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Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente

Pierre Joseph Proudhon
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Sostiene Proudhon (del 03/06/2008 @ 17:33:25, in Lettere, linkato 771 volte)
Corriere della Sera del 3 giugno 2008, pagina 12: "No del rettore a Nazirock. Ma gli studenti della Luiss: vogliamo vederlo - Scontro dell'ateneo privato sulla proiezione del lungometraggio realizzato su Forza Nuova".
La lettera aperta, firmata dalla maggioranza dei rappresentanti degli studenti e dalla maggioranza delle sigle associative presenti all'università, la trovate qui.
Di seguito, invece, la lettera che a titolo personale avevo preparato per conto mio, prima che si pronunciasse il Presidente della Repubblica in occasione della festa del 2 giugno e prima che la comunità studentesca facesse propria questa causa - raggiungendo un inaspettato apice di aggregazione in un'università, la Luiss, piuttosto uggiosa da questo punto di vista.

Egregio Rettore Egidi,

In qualità di cittadini, prima ancora che di studenti, avvertiamo la necessità, se non il dovere, di portare alla sua attenzione e a quella della pubblica opinione alcune considerazioni sulla crisi vissuta dalle istituzioni universitarie, manifestatasi con particolare evidenza in questi ultimi giorni dopo i fatti di Roma.

L’aggressione di Via De Lollis, che ha visto coinvolti alcuni studenti dei collettivi di sinistra dell’università Sapienza e alcuni esponenti di Forza Nuova, è un fatto grave. Chiarire la dinamica dell’accaduto è compito degli inquirenti e non è nostra intenzione fare processi sommari o costruire teoremi; tuttavia crediamo fermamente che, seppur si trattasse di un episodio isolato, l’informazione abbia il diritto/dovere di fornire quanti più elementi possibile per consentire ai cittadini e alle istituzioni di valutare l’accaduto. Perciò abbiamo proposto alla nostra università, la Luiss Guido Carli, di organizzare la proiezione di “Nazirock”, un documentario sui movimenti di estrema destra in Italia realizzato dal giornalista Claudio Lazzaro: era nostra intenzione favorire la libera circolazione delle informazioni e delle idee e contemporaneamente promuovere un dibattito sui contenuti del documentario garantendo il diritto di replica agli organi dirigenti di Forza Nuova, il principale soggetto interessato dall’inchiesta di Lazzaro. L’organizzazione e la realizzazione di quest’evento avrebbe assunto ancor più significato alla luce dell’ostracismo di cui “Nazirock” è stato vittima: le proiezioni che erano in programma al Cinema Politecnico Fandango di Roma, al Cinema Anteo di Milano e all’Università di Bologna, sono state tutte annullate a causa delle diffide legali e talvolta delle intimidazioni mosse da Forza Nuova. Purtroppo, il diniego da parte dei dirigenti del nostro istituto ad autorizzare la programmazione di “Nazirock” ci impedisce di interpretare, come università e perfino come studenti uti singuli, un ruolo pubblico, sociale ed istituzionale, volto a trascendere la mera dimensione didattica dell’ateneo e a contribuire alla formazione allo svolgimento del dibattito pubblico. Non possiamo che rammaricarci per quest’occasione persa.

Ciò che è seguito alle violenze di Via De Lollis, poi, ci lascia ugualmente costernati. L’episodio che ha visto coinvolto il Professor Guido Pescosolido, Preside della Facoltà di Lettere della Sapienza, seppur ancora da chiarire, rivela un clima assai teso e potenzialmente pericoloso. Fermo restando che le responsabilità di atti violenti o intimidatori ricadono esclusivamente sulle spalle di chi ingiustificatamente li compie, dovremmo chiederci se non si siano ignorati alcuni segnali d’allarme e se non si abbia rinunciato a cercare e adoperare quegli strumenti utili a svolgere pacificamente e democraticamente il conflitto. Troppe volte, con la connivenza dei media e delle istituzioni, si è lasciato che la critica venisse fatta passare per intolleranza, l’anticonformismo per sovversione e la contestazione per prepotenza, ottenendo il solo risultato di emarginare il dissenso e acuire lo scontro. Fino a farlo esplodere.

