Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente
Certo, mi sono impegnato meno di quello che avrei dovuto e voluto, la colpa è anche mia. Ma a conti fatti Kilombo per me non è mai riuscito ad essere qualcosa di più di una semplice vetrina. E siccome quelle poche volte che l'impegno ce l'ho messo sono sempre andato in una direzione opposta a questa, penso sia giusto trarne le conseguenze e prendere atto del fallimento di ogni tentativo di cambiamento, passato presente e futuro. Da oggi non faccio più parte di Kilombo, anche perché non mi pare ci sia rimasto più alcunché di cui far parte.
Kilombo nasce in concomitanza con importanti appuntamenti elettorali come le primarie per l'Unione e le politiche, per far dialogare e scontrare quelli che vengono chiamati riformisti e radicali, cercando di creare un terreno comune di appartenenza.
Kilombo era e deve rimanere un progetto politico (o, anche se non formalmente, una associazione politico-culturale) cioè che raduna tutti coloro che si riconoscono in alcuni valori (quelli della Carta) a prescindere dalla adesione ad un partito del centro-sinistra o alla stessa coalizione dell'Unione. Crediamo che questo sia un punto fondamentale da fissare, anche alla luce delle probabili future evoluzioni politiche. Il tutto per evitare di ricadere nel vecchio detto di Pietro Nenni secondo cui "a fare a gara fra puristi [di sinistra, ndr], si troverà sempre qualcuno più puro, che alla fine ti epura".
In questi giorni il progetto politico dell'Unione sembra, invece, alla corda. Il governo ha il fiato corto. A destra e a sinistra della coalizione governativa cresce la voglia di andare da soli. Alcuni non possono sentir parlare di Partito Democratico, altri non ne possono più della sinistra di lotta e di governo. Kilombo rischia di subire questa situazione e di implodere.
Sarebbe un peccato, perchè è proprio nel momento in cui la sinistra "reale" si divide che bisogna fare valere le ragioni del dialogo riscoprendo il patrimonio storico e valoriale che ci accumuna. Questo compito è responsabilità anche nostra, la sinistra "virtuale". E', paradossalmente, nel momento di massima distanza politico-parlamentare che l'esperimento kilombista acquista significato e importanza non secondari.
Per prevenire l'implosione di Kilombo è cruciale riscoprire le ragioni del nostro aggregatore e farle diventare progetto politico (sebbene rigorosamente non partitico). Se vogliamo impedire che Kilombo si trasformi (o rimanga) una vetrina in cui prevalgono le ragioni della polemica fine a se stessa tra nemici su quelle del confronto fruttuoso tra compagni, dobbiamo dotarci di tutti gli strumenti, reali e virtuali, necessari.
Alcuni sono stati individuati molto tempo fa, ma sono rimasti in cantina. Kilombo slow e l'associazione aspettano solo di venire usati. Nessuno, però, osa metterci mano, cuore e testa. Perchè?
Il loro scopo non deve essere quello di ricreare dal vivo o alla moviola l'atmosfera litigiosa e individualistica di kilombo.org . Le ragioni dell'associazione e di kilomboslow sono ben altre e altrettanto importanti. Sono le ragioni dello stare insieme a sinistra, nonostante parlamento e governo. Non dobbiamo, infatti, governare un paese, ma salvaguardare legami, contatti, spazi comuni.
Non vale la pena impegnarsi in prima persona per queste ragioni? Allora perchè non ci diamo una mossa, magari prima che cada il governo e kilombo chiuda perchè Jaco si è dimenticato di pagare il aruba?
