Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente
Tra le righe del diritto internazionale si annidano le ragioni recondite che sottendono la controversia sullo status del Kosovo. I tempi della (geo)politica sono notoriamente più rapidi di quelli della giustizia e così, mentre la Corte Mondiale pondera un parere consultivo sulla questione, gli Stati hanno preso posizione sull’indipendenza di Pristina, mossi da interessi divergenti che delineano gli equilibri regionali all’interno della comunità internazionale. La frattura più appariscente e più importante contrappone il proselitismo euroatlantico ai rinnovati e irruenti interessi russi nei Balcani e nel Caucaso, come già testimoniato con i fatti dell’agosto 2008 in Georgia.
Dei 58 paesi membri dell’ONU che hanno formalmente riconosciuto la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, circa un terzo fa parte o della NATO o dell’Unione Europa o di entrambe, per un prodotto interno lordo complessivo superiore al 70% del prodotto mondiale [1]. Inoltre, sebbene Pristina non abbia ancora presentato domanda di adesione alle Nazioni Unite a causa del veto annunciato dalla Russia, il Fondo Monetario Internazionale ha riconosciuto la sua piena indipendenza e ha avviato il processo di integrazione del Kosovo in qualità di membro permanente [2]. A ulteriore conferma della visione strategica che ispira il blocco occidentale, vi è lo scatto in avanti compiuto dal Parlamento europeo con la risoluzione approvata a Strasburgo il 5 febbraio 2009. Il testo, tenuto conto della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza che ribadisce la sovranità e l’integrità territoriale della Serbia, «esorta gli Stati membri dell’Unione europea che non l’hanno ancora fatto a riconoscere l’indipendenza del Kosovo», considerando «la stabilità regionale dei Balcani occidentali una priorità dell’Unione» [3]. Si tratta di una risoluzione non vincolante e, dal momento che l’Ue necessita dell’unanimità dei suoi membri per definire univocamente lo status del Kosovo, tradisce la volontà di riaffermare un ruolo politico dell’Europa nella vicenda; volontà disattesa dai 5 dei 27 paesi dell’Unione che hanno confermato il proprio diniego. Per Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro, il precedente kosovaro costituirebbe un pericoloso appiglio per le rivendicazioni indipendentiste delle minoranze basche, magiare o turche che, a seconda del caso, minacciano l’interesse nazionale e l’integrità territoriale dei loro Stati.
Dal canto suo, Mosca gioca un ruolo di primo piano nei Balcani. Tra i paesi che non hanno riconosciuto il Kosovo o non hanno preso posizione in merito, la Russia si distingue per l’intricato intreccio di relazioni diplomatiche e commerciali intessute nell’area. Il profilo attivo della Russia si evince soprattutto dalla sua politica industriale nel settore energetico che interessa le vie di comunicazione della regione balcanica. Recentemente il Cremlino e Belgrado hanno benedetto di comune intesa l’acquisto della Nafta Industrija Serbija da parte di Gazprom, un passaggio cruciale per la riuscita del gasdotto South Stream; considerato che a detta di Putin «l’era del gas a buon mercato è finita», la svendita della società serba (a confronto delle soluzioni alternative, il prezzo d’acquisto di 400 milioni di euro è stato definito «inaccettabile» dall’Ambasciatore francese Fronçois Teral) lascia intendere l’esistenza di una corsia preferenziale nei rapporti fra Russia e Serbia [4]. Questa partnership comprende ovviamente la controversia sullo status del Kosovo, pertanto il veto sull’indipendenza, minacciato da Mosca in seno al Consiglio di Sicurezza, è intrinsecamente legato al parere di Belgrado. La Russia, d’altronde, ha il coltello dalla parte del manico perché le conseguenze di un riconoscimento internazionale del Kosovo ricadrebbero innanzitutto sui casi dell’Abkhazia e sull’Ossezia del Sud; Mosca ha infatti affermato che «il riconoscimento dello Stato indipendente del Kosovo creerà tutte le condizioni necessarie per ridiscutere i nuovi rapporti tra la Federazione e gli Stati autoproclamati che si trovano nella zona degli interessi della Russia» [5].