Lamentiamo il ripiegamento delle università, delle coscienze accademiche come di quelle studentesche, in una dimensione privata, chiusa in sé stessa; vorremmo invece che l’università tornasse a rivestire una funzione pubblica non solo formativa, ma rivolta ad un orizzonte ben più ambizioso. Vorremmo, per esempio, che l’università avesse il coraggio di difendere i valori costituzionali in un momento di profonda crisi civile e culturale della società italiana, incentivando la circolazione di un documento di fondamentale importanza come il film realizzato da Lazzaro e contemporaneamente aprendosi al confronto e alla replica con i protagonisti del dissenso, senza paure, senza imbarazzi e con la consapevolezza del valore e della forza che fondano il metodo scientifico e universitario, costantemente impegnato nella ricerca delle verità.

Se il dibattito continuasse ad essere estromesso dalla sua sede naturale, ci vedremmo costretti a proseguire il nostro percorso al di fuori dell’università, privi delle dovute garanzie. Ci auguriamo che l’attuale stato delle cose possa cambiare e che gli studenti possano ritrovare i loro spazi all’interno delle istituzioni.

 
Di Sostiene Proudhon (del 27/12/2007 @ 20:42:40, in Lettere, linkato 641 volte)
Onorevole Binetti,
mi prendo la libertà di scriverle, raccogliendo volentieri l’invito che lei rivolge dal suo sito. Le scrivo come libero cittadino, sicuro di trovare nella sua persona un’interlocutrice aperta al dialogo. Le scrivo come libero cittadino prima di ogni altra cosa, affinché lei mi possa rispondere come parlamentare e mia rappresentante prima di ogni altra cosa; se non fossero queste le condizioni, infatti, non avrei titolo per disturbarla e per avanzare alcun tipo di domande o richieste. Fatta questa premessa, posso finalmente qualificarmi - lei non ne ha la necessità - come uno studente universitario (la cui firma sarà apposta in calce alla fine della lettera) molto preoccupato per lo stato di salute della vita pubblica del nostro paese. Vado a spiegarle perché.
Non sono credente e non ho l’autorevolezza per obiettarle difetti di coerenza nella dottrina cattolica, anche se a volte mi pare, da profano, che i cattolici impegnati in politica vogliano sottrarre gli uomini al libero arbitrio (che ricordavo essere una prerogativa del cristianesimo) obbligandoli per mezzo della legge civile a non infrangere la legge divina («Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio» si legge anche nel recente documento stilato dal Pontificio consiglio per la famiglia). Sono però, come ho già detto, un libero cittadino e in quanto tale sento invece di possedere l’autorevolezza necessaria per discutere non solo delle nostre leggi e della nostra costituzione, ma anche dell’ordinamento costituzionale e dei princìpi che lo infondono - che è cosa ben diversa e superiore. E dunque, le chiedo di rendermi conto della sua attività di parlamentare.
La laicità, riconosciuta dalla Corte Costituzionale come principio supremo del nostro ordinamento, non può che essere intesa come la neutralità delle istituzioni rispetto alle dottrine metafisiche (religiose ma non solo). Essa infatti presuppone che, da quando l’uomo decise di "uscire dallo stato di minorità autoimposto" (per usare le parole di Kant), ogni legge e ogni istituzione e ogni ente atti ad occupare lo spazio pubblico di un popolo debbano necessariamente trovare una giustificazione razionale comprensibile (non per forza condivisa) da ogni individuo di quel popolo. Di conseguenza la laicità non può costituirsi come mediazione fra posizioni dominanti o distinguersi come laicità "mite" o laicità "estremista": essa deve interpretarsi come un metodo, una regola che o si da o non si da.