Essendo tra coloro i quali hanno chiesto l’espulsione da Kilombo del blogger Valerio Pieroni, ritengo doveroso partecipare al dibattito che ne è conseguito e prendere posizione ufficialmente. Lo faccio pubblicando la lettera stessa con la quale ho motivato la mia richiesta. Le mie argomentazioni non affrontano il tema della libertà d’espressione semplicemente perché non ha alcuna attinenza con la questione di cui discutiamo; la libertà d’espressione continua ad essere garantita a Valerio e ad ognuno di noi dalla Costituzione. Si parla invece (o si dovrebbe parlare) delle istanze che fondano il senso di un’associazione, perché in esse gli associati riconoscono l’impegno che li tiene assieme e li distingue come comunità. Un’associazione che veda alcuni dei suoi membri negare quelle istanze può decidere di revisionarle o di assumere dei provvedimenti verso quei membri; in nessun caso può permettersi di conservare la contraddizione, altrimenti non ha più motivo di esistere.
Cari compagni e compagne della redazione, lungi da me l’intenzione di alimentare polemiche e animosità spesso pretestuose, che pure hanno tenuto più di una volta banco in Kilombo, ma stavolta proprio non posso fare a meno di partecipare in prima persona; è l’assunzione di responsabilità in qualità di membro di una associazione che mi spinge a farlo, e nessun altro motivo. Vorrei sollevare il caso dell’ultimo post di Valerio Pieroni, intitolato “Tornano i ghetti a Roma”, che mi ha dato molto da riflettere nelle ultime ore – non per il tema trattato o le argomentazione proposte, ma per la loro compatibilità con i principi della nostra associazione. Nel post in questione, devo necessariamente rilevare alcuni elementi contraddittori con lo spirito dell’associazione, con particolare riferimento alla frase «trovo penosa l’inaugurazione di questa gay street, perché ci dimostra che l’unica discriminazione che esiste è quella loro [delle lobby gay] verso gli altri». A prescindere dalla sentenza emessa da Pieroni in merito ad un contenzioso (la coppia gay arrestata al Colosseo per presunti atti osceni) ancora in attesa di accertamenti da parte delle autorità competenti – vorrei ricordare che tale negazione della presunzione d’innocenza e del beneficio del dubbio, prim’ancora che con Kilombo, è incompatibile con lo Stato di Diritto – la semplice attribuzione di segregazionismo sessista, per via implicita ma diretta, alla comunità gay è contraria ai principi di equa libertà ed emancipazione dei singoli e delle minoranze che animano lo spirito delle sinistre europee e che dovrebbero animare lo spirito della sinistra italiana. Un’associazione che si definisca “di sinistra” dovrebbe farsi carico delle battaglie sociali, civili e culturali che impegnano gli oppressi e i discriminati. In un contesto come quello Italiano negare la questione omosessuale significa, almeno per una persona sedicente di sinistra, essere incapaci di leggere la società; rovesciarla, poi, sostenendo che sia la comunità omosessuale a discriminare, diventa inaccettabile per un’associazione di sinistra, tenuta a rendere conto delle sue posizioni di fronte a quella stessa comunità. Tutto ciò, me lo consentirete, non ha nulla a che vedere con l’ortodossia; non difendo una posizione predeterminata o una particolare visione del mondo, ma difendo il diritto della comunità omosessuale (come di ogni altra minoranza) a rivendicare in pubblica piazza le proprie istanze, giuste o sbagliate e criticabili che siano, perché è questa una precondizione di metodo per chi voglia far parte della sinistra. Chi distorce le informazioni asserendo che le lobby gay vogliono istituire dei ghetti e discriminare gli etero(?!), dimostra di maneggiare senza criterio le parole e di non conoscere la realtà europea e mondiale delle numerosissime gay street di Londra e New York e Madrid e Città del Capo. E lo fa per strumentalizzare quelle stesse informazioni distorte a sostegno di una tesi che l’associazione non può accogliere. Leggo dall’articolo 8 della Carta che “La redazione si riserva la possibilità di rifiutare la richiesta di iscrizione per i casi di