanto, una mistificazione di una regola del gioco – la neutralità delle istituzioni e della politica rispetto alle confessioni e alle questioni etiche – alla quale in nessun modo potrebbe sostituirsi una mediazione tra valori concorrenti.

Di conseguenza, la doppia laicità non è altro che la foglia di fico per mascherare la religiosità di determinate argomentazioni a sostegno della famiglia tradizionale come su altri temi etici e sociali; per religiosità non s’intende necessariamente una confessione religiosa bensì una dimensione metafisica, sia essa cattolica, cristiana, musulmana, stoica, romantica, puritana, jedi o altro, che pretenda nonostante la sua dogmaticità di determinare cosa sia giusto e sbagliato e di imporre una condotta morale collettiva, nazionale o meglio ancora universale. Tali argomentazioni sedicenti laiche contenute nel Family Day, infatti, sono accomunate dall’assioma del diritto naturale, che nella testa degli apologeti della famiglia naturale pretende perfino di prescindere dalla dicotomia con il diritto positivo. Finché manifestazioni del genere continueranno a fondare la propria verità e giustizia su leggi di Stato vincolanti piuttosto che sulla norma sociale e sulla persuasione, non solo paleseranno la loro intrinseca debolezza ma alimenteranno lo scontro fra laici e cattolici, perché dimenticano che in democrazia prima di essere cattolici, cristiani o atei, si è innanzitutto laici.
 
Di Sostiene Proudhon (del 18/04/2007 @ 21:50:14, in Il testamento di Tito, linkato 588 volte)

Il Riformista di oggi, riprendendo la Croix (quotidiano cattolico francese), scrive di Bayrou:

Invitato a esprimersi a proposito della legge sulla laicità del 1905 (la legge che stabilisce i criteri della distinzione tra chiesa e Stato francese) Bayrou la definisce «una delle chiavi di volta della società che noi abbiamo voluto. Io sono un cristiano credente, praticante e difensore della laicità. La difendo come cittadino ma anche come credente. La fede è molto più a suo agio nella sua sfera quando è liberata dall’influenza dello stato. E vale anche l’affermazione reciproca»

La legge sulla laicità del 1905, oltre a costituire il fondamento del separatismo francese fra Stato e Chiesa, stabilisce che “la Repubblica non garantisce né il salario né le sovvenzioni ad alcun culto”. Il Riformista prosegue:

Bayrou “l’inatteso” si spiega ancora meglio: «Quale dev’essere il ruolo delle religioni in una società laica?», gli chiede l’intervistatore. E lui, dopo aver sottolineato che la fede ha due dimensioni, una privata e una pubblica, risponde che «i governanti, gli eletti del popolo debbono tener conto» delle opinioni ecclesiastiche, «ma non sono tenuti a obbedire alle ingiunzioni delle chiese». Per quanto «mi riguarda non mi sento impegnato da prescrizioni che vengano dall’autorità ecclesiale, malgrado il rispetto e l’attaccamento che, in quanto uomo, possa avere per essa. È una questione cui faccio molta attenzione». Fa attenzione. Lui sì.

Parafrasando Rasmussen: “Remember it, Mr. Rutelli”.
 
Di Sostiene Proudhon (del 12/11/2006 @ 16:02:56, in Il testamento di Tito, linkato 841 volte)

Forse dovrei riferirmi direttamente ai giornalisti de “L’Avvenire”, perché, nonostante i motivi di dissidio con papi, vescovi e cardinali siano tanti, questa volta gli strali anti-illuministi non arrivano da alti prelati, bensì dalle pagine del quotidiano episcopale. E dubito che una vecchia volpe come Ruini avrebbe usato argomenti tanto beceri come quelli contenuti negli articoli di Dalla Torre e Folena per difendere la causa cattolica.