Mi rivolgo a lei perché eletta tra le fila della coalizione che ho sostenuto e perché membro più rappresentativo del movimento Teodem: le opinioni, le proposte, le iniziative e le attività (si badi bene, mi riferisco solo ed esclusivamente a tutto ciò che sia riconducibile alla funzione parlamentare) che lei e il gruppo di cui fa parte propugnano, seppur tutte legittime, non sono compatibili con il nostro ordinamento e deviano sottilmente dai suoi princìpi.
Alcuni cattolici impegnati in politica contrastano l’istituzione dei Pacs richiamandosi all’indispensabile funzione sociale della famiglia naturale; tesi discutibile per quanto mi riguarda, ma che prende le mosse da argomenti tutto sommato "laici", valutabili nel merito tanto dal credente come dal non credente. Lei e i Teodem, al contrario, dichiarate esplicitamente le ragioni costitutive della vostra azione politica, fondata su convinzioni di tipo metafisico - è il caso dell’istituzione dell’eutanasia che voi non ammettete, negando così la volontà stessa e il libero arbitrio dell’individuo sulla base di un principio “non negoziabile”: questo tipo di ragione non solo non può essere condivisa ma non può essere nemmeno presa in considerazione da un non credente, poiché deriva da un sistema di valori metafisico (rispettabilissimo) che non gli è proprio.
Mi spingerò ben oltre il dovuto: è lecito attendersi che lo Stato modifichi il proprio ordinamento e si informi su quelli che sono i "princìpi" non negoziabili di una maggioranza o una minoranza che sia, così come alcuni Stati mediorientali vengono più o meno informati secondo i dettami della Sharia islamica, ma è necessario allora, per coerenza e rispetto verso chi elegge la propria assemblea rappresentativa esercitando una prerogativa costituzionale, palesare la propria estraneità ad una parte essenziale di quella stessa costituzione e pronunciarsi pubblicamente per un superamento della laicità epistemologicamente e costituzionalmente intesa. Non mi fraintenda, io non intendo “relegare” con la forza la religione e la religiosità alla sfera privata; le istanze religiose potrebbero comunque influenzare la vita pubblica informando la vita sociale del paese, se ne avessero la forza (e allora nessuno chiederebbe l’eutanasia, come invece avviene clandestinamente ogni giorno, non perché proibita dalla legge ma per una libera, cosciente e convinta scelta individuale). Ma una cosa sono le leggi sociali, un’altra il diritto, le leggi civili.
Trarre le conseguenze di questa mia lettera significherebbe modificare la propria condotta parlamentare o dimettersi dal proprio ruolo istituzionale; non sono né tanto ingenuo né tanto presuntuoso da aspettarmi una cosa del genere. Ricevere una sua risposta alle mie obiezioni, però, potrebbe magari aiutarmi a comprendere cosa la spinge ad agire dandomi l’impressione che tradisca, di più ogni giorno che passa, il mandato che le ho affidato.

Rispettosamente
Mario Trifuoggi
 
Di Sostiene Proudhon (del 04/01/2007 @ 14:28:55, in Lettere, linkato 644 volte)
All'indomani dei funerali di Piergiorgio Welby, il professor Gennaro Carotenuto si è speso in un'analisi assai moderata su quanto era accaduto. Se dal un lato, sotiene Carotenuto, Welby avrebbe incontrato l'ostilità ideologica ed estremista del clero, dall'altro i Radicali e la Coscioni sarebbero colpevoli di furore laicista e strumentalizzazione politica.
Personalmente, ho avuto di che obiettare, ma la struttura del blog del professore non prevede commenti, se non in "differita"; pertanto, alla mia critica, è susseguito un post di replica che tentando di dare una risposta ai molti interventi ricevuti, mi pare finisca col non rispondere a nessuno. Perciò, per amore della trasparenza e della discussione, pubblico la mia lettera i cui punti nodali ritengo siano stati elusi da Carotenuto.