blog i cui contenuti violino palesemente i principi generali di questa Carta (artt. 2, 3 e 10)”; l’esercizio di tale articolo si rivelerebbe impossibile senza una pur misurata opera di interpretazione da parte dei redattori tanto dei principi che ispirano gli articoli 2 e 3, tanto dei testi del blogger che si sottopone al vaglio per l’iscrizione. Ne consegue che, implicitamente, lo stesso potere sia attribuito dalla Carta alla redazione per un caso di espulsione, al quale il redattore non può sottrarsi facendosi scudo dietro l’indecifrabilità delle interpretazioni soggettive e il pluralismo atomizzato, poco congrui per un gruppo che intende collocarsi in uno spazio politico pluralista ma “definito” – la sinistra. Ritengo pertanto che sia i redattori sia successivamente gli aderenti al collettivo di Kilombo dovrebbero essere chiamati ad assumersi la responsabilità di quella misurata opera di interpretazione, nella maniera più democratica possibile, per valutare l’espulsione di Valerio Pieroni da Kilombo. Perché di questo si tratta, non di una scomunica o di una proscrizione, ma di un’assunzione di responsabilità degli associati nei confronti dell’associazione. Io mi sono preso la briga di scrivervi e di disturbarvi perché ho sentito il dovere di farlo, di assumermi una parte di quella responsabilità, consapevole di poter sbagliare e di correrne il rischio. Spero che sarà lo stesso anche per voi.
A un anno dalla creazione del blog e dall’iscrizione alla famiglia di Kilombo, tracciare un bilancio di quest’esperienza può essere utile, specialmente se contestualizzato nella crisi che l’aggregatore sta vivendo.
Cimentarmi con un blog, in particolar modo all’interno di Kilombo, mi ha dato la possibilità di sperimentare nuove idee, nuove persone, nuovi strumenti per la conoscenza e l’interazione. Sul piano personale, ha costituito indubbiamente un momento di crescita; il problema, però, sta proprio nell’esclusività e limitatezza di quel “piano personale”, che invece di promuovere ed emancipare l’individualità finisce col soffocarla in un caos atomizzato ed autoreferenziale, di cui Kilombo è diventato la cassa di risonanza e nulla più.
La spinta propulsiva di Kilombo, che scaturiva soprattutto dalla volontà di intendere l’autogestione e la partecipazione secondo criteri orizzontali ed egalitari, oggi si è esaurita, ma non perché quei principi che hanno fondato e fondano il progetto non siano più validi. E’ mancata, piuttosto, la capacità di ripensarli e riaggiornarli a fronte dell’aumento degli iscritti e della visibilità, disperdendo la partecipazione in una struttura inadatta a valorizzarne i contenuti e bloccando istituzionalmente la comunità con processi decisionali e criteri rappresentativi insufficienti per individuare e intraprendere una direzione di marcia chiara.
Va dato atto ad alcuni fondatori e membri storici di Kilombo di aver già intuito tempo fa quale fosse la strada per superare lo stallo, attraverso la creazione di un associazione aperta che sia in grado di affrontare la gestione di un progetto di più ampio respiro. E proprio per rinnovare quell’impegno ho deciso di sostenere Titollo e il suo programma per la redazione, perché mi sembra il più completo e il più coraggioso per rilanciare Kilombo; aderirvi significa prendere una posizione netta e criticabile, fare una scelta – giusta o sbagliata è rimesso al vostro giudizio – e ritengo che, allo stato attuale, tutto si possa fare meno che non scegliere... perché, parafrasando gli amici Radicali, Kilombo o lo scegli o lo sciogli.
In più di cinquant'anni di sedicente servizio pubblico, la Rai ha giocato un ruolo importante nella storia italiana, tra luci ed ombre (forse più ombre che luci). Dai tempi del boom e della rivoluzione catodica, di acqua sotto i ponti ne è passata, e non è da ieri che la società civile reclama una maggiore qualità ed indipendenza del servizio, denunciando la cronica lottizzazione politica della televisione pubblica - una televisione, tra l'altro, nata smaccatamente sotto l'egida democristiana e la cui lottizzazione è una "conquista pluralista" relativamente recente.
