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Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete ingiustamente

Pierre Joseph Proudhon
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Sostiene Proudhon (del 25/01/2010 @ 19:08:00, in Politica interna, linkato 541 volte)
- egocèntrico agg. e s. m. (f. -a) [comp. del lat. ĕgo «io» e centro] (pl. m. -ci). – Che o chi considera sé stesso il centro del mondo, riferendo e attribuendo tutto a sé: sei troppo egocentrica; è un egocentrico, detto talora, con sign. estens., di chi vuol fare tutto da sé (più com. e più proprio, in questo senso, accentratore) -

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Il sostegno della base del Pd a Vendola non se lo spiega, «come se una squadra tifasse per la squadra avversaria». E’ sintomatico che si riferisca al tifo e non al consenso, Massimo D’Alema: il tifo non è un flusso, è (almeno nel breve periodo) uno stock, corrisponde a un bacino di preferenze da considerarsi date. E’ vero, gli spalti possono riempirsi di più a seconda delle motivazioni, delle competizioni o della campagna acquisti ma certamente non leggeremo mai un approfondimento di Ilvo Diamanti che spiega come il 30% degli abbonati della Roma abbia cambiato casacca. Il tifo non transuma, è un attaccamento irrazionale; si può cambiare macchina, lavoro, moglie e amante (perfino il partito) ma una squadra non si cambia mai.

D’accordo, la politica della Seconda Repubblica, del bipolarismo muscolare e del conflitto d’interessi si è spesso ridotta a un incontro di calcio, con le opposte fazioni sensibili solo ai cori da stadio e alle grandi scenografie, senza nemmeno il gusto del bel gioco. Non è questa, però, la politica che guarda al potere come “uno strumento insufficiente ma necessario per realizzare gli ideali in cui crediamo”, quella politica che consentiva a Berlinguer di rivendicare candidamente insieme la gestione del potere e la questione morale. Questa, semplicemente, non è politica. Se il consenso diventa una somma di interessi particolari, mutando l’ordine dei fattori forse cambia il risultato elettorale ma non quello politico. Che ne è del suo primato?

In Puglia non è fallito un laboratorio, piuttosto è stata lanciata una sfida allo status quo, al convincimento conservatore che il consenso sia un gioco a somma zero. La partecipazione alle primarie, invece, è aumentata. Accusano Vendola di essere un narcisista, di esasperare i personalismi. Ma qual è il vero egocentrico, tra il governatore uscente che difende il suo mandato e chi gli chiede di farsi da parte in nome di ragioni che il popolo non capisce (che nessuno capisce, tranne il suocero di Casini)? «Hanno lavorato contro di me», «io non ho mai perso un’elezione, non ho mai perso un congresso»; come hanno potuto tifare per la squadra avversaria? Se non è egocentrismo questo.

Sembreranno banali psicologismi, ma la semplicità della spiegazione conserva il fascino dell’efficacia: D’Alema ha suscitato tante aspettative come Ministro degli Esteri quante ne ha tradite come dirigente nazionale perché più piccola è l’arena in cui si confronta, più ingombrante è la dimensione del suo ego. Infondo l’egocentrismo è un effetto collaterale della politica e per D’Alema, intelligente e talentuoso, sarebbe rimasto un peccato veniale se fosse riuscito, almeno in parte, a “non tradire gli ideali della sua giovinezza”. Forse che alle regionali, il vendolismo rischia d’infrangersi donchisciottescamente contro le pale eoliche? Può darsi, ma la politica non può e soprattutto non deve smettere di cercare “l’incrocio acrobatico fra utopia e realismo” o altrimenti abdica al suo ruolo. Rinunciamo a pensare alla politica come a “una prodezza”, come al “gesto d’inventare il possibile”, e ci troveremo ancor prima di accorgercene a confondere il sentimento di un territorio, un moto popolare, con una partita di calcio.