Gentile professor Carotenuto, non è ben chiaro dove andranno a finire questi commenti spediti attraverso un form e non immediatamente pubblicati, tuttavia le scrivo ugualmente sperando che non vadano persi.
Con tutto il rispetto, lei non ha capito un'emerito tubo della coraggiosa battaglia di Welby. Non sono un radicale, anche se sono iscritto alla Luca Coscioni, e a Pannella rimprovero tante cose, ma l'accusa di strumentalizzazione del caso Welby è quanto di più stupido o ipocrita (a seconda dei casi) ci sia.
I Radicali hanno sempre difeso il principio di autodeterminazione dell'individuo, ma mai si sono "serviti" pubblicamente di Welby che pure era malato da quarant'anni e che è stato co-presidente della Luca Coscioni; si sono piuttosto "limitati" a stargli accanto e ad assisterlo.
E' stato Welby, e solo lui, che ha deciso di venire allo scoperto scrivendo al Presidente Napolitano, montando un caso per qualcosa che avrebbe potuto ottenere, sottobanco, in piena tranquillità. E se l'ha fatto, è perché ha liberamente scelto di strumentalizzare sé stesso, prolungando la sua sofferenza oltre il limite che egli riteneva di aver già raggiunto, per denunciare il vuoto giuridico e politico attorno alla volontà del paziente-individuo rispetto alle morali e alle etiche di Stato.
Solo e soltanto allora, per libero arbitrio di Welby, i Radicali si sono schierati in prima linea in questa battaglia per far sì che la sua volontà diventasse un diritto di scelta e non un atto clandestino, per lui così come per molti altri malati.
Quando Welby, dopo novanta giorni di battaglia civile, ha ritenuto di non essere più umanamente nelle condizioni di attendere i tempi della giustizia e della politica, i Radicali, la Coscioni ed in particolare il dottor Mario Ricci si sono assunti l'enorme responsabilità di adempiere alla volontà del paziente nonostante lo Stato glielo proibisse.
A meno che lei non voglia insinuare che le straordinarie lettere al Presidente Napolitano, le parole spese nei forum e su internet, gli scritti cartacei e tutte le attività di questi novanta giorni di sofferenze siano state l'opera del burattinaio Pannella, la situazione è ben altra rispetto a quella che lei descrive. Welby si è sacrificato, ha preferito continuare a soffrire per tre mesi proprio in virtù del suo obiettivo, che non era solo personale (porre fine alle sue sofferenze) ma politico: Welby ha combattuto per la libertà, per l'autodeterminazione dell'individuo, per i diritti, altrimenti non si sarebbe volontariamente e lucidamente messo in piazza come ha fatto. E dunque, se oggi che Welby ha raggiunto il suo obiettivo personale, i Radicali e quanti hanno sostenuto la sua causa rinunciassero a combattere per quell'obiettivo politico (che tanta sofferenza gli è costato e che ancora non è stato raggiunto), allora sì che sarebbero dei volgari opportunisti, incoerenti e voltafaccia.
Chi ha creduto e crede nella battaglia di Welby ha il dovere morale di continuare a lottare per quella causa, altrimenti il sacrificio di Piergiorgio sarà stato vano.
Chi, invece, non condivide questa causa, ha naturalmente il diritto (e se lo ritiene il dovere) di contrastarla, ma che non si azzardi ad accusare la controparte di strumentalizzazione: significherebbe offedere il sacrificio e la memoria di Welby.