Il testo presentato dal Ministro Gentiloni per la riforma del servizio radiotelevisivo pubblico offre spunti interessanti, nonostante qualche lacuna. Si tratta di una dichiarazione d'intenti, e fino agli ultimi di febbraio potrebbero intervenire delle modifiche, ma vale la pena di cominciare a confrontarsi con le idee proposte. La riforma coinvolge due aspetti fondamentali: l'assetto e il prodotto. Una Fondazione, infatti, diventerebbe l'azionista di riferimento Rai, ed il suo CdA (rinnovato per un quarto dal parlamento ogni due anni) si troverebbe a gestire tre diverse società (ognuna con un CdA autonomo nominato dalla Fondazione) delle quali una si occuperebbe delle reti, e le restanti due rispettivamente del servizio pubblico finanziato dal canone e dell'intrattenimento finanziato dalla pubblicità.
L'idea alla base della revisione del prodotto è valida: la tv generalista ha fatto il suo tempo, e tematizzare i canali Rai potrebbe risolvere il deficit di qualità di cui molti si lamentano. Piuttosto che tentare di accontentare tutti come con gli attuali palinsesti (che danno il solo risultato di cuocere in un enorme calderone tutta la sbobba televisiva), differenziare il prodotto a seconda del canale raggrupperebbe fasce di pubblico più omogenee e più contente. Da questo punto di vista, indirizzare gli introiti del canone in un canale concentrato sul solo servizio pubblico e lasciare i maggiori spazi pubblicitari, invece, in un canale a forte vocazione commerciale aumenterebbe decisamente la qualità del prodotto (e la soddisfazione del consumatore) dell'una e dell'altra parte.
Ciò che forse andrebbe ulteriormente discusso è il criterio di nomina del CdA della fondazione. Restando esclusivamente in mano alla politica (5 consiglieri nominati a maggioranza di due terzi dal parlamento e 2 dalle regioni), l'indipendenza e l'autonomia rischiano di venire compromesse, trasformando il passaggio di consegne della Rai dal Governo alla Fondazione in una semplice operazione di facciata. Seguendo l'esempio tedesco o studiando le proposte del comitato Perunaltratv.it, il CdA della Fondazione dovrebbe invece essere composto da un numero di persone più elevato, pescate non solo nella politica ma anche e soprattutto nella società civile, fra sindacati, università, informazione e affini. Inoltre, bisognerebbe affrontare una discussione sull'effettiva utilità della Commissione Parlamentare di Vigilanza, un organo che non ha analoghi in Europa e che sembra l'ennesimo strumento di controllo politico sull'informazione. La maggior parte delle sue funzioni sono decisamente più consone all'attività dell'Autorithy per le comunicazioni.
Anche se alcuni limiti appaiono evidenti, il progetto di riforma di Gentiloni costituirebbe comunque un passo avanti in direzione di una Rai se non del tutto indipendente, quantomeno più efficiente.
Non bastavano i problemi congiunturali, i problemi strutturali, i problemi psicologici, i problemi interni e i problemi di socializzazione socialista. Dallo stallo della Rosa nel Pugno siamo passati alle stalle di Radio Radicale e alle stelle che ha visto Diego Galli, responsabile della suddetta radio. Galli, che in soldoni potremmo definire come il delfino di Massimo Bordin, ha inviato una diffida legale all’autore del blog Daw al fine di far rimuovere un video satirico, intitolato Casa Pannella, che in pochi giorni ha riscosso un grande successo, finendo addirittura alle cronache dei tg nazionali. L’apparentemente inspiegabile decisione di Galli di ricorrere alle vie legali è stata motivata, a sentire da quanto riportato dallo stesso Daw, dalla distorsione informativa che il video produrrebbe sullo spettatore e dalla lesione dell’immagine per la Radio (inizialmente non citata come fonte, errore però immediatamente corretto alla prima segnalazione) e per i dirigenti del partito.