Alla luce della situazione analizzata, i possibili sbocchi geopolitici della controversia sul Kosovo, nel mentre che L’Aia si esprima, dipendono in larga parte dalla capacità di attrazione dell’Ue. L’accordo tra la Commissione europea per i Balcani occidentali della Direzione allargamento e il governo serbo prevede un finanziamento di un miliardo di euro a fondo perduto entro il 2011 per la preaccessione della Repubblica Serba all’Unione [6]. L’opportunità di entrare a far parte del club è ben vista dalla grande maggioranza della comunità serba, specialmente per i benefici economici che ne scaturirebbero. Tuttavia una parte consistente delle forze politiche nazionaliste e conservatrici non è ancora disposta a subordinare l’affaire Kosovo all’ingresso nell’Ue, così come contrasta apertamente l’attività del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugolsavia nei confronti di Karadžić (già estradato dalla Serbia stessa) e Mladić (ancora latitante). Anche e principalmente in considerazione dell’attrattiva che l’adesione all’Ue esercita tanto per la Serbia quanto per il Kosovo, sta all’Europa valutare le opportunità e gli strumenti per ritrovare una posizione comune e offrire il proprio contributo per una soluzione innanzitutto politica della controversa. In attesa che il diritto internazionale faccia il suo corso.
«I soldati italiani? Codardi, mangiano meglio di come combattono. I carabinieri poi sono cool nelle loro divise di Armani». Non è il giudizio di un repubblicano sudista avvelenato per aver perso i campi di cotone della sua famiglia durante la guerra civile, e neanche il giudizio di un nero di Harlem che con i mangiaspaghetti di Little Italy combatte un’antica e sanguinosa faida. Sono le parole di uno fra i più importanti centri dell’intellighentia democratica statunitense, il giornale New Republic: allora, forse, non è poi tanto strano che Bush sia stato riconfermato.
Mentre Le Monde applaude la strategia diplomatica del nostro governo al grido di “Forza Italia!” (precisando che è un peccato che Berlusconi abbia confiscato quest’espressione), gli americani non si accontentano di conservare – assieme alla Siria e all’Iran – il reale controllo della zona mediorientale infischiandosene dello sforzo compiuto in Europa per ridare un ruolo credibile alle Nazioni Unite, ma si producono anche in un grossolano attacco nei confronti dell’Italia. Non che si possa fare di tutta l’erba un fascio, ma è indicativo che un giudizio talmente becero sugli italiani e sulle missioni Onu provenga proprio dell’elite democratica. Questo è insieme sia il fallimento della politica della subordinazione che secondo Berlusconi avrebbe rafforzato il nostro legame con gli Stati Uniti ed accresciuto il nostro prestigio internazionale, sia la deriva delle istanze internazionaliste che si infrangono contro il muro dell’unilateralismo americano.
La missione in Libano, oltre a configurare un primo importante successo del governo Prodi proprio nella materia che secondo l’opposizione avrebbe reso manifesta tutta la sua incapacità operativa, è un segnale politico importante per l’Europa e per l’Onu. Il ministro D’Alema, abile artefice di questa manovra diplomatica, non è uno stolto e di certo non si aspetta che le forze di pace inviate in medioriente portino ad un esito risolutivo, anzi, la parte più difficile ancora deve svolgersi. Ma se anche si volesse ragionare su obiettivi a lungo termine, più della singola missione (non è la prima e non sarà l’ultima) conta l’atteggiamento politico che vi è dietro: questo è il motivo per cui se proprio non ci aspettava dai repubblicani un cambio di rotta, quantomeno era lecito confidare nel sostegno e nella legittimazione dell’ambiente democratico. Invece, le possibili critiche lasciano spazio non solo ad un avvilente disfattismo ma anche ad una mortificante e degradante presa per il culo; e tutto ciò ad opera di New Republic, per giunta, un giornale che si è speso non poco a favore delle ragioni di un impegno internazionale.
Nonostante il bersaglio principale sia l’incompetenza italiana, la vera e più importante colpa dell’articolo risiede nel voler sconfessare l’utilità e l’importanza delle missioni Onu. Insomma, se noi siamo disposti a tollerare l’eccezione – come in Afghanistan, dove il comando è in mano alla Nato, o come in Iraq, dove la risoluzione è arrivata postuma – pur di tutelare la regola, loro si infastidiscono se la regola è finalmente applicata in modo corretto. Ne è passato di tempo da quando Wilson, dopo aver ideato la Società delle Nazioni, se ne chiamò fuori, eppure di passi avanti non sembra ce ne siano stati.