Sostiene Proudhon
 
Di Sostiene Proudhon (del 30/06/2006 @ 11:32:47, in Lettere, linkato 1194 volte)

Riceviamo e pubblichiamo con piacere una "conversazione sul federalismo" di Paolo Bonacchi (paolo.bonacchi@tele2.it)


Se conversando con un ipotetico amico dovessi rispondere ad alcune sue domande su cos’è davvero il Federalismo penso che dovrei trasformarmi in Mago Merlino o se preferite nella Fata Turchina, per raggiungere con semplicità e chiarezza lo scopo di eliminare dalla sua mente da un lato tutte le incrostazioni basate su informazioni volutamente sbagliate sedimentatesi col tempo e dall'altro di illustrare un concetto rivoluzionario derivato dalla Natura, di per sé assolutamente semplice da capire. Così, dopo i segni magici di rito, toccando l'amico con la bacchetta magica, apparirebbe nella sua mente una parola luminosa e densa di significato: “Contratto”! Sì: il federalismo è innanzitutto un contratto politico fra cittadini e fra questi e le loro istituzioni. Ma non sono un mago e non ho la capacità di produrre miracoli, perciò il mio amico immaginario dovrà unicamente far conto su ciò che riuscirò a dirgli per scoprire il significato vero del federalismo, tenendo presente che nulla è più semplice della verità e nulla è più arduo da testimoniare.

Amico (A): cos'è davvero il federalismo?
Paolo (R): la chiave del nostro dialogo sta tutta in una parola: Contratto! Esattamente come dice la parola, il Federalismo è innanzitutto un “Contratto” fra cittadini “garantito” dallo Stato.
A. Puoi spiegarti meglio in relazione a quanto sta avvenendo in Italia?
R. Il federalismo è una forma di Stato che nasce dalla Teoria dello Stato contrattuale per la quale lo Stato è una associazione volontaria di persone che decidono le proprie regole (leggi) per mezzo di contratti. Questa teoria riguarda in primo luogo il modo di risolvere i rapporti fra gli individui e tra gli individui e le loro istituzioni, ed in secondo luogo l’architettura istituzionale della società. E’ ovvio che il primo deve precedere il secondo, poiché solo i cittadini sono i “titolari” dello Stato e non le istituzioni. In Italia le due riforme costituzionali (2001 e 2005) definite, mentendo, “federaliste”, in quanto non tengono assolutamente in considerazione né il Contratto, né questa precedenza, lasciano intatta la prima parte della Costituzione, mentre proprio questa andrebbe cambiata, perché le costituzioni federali sono basate tanto sul “contratto” quanto su “garanzie” e non su “valori e principi” che, come è a tutti noto, ognuno interpreta in forma personale.

A.Cosa vuol dire la parola “contrattualismo” in politica?
R. Vuol dire che il Ruolo che lo Stato deve svolgere nei confronti delle persone, deve essere stabilito o almeno legittimato dagli aventi diritto al voto mediante un Contratto di natura politica. Di conseguenza la costituzione, le leggi votate dal parlamento e dalle regioni ed i regolamenti delle province e dei comuni, devono essere rese legittime (e quindi sempre condivise) dalla maggioranza delle persone responsabili che hanno diritto al voto. In questo senso il Contrattualismo o Federalismo è anche un processo di Autogoverno.

A. Chi sarebbero “le persone responsabili”?
R. Le persone responsabili sono i cittadini che vogliono essere attenti e informati e che con il voto compiono scelte politiche su specifici argomenti conosciuti, limitati e ben definiti.

A. Ma non ti sembra esagerato attribuire alla gente, al popolo, una simile responsabilità, considerato l'attuale grado di cultura e di bassa partecipazione alla gestione della cosa pubblica da parte della gente comune?
R. Senza una partecipazione responsabile allargata ed un buon grado di conoscenza degli impegni pubblici da affrontare non si può realizzare uno Stato federale, perché il Federalismo è un processo istituzionale basato sull'eguaglianza e sulla responsabilità personale e non sul governo gestito da ambiziose oligarchie di professionisti della politica desiderosi di potere e di privilegi (i partiti); il federalismo deve nascere dal basso, dai cittadini comuni, e non può essere calato dall'alto come disonestamente si è tentato di fare sia con la Riforma del titolo V° della Costituzione delle sinistre nel 2001, sia con la devolution delle destre del 2005.