Le motivazioni sembrano del tutto infondate: avendo avuto modo di vedere il video in questione appena ieri, personalmente posso dire che l’intento satirico fosse chiaro come il sole e che, opinione evidentemente personale, il prodotto fosse anche ben riuscito – davvero divertente. Pertanto non posso che esprimere la mia solidarietà al blogger Daw.
Da fedele ascoltatore di Radio Radicale e da sostenitore della Rosa nel Pugno mi auguro non solo che si faccia marcia indietro, ma che sia la radio sia il partito prendano le distanze da quest’iniziativa, offrendosi per contro di ospitare il video Casa Pannella sui propri siti web per sgombrare il campo da equivoci e, in continuità con la loro storia, ribadire l’attaccamento ai valori del pluralismo, della libertà d’espressione e della libertà di satira; perché davvero, questo da un radicale non me lo sarei mai aspettato.
«Sulla Rai mi domando se non stiamo troppo buoni: anziché occupare la tv pubblica ci siamo occupati di politica estera». E subito si scatenò la bufera su D’Alema. Da sinistra si leva un coro di critiche moraliste, da destra si denuncia “l’indecenza” della spartizione delle poltrone; Fini sentenzia che «il lupo perde il pelo ma non il vizio», e di risposte a tono ce ne sarebbero tante, come la biblica pagliuzza nell’occhio, perché da che pulpito scende la predica. Ci mancano solo le richieste di dimissioni.
Che l’opposizione tiri acqua al suo mulino, con spudorata faccia di bronzo, è nell’ordine delle cose, e ce lo si poteva aspettare. Ma che a sinistra si sia deciso di affrontare l’argomento con piglio ipocrita – e proprio dalla blogosfera gli esempi più lampanti – non dico che sorprenda, ma ad ogni modo delude. Cos’ha fatto D’Alema, se non esorcizzare con affilate parole l’annosa questione della televisione pubblica? Far finta di indignarsi perché il Ministro degli Esteri scherza sulla lottizzazione della tv significa credere, per stupidità o ingenuità, che davvero la nomina dei vertici Rai possa essere insieme politica e imparziale/indipendente. O meglio, si da tal credito alla sinistra e non alla destra, e questo è retaggio della cultura della superiorità morale; allora fa bene D’Alema ad essere così diretto. Non si tratta banalmente di un “che siamo più fessi degli altri, noi?”, è il voler chiamare le cose con il loro nome, e mettere la gente di fronte ai fatti.
La Rai è nata lottizzata, anzi è nata democristiana, la lottizzazione è una conquista civile relativamente recente. Ma noi non ci accontentiamo, il pluralismo non ci basta, vogliamo – giustamente – di più: informazione indipendente, programmi di qualità, un servizio pubblico che sia tale. Come fare? Non di certo auspicandosi che la politica smetta di curare i propri interessi solo perché “di sinistra”.
L’unica proposta sul tavolo, al momento, è un disegno di legge promosso dalla “società civile” (50mila firme con le adesioni di Biagi, Luttazzi, Castellitto e tanti altri), Perunaltratv.it, che se non altro ha il merito di elaborare un’alternativa, con l’abolizione della Commissione Parlamentare di Vigilanza e la nomina del CdA ad opera di un Consiglio per le Comunicazioni formato da 10 “politici” (7 dal Parlamento e 3 dagli enti locali) e 11 esponenti della società (sindacati, università, informazione etc.). Il disegno di legge è stato presentato sia alla Camera che al Senato, e nonostante sia difficile che veda la luce, a confronto con l’ipocrisia delle verginelle che criticano il Governo (nel quale D’Alema semmai è stato il più onesto) è un campione di pragmatismo e real politik.