 
Di Sostiene Proudhon (del 16/11/2009 @ 20:08:17, in Politica interna, linkato 432 volte)
Ritorno all’età dell’innocenza. La nostalgia di una gioventù bruciata troppo in fretta nell’Italia della Seconda Repubblica mi ha spronato a far visita ai compagni radicali dopo tre anni dal congresso di Padova. All’epoca ero un giovane rosapugnante pieno di belle speranze e di lì a poco Daniele Capezzone mi avrebbe impartito una lezione politica fondamentale – ahimè. Oggi a Chianciano, durante l’ottava assise di Radicali Italiani, ho ritrovato le stesse anime belle di allora, più consumate e logore ma sempre fiere e imperturbabili. Tre anni dicevo, condensati in tre giorni in cui si è parlato di tutto e perciò di niente o quasi, forse perché il congresso di un partito personale non può che assomigliare al suo leader carismatico. Sarò tranchant ma il disincanto è fatto così e ha disvelato impietoso quel sentimentalismo che impedisce ai teorici della Rivolta (questo il titolo scelto per il congresso) di sollevarsi innanzitutto contro il loro monarca non più tanto illuminato, prima ancora che contro gli oppressori nazionali e internazionali. Perché se è vero che io a Chianciano sono andato per ritornare bambino, è altrettanto vero che i radicali ci dovevano andare per decidere cosa fare da grandi.

Districare la galassia radicale non è impresa da poco. Per rimanere fedeli alla metafora astronomica bisognerebbe parlare di nebulosa; oltre la promiscuità delle associazioni che ne fanno parte, i contorni del soggetto politico sono incerti e indefiniti, tanto più che il congresso non dispone formalmente dei simboli elettorali depositati da Pannella e Bonino. Tutte le ambiguità dovrebbero risolversi nella platea congressuale laddove la partecipazione è graniticamente ancorata al principio di una testa, un voto. Eppure l’astrazione della democrazia diretta, incarnata dal tesseramento fissato a duecento euro, stride con la realtà non soltanto per il marginale numero di iscritti (poco più di un migliaio e, comunque, inevitabilmente rappresentati da una media di duecento partecipanti; a conti fatti è più rappresentativa la vituperata delega dei congressi tradizionali). Una miriade di associazioni locali, infatti, costituisce indirettamente un radicamento territoriale surrettizio e a basso costo, un surrogato per quei militanti che vorrebbero partecipare attivamente al movimento e che non hanno la fortuna di vivere a Roma e in pieno centro, per giunta. Non è un problema di poco conto, sia perché i radicali per la prima volta si ripresenteranno alle elezioni regionali nel 2010, sia perché in nome di quel principio egalitario Bonino e Pannella hanno letteralmente affossato qualunque riflessione sul tesseramento, compreso l’ultimo “emendamento 25” che intendeva abbassare la quota d’iscrizione a venticinque euro per gli under venticinque, fascia attualmente comprensiva di appena una dozzina di membri.

D’altronde lo stesso procedimento congressuale è un groviglio di contraddizioni; il dibattito infinito fra tutti gli iscritti non sembra attenersi ad alcun ordine del giorno e pretende di sintetizzare in un solo fine settimana l’elaborazione politica che i congressi tradizionali svolgono nell’arco di un mese prima dell’assise nazionale. Tant’è vero che le mozioni congressuali approvate a rotta di collo di domenica pomeriggio sono scritte, stampate e distribuite di sabato sera. L’elezione degli organi dirigenti, poi, non sembra un confronto programmatico di linee politiche ma un reality show. Le “nomination” alla segreteria, per così dire, sono formulate dopo l’adozione della mozione generale, invece di esserne la premessa. Si avvia così una scriteriata girandola di candidature in cui ciascuno candida qualcuno e tutti rifiutano o quasi, fino a eleggere (più o meno per esclusione) il nuovo segretario. Che poi in questo meccanismo congressuale leggermente autocelebrativo non siano intervenuti e nemmeno siano stati fatti i nomi di quei pochi giovani talentuosi, la dice lunga sul livello di sclerotizzazione del partito (e dell’incentivo alla fuga di cervelli).