Non è facile assumere una posizione coerente rispetto alla situazione mediorientale, soprattutto se si parte da una prospettiva di sinistra. Sulla carta, si sta tutti dalla parte del diritto, e sulla carta i terroristi sono i carnefici mentre i soldati sono le vittime. La realtà però nelle categorie mentali ci sta stretta, ed anche se i terroristi restano irrimediabilmente terroristi, la reazione armata, travalicando i confini del diritto, rischia di diventare ambigua, e lo scontro in generale nel suo contesto si adatta alle interpretazioni più diverse.
Nell’Unione è in atto un dibattito serio, politico, sulla questione mediorientale. Di pregiudizi, chi più chi meno, siamo tutti permeati, ed accusare velatamente quella posizione di una parte della sinistra rappresentata da D’Alema di faziosità ideologica, mi sembra ingiusto: l’ideologia piuttosto filtra le prese di posizione del centrodestra che si fa “filo-israeliano a prescindere perché liberale” – il che è tanto banale quanto inutile. Dando per scontato che giudicare gli eventi della storia sia appunto un esercizio intellettuale, la politica oggi (e non solo da oggi) ha ben presente l’importanza di riconoscere, tutelare e difendere lo Stato d’Israele, ma la sinistra è pervasa dal dubbio tanto dell’opportunità quanto della misura degli strumenti di difesa adottati da Olmert; la tesi della “sproporzione” sostenuta da D’Alema e Prodi mira ed evidenziare la responsabilità israeliana dell’escalation della violenza, al contrario la Bonino e Rutelli riassumono l’ipotesi della legittimazione dell’offensiva di Olmert, forse con maggiore realismo, in un contesto sempre più incandescente dove l’unica via di salvezza israeliana è sempre stata quella di mostrarsi militarmente superiore a tutti i suoi nemici. Da questo punto di vista, le provocazioni di Hamas ed Hezbollah sembravano mirate esattamente a questo risultato, e Olmert non ci ha pensato due volte. Vale la pena di chiedersi, però, se la sua reazione sia davvero irrazionale oppure motivata (non per questo giustificata) da ragioni che coinvolgono anche la nostra responsabilità.
Pannella mette sul tavolo un problema reale quando denuncia l’immobilismo dell’Europa nei confronti d’Israele, soprattutto in tempo di “pace”. Mantenere le distanze da Gerusalemme non ci esonera dalle conseguenze del conflitto e ci impedisce invece di esercitare un controllo diretto, oltre che una funzione deterrente. E’ delle ultime ore la notizia che Olmert avrebbe rifiutato il cessate il fuoco in favore delle truppe internazionali, a meno che i sequestratori non rilascino i soldati israeliani – condizione quanto mai improbabile. Una decisione riconducibile all’isolamento di uno Stato che è “costretto a cavarsela da solo” (o al limite a sottoporsi all’egida statunitense, alla quale sarebbe bene contrapporre finalmente un’egida europea ed infine una internazionale) e le cui conseguenze si sommeranno tragicamente alla “sproporzione” di cui giustamente parla D’Alema.
E’ difficile prevedere quale soluzione risolverà questa crisi – e quali costi comporterà – ma non è più possibile restare passivi di fronte alla ciclicità del problema, specie ora che il terrorismo internazionale configura uno scontro globale. Dipendere dall’umore di Sharon o dal risultato elettorale in Palestina è una follia, serve una visione strategica a lungo termine che spezzi la spirale dell’unilateralismo e ricostruisca un percorso valido e internazionalmente forte di gestione della situazione mediorientale.