Quello che succede in Palestina è sotto gli occhi di tutti. Meno sotto quelli del Tg1. Il primo telegiornale nazionale, in data 1 luglio 2006, ha deciso di aprire l’edizione della sera con la vittoria calcistica dell’Italia contro l’Ucraina. Quattro – quattro – servizi si sono susseguiti dalle 8.00 alle 8.15 per descrivere il successo degli azzurri ai quarti di finale, soffermandosi sul parallelo Toni-Riva, sul segreto della vittoria, sulla Germania di Klinsmann futura avversaria in semifinale e, in ultimo, raccogliendo le opinioni e i pronostici di baldanzosi tifosi sul destino della nazionale – numero di notizie contenute pari a zero – neanche fosse Studio Aperto. Poi, uno sguardo al decreto del governo sulle liberalizzazioni, uno all’escalation della violenza a Gaza. In coda, gli ultimi due servizi erano ancora dedicati al mondiale di calcio.
La mia indignazione è ben lontana dalle derive anti-calcistiche di Beppe Grillo, io mi sono esaltato a vedere finalmente “giocare a calcio” la nostra nazionale contro l’Ucraina – certo mi sono ben guardato dall’andare in giro a fare i caroselli – ma l’edizione del Tg1 dell’altra sera è stata un’offesa al giornalismo e la negazione del servizio pubblico. Perfino Anna La Rosa, al confronto, l’avrebbero scambiata per giornalista.
Tralasciando l’episodio davvero poco edificante, lo stato dell’informazione Rai ed in generale la sua funzione di servizio pubblico sono preoccupanti, e tutto sommato noi ci siamo ormai abituati, quasi ne siamo assuefatti. Anche il “servizietto pubblico”, come qualcuno ha sottilmente definito lo scandalo Gregoraci, non ci lascia poi così stupiti o impreparati. Questo forse è l’aspetto più triste del servizio pubblico, ovvero che il pubblico sembra essersi rassegnato alla (non) qualità del servizio, come fosse condizione necessaria e imprescindibile il mediocre disservizio.
Restando in tema di liberalizzazioni – visto e considerato che Prodi, gasato dal successo del decreto Bersani, ce ne ha promesse come se piovesse – sarebbe cosa buona e giusta da parte del nostro Governo studiare il da farsi per liberalizzare anche il mercato televisivo, e con questo tiro dentro anche Mediaset, perché oltre alla riforma della Rai andrebbe affrontato il problema strutturale del duopolio televisivo. A cominciare dall’abolizione della commissione parlamentare e dall’istituzione di un consiglio d’amministrazione autonomo ed indipendente per la Rai, finendo col cambiare dalla A alla W l’obbrobriosa Gasparri, è necessario dare spazio al pluralismo e alla concorrenza. Il mito del telecomando come strumento di potere del telespettatore rimane tale se codesto, effettivamente, ha pochi canali fra cui bazzicare. In questo senso l’esperienza de La7, finanziata da Tronchetti-Provera che certo non brilla per qualità etiche e morali, dimostra che anche con un editore impuro – decisamente impuro – quel poco di concorrenza che c’è riesce a far miracoli: così abbiamo finalmente un Tg un attimo più cattivo con la politica anche se difficilmente indipendente sui temi economici, abbiamo Atlantide o la vela internazionale al posto di Maria De Filippi e dell’erede di Alda D’Eusanio e abbiamo Daria Bignardi che non ha ceduto al lato oscuro del nazionalpopolare, degenerato invece sia in Rai che in Mediaset.
Il servizio pubblico, invece di garantire tutti i cittadini, garantisce tutti i partiti. Se il centrosinistra avrà il coraggio di spezzare il circolo vizioso che mortifica la Rai dal ’54, scoprirà che anche elettoralmente una mossa del genere pagherebbe assai più che cinque anni di inutili veline.