Oggetto della polemica sono le satire d’autore che la Littizzetto, Fiorello e Crozza compiono nelle forme, nei modi e nei toni più diversi ai danni rispettivamente di “Eminence”, dello sportivo padre Georg e del pazzerello Papa Ratzinger. Secondo Dalla Torre, che si spende in un predicozzo inquisitorio che ormai nemmeno i parroci di campagna, si tratta di una satira «fallimentare» che «non senza una certa dose di vigliaccheria, prende di mira solo la religione cattolica e persone che ne sono rappresentative». Addirittura, «a fronte di comportamenti del genere potrebbe invocarsi la forza della legge penale, che detti comportamenti oggettivamente ledono in più punti; ma in questa sede interessa piuttosto richiamare l’attenzione su altri aspetti di una questione che tocca tutti», pertanto dobbiamo ringraziare tutti il sig. Della Torre che, in virtù della sua clemenza e misericordia (come ben sappiamo, sentimenti esclusivi della cristianità) ancora non ci ha intentato causa per vilipendio della religione. Folena rincara la dose, affermando da acuto osservatore delle dinamiche della comunicazione «che intanto il Papa viene allegramente svillaneggiato e i villani commettono l’errore più banale che un comunicatore possa compiere: dimenticano il proprio pubblico, non si sintonizzano su di lui», e si, perché Folena, sostituendosi all’Auditel, ci apre gli occhi svelandoci con un’abilissima interpretazione di retropensiero che, se «chi sta a casa e viene ferito nei suoi sentimenti» non cambia canale, è perché «forse è assuefatto, ed è raro che reagisca e invece tace». Sillogisticamente sfavillante la conclusione: «se questo è il circo, chiediamo ai clown: giù le mani dal Papa […] e se vi riesce impossibile provare delicatezza e rispetto per il Papa, cercate di provarne per le centinaia di milioni di cattolici in tutto il mondo, che seguendovi vi danno da vivere» ma come, non erano gli stessi cattolici feriti nell’intimo? prima soffrono, poi però li seguono assiduamente, un po’ contraddittori, no? sarà che infondo si divertono, quei mascalzoni peccatori? «prima della satira, c’è la persona con la sua sensibilità, il suo cuore e la sua anima, altrimenti è fondamentalismo satirico, roba su cui c’è poco da scherzare». Ma invece di fare tanta fatica per accostare tra loro una dozzina di parole che assomiglino vagamente ad un’argomentazione, non fareste semplicemente prima a cambiare canale?

I sentimenti, di qualunque natura essi siano, fanno parte della nostra sfera privata. Dal momento in cui si decide di esporli ed ostentarli in pubblica piazza, non possono essere sottratti al giudizio degli altri; se un tronista della De Filippi si lamentasse della ridicolizzazione dei propri sentimenti, suonerebbe un po’ ipocrita, no? Ma non è di questo che stiamo parlando. Perché le satire della Littizzetto, di Crozza e di Fiorello (quest’ultima è addirittura uno sfottò, più che una satira) non sfiorano neanche lontanamente il sentimento dei fedeli, si accaniscono invece sull’invadenza politica e culturale che il clero perpetra ai danni anche di chi fedele non è. E questi due articoli non sono altro che la controprova del vizio illiberale che ancora inquina il comportamento pubblico di chi si definisce cattolico.
 
Di Sostiene Proudhon (del 31/10/2006 @ 02:59:21, in Il testamento di Tito, linkato 985 volte)

Alle Iene il compito di diffondere e divulgare ciò che i laicisti settari ed elitari sanno già. Tarciso Bertone, vice dell’allora Prefetto della Fede Joseph Ratzinger – siamo nel 2003 – affermava sull’Observer: «A mia opinione, la richiesta che un vescovo sia obbligato a contattare la polizia per denunciare un prete che ha ammesso atti di pedofilia è infondata».

Per quanto possa sembrare fuori di testa, giuridicamente – e solo giuridicamente – Bertone non ha tutti i torti: nel 2005 il giudice distrettuale di Houston, Lee Rosenthal, ha concesso l’immunità ad un prelato coinvolto in un processo per pedofilia a Louisville in quanto appartenente ad uno stato estero (il Vaticano), come da gentile richiesta del Cardinal Sodano. Lo stesso reato di pedofilia è contemplato dal diritto canonico come reato morale, prescrivibile dopo 18 anni dal momento dell’accaduto, ma comunque attinente alla giurisdizione vaticana.

Fatta questa premessa, non stupisce – almeno giuridicamente – che i sette parroci dell’inchiesta di Italia Uno abbiano dato tutti la stessa risposta alla Iena che si è finta madre con figlio vittima di abusi sessuali da parte di ecclesiastici: niente magistrati, niente polizia, si rivolga alla diocesi che a lavare i panni sporchi ci pensiamo noi. Ovviamente, esaurito il piano giuridico della vicenda, rimangono quello etico e morale, e c’è da stupirsi eccome.

Le direttive vaticane in materia sono chiare, che nessuno venga a parlare di mosche bianche e casi isolati: i sette parroci si sono comportati esattamente come loro prescritto dall’ex Prefetto della Fede Ratzinger ed il suo vice Bertone. Eppure, solo qualche giorno addietro, proprio l’attuale Papa si era speso in una dura condanna della pedofilia, senza risparmiarsi di tirare in ballo il clero a suo dire immeritevole dell’impunità quando e semmai scoperto colpevole; che sia possibile, alla luce dei fatti, cogliere un velo d’ipocrisia nelle sue parole? Non perché lo si voglia accusare di amare un po’ troppo i bambini, anzi, gli crediamo sinceramente quando patisce per loro, semplicemente non può permettere che la reputazione e la credibilità degli esponenti della Chiesa vengano meno, ne va della salvezza di milioni di anime la cui fede potrebbe vacillare se si diffondesse un ingiusto sospetto sull’integrità morale dei sacerdoti. Insomma, se non fossimo certi che il papato abbia rinunciato già da un po’ al potere temporale, la chiameremmo senza esitare Ragion di Stato.