Considerato lo stato di crisi ormai permanente che investe i radicali (dai debiti agli insuccessi elettorali e politici), lo scenario descritto è un po’ avvilente e lascerebbe intuire un’ineluttabile estinzione. Dal punto di vista politico, Chianciano è sembrato un congresso/processo in contumacia del Pd: i radicali si sono costituiti variabile dipendente della segreteria Bersani, passando buona parte del dibattito a svolgere l’esegesi del suo intervento (pronunciato in qualità di invitato) alla ricerca di un salvagente. Salvo poi ricordarsi del regime partitocratico e recuperare all’ultimo minuto l’opzione autonomista, magari insieme ai verdi e ai socialisti in una riedizione della rosa nel pugno. A che pro? Sinceramente verrebbe voglia di lasciar perdere. Tuttavia qualche passaggio congressuale è riuscito a ricordarmi come mai mi trovavo lì. Dal caso di Stefano Cucchi a quello meno recente di Aldo Bianzino, del cui massacro ci ha raccontato direttamente il figlio Rudra (unico superstite di una famiglia distrutta dallo Stato più familista d’Europa), passando per le libertà violate e i diritti negati dei malati, dei carcerati e delle vittime di malagiustizia – insomma degli ultimi – i radicali restano alcuni dei pochi virtuosi di questo paese impegnati a tappare i buchi dello Stato di diritto. E ancora: Radio Radicale, l’antiproibizionismo, la pena di morte, la ricerca scientifica. Sarebbe un delitto disperdere questo patrimonio e bruciare uno dei pochi avamposti laici rimasti, ma per scongiurare la fine bisognerebbe riformare il metodo radicale. E smetterla di sprecare energie e risorse provando invano a fare politica – che è cosa ben diversa dal continuare a essere splendidamente politici. Infondo, tutte le vittorie radicali a cominciare dal referendum sul divorzio, sono vittorie civili, sociali, culturali, morali ma mai politiche. L’advocacy radicale, se vuole continuare a esistere e a sostenere le sue cause nobili, deve smetterla di prendersi in giro giocando al partito settario, fare un bagno d’umiltà e ripensare sé stessa, i suoi strumenti di partecipazione e i suoi stessi leader. Altrimenti la responsabilità del fallimento, alla fine, non peserà sulla testa di Crono che divorava la sua prole, ma sui figli stessi che non avranno mai avuto il coraggio di emanciparsi.

 
Di Sostiene Proudhon (del 06/07/2009 @ 12:12:43, in Politica interna, linkato 453 volte)

La ormai celebre metafora della liquidità, ideata dal sociologo Zygmunt Bauman per sintetizzare le contraddizioni della società postmoderna, ben si presta a descrivere le vicissitudini della politica italiana. I postumi della sbornia da partito liquido, maldestro tentativo di un americano a Roma, non sono ancora smaltiti e i democratici stentano a rilanciare il proprio progetto politico. In attesa del fatidico congresso ottobrino, posto in essere fin dal simulacro delle primarie di ben due anni fa, s’inseguono ancora chimere mentre la discussione politica, quella vera, latita. Emblema della confusione che attraversa il PD e il suo elettorato, l’affaire Serracchiani, capace in pochi giorni di unire e spaccare un intero partito senza aver detto nulla di politico.

La giovane avvocatessa di Udine ha ottenuto le luci della ribalta grazie ad un puntuale intervento all’Assemblea Nazionale dei Circoli, diffuso con successo su YouTube. Le sue condivisibili parole sul modo di condurre un partito, di sostenere una linea politica e di selezionare i dirigenti le sono valse un immediato consenso e una candidatura alle europee, suffragata poi da una caterva di preferenze che l’hanno proiettata da Bruxelles direttamente a Roma, in mezzo ai giochi di segreteria. Ma se la Serracchiani deve il suo exploit alla sonora critica della gestione del partito (e non ad un’innovazione di contenuti), sorge una contraddizione, perché si è lasciata cooptare prima e si è schierata con il cooptante poi, smentendo i suoi stessi propositi. La giovane dirigente in erba avrebbe potuto scegliere di investire l’improvvisa e fortunata popolarità sul territorio, per costruire un progetto solido e condiviso da una base riconoscibile che l’avrebbe accompagnata nel suo percorso, invece di atomizzare mediaticamente il proprio consenso correndo il rischio di isolarsi e staccarsi dalla realtà. Non si tratta, infatti, solo di coerenza; è soprattutto una questione di opportunità, laddove l’auspicato ricambio della classe dirigente di un partito può avvenire solo e soltanto attraverso una frattura politica da consumarsi a partire dalle sezioni e dal territorio, prima di compiersi nei vertici nazionali.