A. In sostanza mi vuoi dire in cosa consiste il “Contratto politico” di cui parli ed in cosa è diverso dal “Contratto sociale” di cui parlano i partiti?
R. Il Contratto politico presuppone che lo Stato sia un “organo di garanzia” per mezzo del quale i cittadini si assicurano il rispetto delle leggi che essi stessi legittimano o deliberano. La garanzia si riferisce soprattutto al diritto degli elettori di poter esercitare il potere legislativo e regolamentare su fatti contenuti entro certi limiti (ad es. la costruzione di un ponte, di una strada, il funzionamento di un ospedale, della scuola, l’introduzione di una tassa, di un’imposta, l’eliminazione della burocrazia inutile, il cambiamento del sistema pensionistico, etc.), per mezzo degli strumenti giuridici che permettono loro di fare, modificare o abrogare le leggi (compresa ovviamente la Costituzione) ed i regolamenti. Per fare questo è necessario introdurre nella Costituzione e negli Statuti locali i Referendum legislativi o regolamentari di iniziativa e di revisione senza quorum (gli altri tipi di referendum, abrogativo, consultivo e propositivo ed il quorum del 50%+1 per la validità del risultato della consultazione referendaria sono semplicemente dei sondaggi, delle truffe statistiche che lasciano sempre l'ultima parola al parlamento ed ai consigli). La definizione classica di Contratto politico parte dall'osservazione che in democrazia la legge deve essere espressione della volontà concreta degli aventi diritto al voto e deve essere vantaggiosa ed utile per tutti. Di conseguenza i cittadini devono ricevere dallo Stato, sotto forma di benefici e di servizi, almeno quanto ad esso sacrificano della propria ricchezza (tasse ed imposte) e delle proprie obbligazioni (doveri), conservando tutta la propria libertà, sovranità ed iniziativa, meno la parte relativa all'oggetto speciale, definito e limitato per il quale il Contratto (il cui contenuto se approvato diventa legge) è formato e di cui si chiede la “garanzia” allo Stato. Senza il principio “contrattuale” e la “garanzia” giuridica necessaria agli aventi diritto al voto di poter esercitare la sovranità sui fatti che riguardano tutti, il Federalismo è una frode della buona fede popolare. Bisogna rendersi conto che.. “La sovranità nelle repubbliche federali viene invariabilmente attribuita al popolo, che delega i propri poteri ai diversi governi o che si accorda per esercitare direttamente quei poteri come se fosse esso stesso il governo. (...) Il popolo sovrano può delegare e dividere i poteri come meglio crede ma la sovranità rimane una sua proprietà inalienabile” (Daniel J. Elazar, Idee e forme del federalismo, trad. e presentazione Luigi Marco Bassani, Milano, Edizioni di
Comunità, 1995, p. 90.

A. Non ho ancora capito bene.
R. Nel federalismo i cittadini, col voto, non delegano più “tutta” la loro sovranità ai loro rappresentanti, ma ne riservano per sé “la parte maggiore”, in modo da poterli delegittimare a maggioranza quando fanno cose contrarie ai loro interessi o alle loro aspettative. E' esattamente quanto succede con il contratto di rappresentanza commerciale. Si è mai visto il rappresentante di una ditta che ha maggiori poteri del rappresentato che è il proprietario? Certamente no. E allora, perché i rappresentanti politici possono prendere decisioni sui fatti concreti che riguardano gli interessi del “sovrano” (che in democrazia è il popolo), senza che questo, a maggioranza delle persone responsabili aventi diritto al voto, abbia la garanzia di poter impedire di violare i suoi interessi?