I repubblicani americani hanno, guarda caso, sentito l’esigenza di aprire un confronto sulla politica estera. La “dottrina” di Bush (se di dottrina si può parlare) è stata posta così al centro del dibattito repubblicano da Commentary, considerata tra le più autorevoli case del pensiero neocon – e meno male – da 36 intellettuali di altissimo livello – e meno male. Ora, non so se a Ideazione si sia infiltrato un avamposto di comunisti, ma pare che in redazione abbiano fatto di tutto per mettere in cattiva luce la famiglia neocon americana traducendo gli interventi più allucinanti e allucinogeni; se non fosse così, non oso pensare quali siano le tesi del resto dei 36 “intellettuali”. Le analisi selezionate e tradotte da Ideazione possono riassumersi come l’espressione di tre macro-correnti sulla politica estera dell’amministrazione Bush: una propagandista, una giustificazionista e una critica.
Della famiglia dei propagandisti fanno parte Nathan Sharansky, Victor Davis Hanson e Norman Podhoretz. Le loro tesi sono sostanzialmente volte a interpretare la politica estera americana come una vera e propria “dottrina” sistematica, fondata sull’esportazione della democrazia, come se quest’ultima fosse stato un elemento organico del programma di Bush prima dell’undici settembre. Non c’è nessun riferimento alle presunte armi di distruzione di massa come giustificazione originale dell’intervento armato; man mano che la situazione irachena andava peggiorando (soprattutto mediaticamente) l’elaborazione del concetto di guerra preventiva ha subito una deviazione fino a produrre la politica della democratizzazione del medioriente e del pianeta. Che il “mostro” dell’esportazione della democrazia sia un progetto politico meditato in passato e somministrato gradualmente all’opinione pubblica, oppure sia una controfigura della giustificazione originale dell’invasione dell’Iraq ormai poco conta. Il pensiero neocon si è sedimentato su questa posizione ed oggi Sharansky afferma che le guerre dell’amministrazione Bush sono un dono ai popoli oppressi e alla sicurezza mondiale; Hanson addirittura le nobilita definendo l’azione governativa come “idealismo muscolare”, dandogli una connotazione ben più alta della rozza realpolitik; Podhoretz le considera “un successo su tutta la linea”, e non si spiega come taluni possano negare l’evidente successo di garantire la sicurezza degli Stati Uniti (ce l’ha anche con quei conservatori-mammolette che si lamentano per la gestione tecnica delle missioni costellata di troppi errori – è una guerra, diamine!).
Dell’ala giustificazionista, invece, sono rappresentanti Edward N. Luttwak e William F. Buckley Jr., entrambi ritengono che l’intervento in Iraq sia una esperienza con un inizio ed una fine legati esclusivamente all’undici settembre, e non un percorso globale, universale, per promuovere la democrazia. L’exploit del terrorismo islamico, però, richiedeva una prova di forza ed una soluzione di forza, che gli Stati Uniti hanno esemplarmente dato. Le contingenze storiche non producono e non rafforzano alcuna dottrina, e soprattutto Buckley sembra fermamente convinto che un successo empirico della missione irachena debba concludere la positiva esperienza del presidente Bush. I problemi legati alla ricostruzione e alla stabilizzazione, secondo Luttwak, non possono essere imputati agli americani, e su questo tema si spende in un pindarico parallelismo tra la Sicilia e l’Iraq, due terre afflitte dalla “sindrome da liberazione”.
Lasciato solo a fare le veci di una destra critica è Francis Fukuyama, che analizza con oculatezza il problema del terrorismo islamico. E’ sua opinione che l’amministrazione Bush abbia trascurato l’aspetto culturale del conflitto oriente-occidente fermandosi in superficie alla condanna degli Stati canaglia. Fukuyama fa notare come la reazione islamica sia dettata dalla globalizzazione ad effetto “secolarizzante” che mina le radici tradizionali della comunità orientale. La globalizzazione vista come tale dalle società aperte diventa imperialismo per le società chiuse come quella islamica. E’ il potere radioattivo della modernità, che Fukuyama chiama “soft-power” (contrapposto al “hard powe” delle armi), insieme il fattore destabilizzante e l’arma segreta degli States. Finché Bush si ostinerà ad ignorare l’aspetto interiore dei popoli islamici concentrandosi su quello esteriore, come in Iraq, acuirà il fondamentalismo. La dottrina Bush, insomma, è sbagliata perché pone al centro l’esportazione della democrazia e non la sua promozione.