 
Di Sostiene Proudhon (del 10/09/2006 @ 14:30:59, in Il testamento di Tito, linkato 603 volte)

«La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l’utilità a supremo criterio morale per i futuri successi della ricerca». Sarebbe l’analisi di un illuminato sociologo, se a pronunciarla non fosse stato Ratzigner.

Il piccolo jihad non è precisamente il corrispettivo delle crociate cristiane, si avvicina di più alla Santa Inquisizione. Il nemico dichiarato della piccola jihad (che si svolge materialmente “all’esterno” del fedele tramite la guerra, contrariamente al grande jihad attinente alla sua spiritualità) non è infatti il cristiano ma l’ateo, l’agnostico, il laico – la cui patria, detta “grande Satana”, è appunto l’Europa, la terra dei miscredenti per eccellenza. Nonostante la separazione di fatto tra il credo cristiano e l’Islam, le due religioni hanno una radice comune, quella monoteista scaturita dalla rivelazione del “grande libro”: il ceppo, insomma, è lo stesso, e pur considerando i distinguo storici e teologici, condividono la stessa impostazione socio-politica fondata sulla cristallizzazione della società. E se una ha perso la sua millenaria battaglia contro la Modernità, foriera di pluralismo etico, laicità e conseguente relativismo, l’altra è riuscita fino ad oggi nel suo intento conservatore. In un tale contesto, l’Islam non può che sentirsi minacciato in maggior misura proprio da quel relativismo che metterebbe a dura prova il sistema culturale sul quale poggiano le basi dei regimi teocratici. Paradossalmente, un occidente cristianizzato e cattolico farebbe dormire sonni molto più tranquilli non solo a Ratzinger ma anche agli imam. Perché? Bastano le radici comuni dei due culti a spiegare la condivisione di questi valori anti-relativisti? Qualche tempo fa, ho cercato di spiegare come e perché qualunque religione rivelata deve necessariamente preservare la tradizione e imbalsamare l’ordine costituito – il che si traduce in uno scontro frontale con il relativismo – ma tutto può essere riassunto nella succitata dichiarazione di Ratzinger.

«Il dileggio del sacro non è diritto di libertà», analizziamo questo singolo enunciato. Qualcosa di sacro, se fosse tale, sarebbe perfetto, pertanto immutabile, insindacabile. Ma cosa è sacro? Cosa non lo è? Chi lo stabilisce? Certamente si è liberi di riporre la propria fede nella rivelazione divina, divulgata da Dio attraverso i testi sacri, per l’appunto. Nello Stato di diritto, però, è garantita la libertà delle religioni e dalla religione, la così detta laicità, motivo per il quale le istituzioni e la legislazione diventano fenomeni positivi (nel senso di posti) postulati dalla ragione dell’uomo; essendo peraltro l’uomo fallibile, tutto è concesso mettere in discussione e nulla, dunque, può detenere il privilegio di dirsi immutabile. Il dileggio del sacro, pertanto, è consentito e garantito dallo Stato di diritto; magari può risultare indelicato, ma non è affatto lesivo della libertà. Sarebbe vero il contrario, cioè lesivo della libertà non poter dileggiare il sacro (definito tale arbitrariamente).

Ecco che gli altarini vengono fuori: la crociata che Ratzinger ha platealmente intrapreso contro il relativismo è il sintomo dello stesso malessere che ha colpito l’Islam. Termini e misure sono ben diversi, se non altro perché la Chiesa ha già combattuto la sua battaglia armata per l’attribuzione del potere temporale, perdendo, e il livello dello scontro si è spostato su un piano esclusivamente culturale e comunicativo (attraverso i mass media), invece l’Islam mantiene ancor’oggi un primato politico da difendere; il nemico comune, però, resta la Modernità, che con la sua forza contaminatrice radioattiva scardina costumi, usanze e convinzioni basate sulla tradizione. Ciò costituisce tanto un ostacolo alla missione evangelica della Chiesa quanto alla conservazione del suo potere, così come per l’Islam.

Riassumendo, e forse estremizzando leggermente, il nocciolo della questione sta nella contrapposizione fra relativismo (o generalmente illuminismo, comunque l’impianto teorico e metodologico sul quale si fonda la democrazia moderna) e assolutismo (presupposto senza il quale è assai difficile che trovi spazio non la spiritualità, ma la religione a “fruizione collettiva”). Se Ratzinger ha un merito, è senza dubbio quello di aver finalmente messo in pubblica piazza questa contraddizione. Peccato che i fedeli non se ne curino; infondo, la religione è l’oppio dei popoli.

 
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07/09/2010 @ 5.42.29
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