A. Ma veramente... col voto... il popolo può cambiare i propri rappresentanti.
R. E' vero, ma nei quattro o cinque anni di mandato essi hanno potere assoluto sulla vita e sugli interessi della gente e le loro azioni (che si traducono in tasse, imposte, obblighi, divieti e doveri, ecc.), possono violare impunemente gli interessi e le aspettative della maggioranza dei cittadini senza che nessuno sia responsabile. In questo modo la democrazia è limitata al solo giorno delle elezioni, dopo di che i rappresentanti diventano i veri "padroni" dello Stato, mentre i cittadini comuni, quando non rientrano nelle loro grazie, sono semplicemente al loro servizio.

A. Alcuni sostengono che le riforme costituzionali presentate sia dalla sinistra sia dalla destra, sarebbero il primo piccolo passo verso il federalismo. Cosa ne pensi in proposito?
R. Il Federalismo non si può introdurre a rate o in percentuali o a piccoli passi. Risponde al principio “Tutto o Niente”, dove il Tutto, secondo la mia opinione, risiede nella “garanzia” costituzionale dell'equilibrio fra democrazia diretta e democrazia rappresentativa offerta dal Contratto politico o di Federazione, ed il Niente nel Regionalismo e nella Devolution cui le due riforme sono ispirate. Il Contratto politico, in sostanza, mette d'accordo e rende equilibrate e coerenti le due forme di democrazia (diretta e rappresentativa) e risponde perfettamente alle domande su come rendere legittimo l'esercizio del potere politico, come controllarlo in modo che nessuno ne possa abusare e come dare voce al popolo come la democrazia prevede.

A. Perché i politici ed i giornalisti, a proposito del federalismo, parlano di “patto” e mai di “contratto”?
R. Perché la parola “patto” è più elastica, variabile e si presta a diverse interpretazioni e quindi ai soliti giochi ed alle solite finzioni dei politici e giustifica l'ignoranza dei giornalisti sul vero significato del Federalismo. Un patto può essere tacito, verbale, unilaterale, valido per una sola parte, oppure può essere riferito ad una cosa indefinita, non limitata o anche a molte cose insieme, ecc., mentre il Contratto politico o “di Federazione” deve essere bilaterale e commutativo ed avere sempre una forma scritta, che deve essere letta, discussa, approvata e sottoscritta o comunque legittimata dalla maggioranza dei contraenti, che sono gli aventi diritto al voto e soprattutto deve essere riferito a fatti certi, definiti e limitati che riguardano tutti i cittadini ai vari livelli dello Stato a seconda delle specifiche competenze.

A. Alcuni sostengono che solo l'interesse nazionale permette la solidarietà sociale fra le diverse parti del Paese. Come la pensi in proposito?
R. Prendiamo la sanità, che è l'esempio più citato per accusare il Federalismo di non essere solidale e per giustificare "l'interesse nazionale". Finché i cittadini del Sud, a causa dell'inefficienza dei loro ospedali, si possono trasferire al Nord per farsi curare, è evidente che la sanità del Sud non potrà migliorare come sarebbe utile e conveniente per loro. Nelle condizioni attuali, infatti, non possono fare niente, perché non hanno gli strumenti giuridici del cambiamento previsti dal Contratto politico, che consentirebbero loro di rendere efficienti i loro ospedali più di quelli del Nord. Ma se lo Stato, come prevede il federalismo vero, fosse il garante del loro diritto naturale (inviolabile, inalienabile ed illimitato in uno Stato moderno), di poter fare direttamente le leggi (Contratto politico), essi avrebbero fortissime motivazioni al cambiamento e potrebbero fare leggi locali e regionali per ottenere quello che vogliono, visto che lo pagano di tasca propria (federalismo fiscale), eliminando i privilegi, l'incompetenza, il nepotismo e la burocrazia che rendono inefficiente la loro sanità. Resta il fatto che nessun cambiamento della sanità del Sud sarà possibile finché gli abitanti del Sud, per rendere migliori i loro ospedali, non avranno a disposizione gli strumenti giuridici che possono consentire loro di migliorare la sanità nella libertà dove essi vivono. Per tali ragioni è giustificato il detto che con il Federalismo ognuno è padrone a casa propria ma, aggiungo io, ne è anche responsabile.