Augurandomi che Fukuyama abbia un seguito maggiore degli altri nella prossima politica neocon, resto comunque allibito, di fronte a ben sei articoli dei più importanti intellettuali conservatori americani (almeno a sentire Ideazione), per la totale assenza di qualunque riferimento alle organizzazioni internazionali. Nulla, neanche la citazione più banale e di convenienza del diritto internazionale. Rimane nient’altro che il più sconcertante unilateralismo, nudo e crudo, come se neanche valesse la pena di tentare la costruzione di una Onu solida e fortemente legittimata: sembra che proprio non ci si renda conto delle catastrofiche conseguenze a cui porterà questo lento e costante affossamento delle Nazioni Unite.
Otto senatori dell’Unione hanno annunciato che non voteranno il decreto per il rifinanziamento della missione in Afghanistan; D’Alema da una parte sostiene che l’accordo c’è, dall’altra si prepara a porre la fiducia. Nel frattempo, Gino Strada denuncia un “gioco delle tre carte” in politica estera, con questo lungo e appassionato articolo su PeaceReporter (leggi). Per la persona e l’impegno di Gino Strada, non ci può essere che rispetto e ammirazione, ma sulla tesi contenuta nel pezzo è necessario soffermarsi, perché la semplificazione sul rifiuto etico e storico dei cittadini italiani verso la guerra “senza se e senza ma” è un po’ lo specchio della semplificazione dell’articolo 11 che viene spesso riassunto con “L’Italia ripudia la guerra”, senza completarne la definizione e il significato. Le semplificazioni rischiano spesso di essere riduttive, e male si applicano alla complessità della realtà. Perciò, cominciamo proprio dall’articolo 11.
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Per intero, quest’articolo è ancora più bello che nella sua comune versione “ridotta”. Coniuga la nobiltà dell’intento di debellare la guerra e promuovere la pace con il realismo della consapevole necessità del primato del diritto internazionale, auto-limitando la propria sovranità (la sovranità dello Stato italiano). Il diritto internazionale ha, potenzialmente, gli stessi strumenti con i quali le costituzioni garantiscono la pacifica convivenza dei popoli, ma ottenere lo stesso risultato fra i popoli è decisamente più difficile. E D’Alema, quando risponde alla sinistra radicale che non possiamo ritirarci unilateralmente dagli impegni presi con l’Onu, dimostra di tenere a mente l’articolo 11 per intero. Gino Strada, invece, minimizza: cosa sarà mai uscire dall’Onu o dalla Nato? Anzi, i cittadini farebbero una festa in piazza.
In realtà, Gino Strada è assolutamente consapevole dell’importanza rivestita dal diritto internazionale – magari anche più di D’Alema. Sa benissimo che la pace e il rispetto dei diritti umani non si possono conquistare in altro modo che con la politica, e forse è questo il motivo per cui assume un atteggiamento così radicale sulle organizzazioni internazionali: infatti, come anche si evince dal suo articolo, la crisi di queste organizzazioni è talmente profonda che esse non costituiscono più una reale fonte di legittimazione. L’ombrello dell’Onu, insomma, è tutto bucherellato: cominciando dall’arroganza statunitense sulla questione Iraq, finendo con lo scaricabarile di governi che, se si assumessero di fronte al popolo l’effettiva responsabilità degli interventi armati, ne pagherebbero elettoralmente le pesanti conseguenze. Quello che secondo me sfugge a Gino Strada è che questa sorta di delegittimazione, questa strategia dell’Aventino farebbe più male che bene.
E’ vero, le istituzioni internazionali sono a volte strumentalizzate, a volte ignorate, a volte calpestate, ma la democrazia non può prescindere dalla forma, dalla procedura. Dire seccamente “io non ci sto” da parte dello Stato italiano delegittimerebbe di fatto le decisioni e le risoluzioni che, anche se viziate dall’assenza di una vera forte sovranità super (o inter) partes, sono stabilite in condizione di parità con gli altri Stati, per richiamare l’articolo 11. Il j’accuse sulla crisi dell’Onu va mosso, e anche duramente, da parte della società civile, del mondo intellettuale, della stessa Emergency, ma il ruolo del governo italiano è giustamente interpretato da D’Alema nel rifiutare ogni genere di iniziative drastiche ed unilaterali. C’è bisogno dell’esatto opposto, di dare forza alle istituzioni internazionali e cominciare un seri processo riformatore.