A. Si afferma che le riforme costituzionali in senso federale presentate dai partiti di destra e di sinistra sposterebbero le competenze dal centro alla periferia. In che misura questo avviene e quale sarà il costo della riforma?
R. In un convegno sulla devolution effettuato a Monza nella primavera del 2005, due professori universitari molto esperti in materia di federalismo, Bassani dell'Università di Milano e Bordignon dell'Università di Siena, fecero osservare agli stupiti presenti, fra i quali gli onorevoli Chiti e Pagliarini, che sostanzialmente solo tre competenze del tutto marginali sarebbero state spostate dallo Stato centrale alle regioni e riguardano i bidelli delle scuole, la polizia amministrativa e gli infermieri degli ospedali. Per il resto buio totale, poiché l'introduzione dell'interesse nazionale preminente su tutti gli aspetti della società, avrebbe di fatto impedito il trasferimento di ulteriori competenze ed avrebbe in breve riaccentrato quelle esclusive già devolute alle regioni. E' necessario sapere che una Costituzione federale è caratterizzata da tre aspetti fondamentali: 1) una costituzione scritta, “discussa, approvata e sottoscritta dal popolo”, mentre in Italia la Costituzione non è mai stata sottoposta all'approvazione o al rifiuto del popolo; 2) la “netta separazione areale delle competenze e funzioni” ai vari livelli dello Stato, mentre le due riforme hanno generato e genereranno continui conflitti di competenze fra Stato e regioni (che sono diventate piccoli Stati accentrati) e fra regioni, province e comuni; 3) la “non centralizzazione”, poiché il “centralismo” è la peste nera di ogni forma di democrazia e di federalismo che in qualunque epoca ha generato o la guerra o la corruzione. Niente di tutto ciò è stato sfiorato dalle due riforme. Pertanto sono convinto che il costo di entrambe sarà enorme, continuerà a riflettere la spartizione dello Stato fra i partiti e non modificherà, anzi accrescerà l'assetto centralista e partitocratico attuale che opprimerà sempre più le regioni maggiormente produttive.

A. Molti, oggi, parlano di introdurre il “federalismo fiscale”. Qual è la tua opinione?
R. Ti risponderò con le parole di Gianfranco Miglio che sosteneva che “nessun federalismo fiscale è possibile senza una vera riforma della struttura federale dello Stato”. Inutile illudere la gente con promesse che creeranno solo confusione e che non potranno essere mantenute secondo il vero significato di ciò che si vuole affermare.

A. Ancora una domanda: molti identificano il federalismo come “secessione” del Nord dal Sud. Qual è la tua opinione in proposito?
R. E' una cosa che neppure io ho mai capito e la considero un grave errore culturale di cui oggi paghiamo le conseguenze. Il Federalismo, in quanto Contrattualismo, è un principio di UNIONE e mai di divisione. Come si fa a fare un contratto se fra le parti non c'è la volontà di unirsi per tutelare, accordandosi, il bene comune? La secessione, in un'ottica federale, è un rimedio ESTREMO che serve solo ad evitare un conflitto, una rivolta violenta fra aree diverse per tradizioni culturali soggette ad un diverso trattamento economico da parte dello Stato centralizzato. Federalismo e secessione sono antitetici perché annullano le stesse fondamenta “contrattuali” sulle quali lo Stato federale si basa.

Spero, amico mio, che alla fine tu abbia capito che si tratta di guardare allo Stato con una logica molto diversa da quella che ha prodotto, aggravandoli, i nostri gravissimi problemi economici e sociali.

Paolo Bonacchi (paolo.bonacchi@tele2.it)
 
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09/09/2010 @ 22.34.33
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