Alla Serracchiani, come del resto ai suoi sostenitori, non mancano l’impegno e la buona volontà ma manca una sana dose di realismo. Il sociologo tedesco Robert Michels dedicò un bel po’ di tempo allo studio della SPD, in un sistema partitico decisamente più progredito di quello italiano, e ne dedusse che i partiti sono governati dalla ferrea legge dell’oligarchia. Credere di poter prescindere dalla mediazione, dagli interessi, dalle élite e dagli apparati è illusorio; bisogna concentrarsi piuttosto sulla democrazia interna e oliare tutti i meccanismi affinché le oligarchie si formino nella maniera più partecipata possibile e subiscano costantemente la pressione della competizione che ne favorisce l’avvicendamento.

Tornando a Bauman, quindi, il consenso liquido è etereo, inafferrabile; è una trappola virtuale. La “bolla” Serracchiani è una speculazione finanziaria a fronte dell’economia reale della politica radicata sul territorio. Ben vengano i nuovi media e le nuove tecnologie se consentono di allargare il perimetro orizzontale della partecipazione, ma la qualità del dibattito e dell’agenda politica continuerà a dipendere dalla struttura dei partiti, dalla loro capacità di aggregare le forze sociali dal basso e di costruire un consenso su basi solide. La virtualità fine a sé stessa, d’altronde, è disgregata e impersonale e non ha niente del potenziale sociale che il web 2.0 vorrebbe (e potrebbe) esprimere. Finché la base del PD non rifletterà su queste contraddizioni, continueranno gli strali contro gli apparati e i burocrati di partito ma il ricambio generazionale e politico – soprattutto politico – resterà un miraggio.
 
Di Sostiene Proudhon (del 25/06/2009 @ 12:44:12, in Politica interna, linkato 451 volte)
Per Dillinger.it

Il mancato raggiungimento del quorum per i quesiti referendari del 21 e 22 giugno 2009, considerata l’affluenza del 23% di votanti tra gli aventi diritto, ha definitivamente compromesso l’efficacia del referendum abrogativo. Il trend negativo della partecipazione, iniziato con la Seconda Repubblica, aveva registrato un’eccezione proprio in occasione del voto per la modifica della legge elettorale del 1997, obiettivo mancato per un pugno di voti – lo 0,4% – necessari a superare il quorum. Durante le ultime tre votazioni dal 2003 ad oggi, invece, l’affluenza è oscillata tra il 25% e il 23%, condizionata da un’ambigua strumentalizzazione politica dell’astensionismo che sta irrimediabilmente logorando l’istituto referendario. Il dato rilevante di cui discutere è, infatti, la distorsione democratica prodotta dall’uso strumentale del quorum.

Volendo abbozzare un’analisi dell’astensionismo, si devono considerare esclusivamente i referendum svolti durante la Seconda Repubblica per restare in un arco di tempo consono ai flussi elettorali e alle dinamiche di partecipazione attuali. Dalla storia referendaria recente balza agli occhi che le consultazioni maggiormente connotate dal dibattito politico hanno ottenuto un’affluenza del 57% e del 53%, rispettivamente per i referendum sulla regolamentazione della pubblicità per le tv commerciali nel 1995 e sulla riforma costituzionale ispirata dal terzo governo Berlusconi nel 2006. Con un calcolo approssimativo è possibile affermare che, tendenzialmente, l’astensionismo fisiologico o passivo in occasione delle consultazioni referendarie è pari al 45% circa. Si tratta di un’approssimazione per difetto, perché in entrambi i casi la partecipazione è stata sospinta da intense campagne politiche di propaganda (accentuate, nel secondo caso, dalla valenza difficilmente eguagliabile della Costituzione). Poiché i referendum abrogativi necessitano del quorum del 50% più uno dei voti degli aventi diritto, l’iniziativa popolare diventa estremamente vulnerabile se gli oppositori dei quesiti referendari decidono di rendere nulla la consultazione “alleandosi” agli astensionisti fisiologici. La controprova dell’effettività di tale meccanismo sta nel fatto che, in media, l’83% dei votanti nelle ultime tre consultazioni prese in esame si è espresso a favore dei quesiti referendari, dimostrando l’attitudine degli oppositori a confondere volontariamente l’astensionismo attivo e l’astensionismo passivo per sabotare il referendum evitando il confronto in cabina elettorale. Date le condizioni attuali del dibattito e della partecipazione pubblica, risulta evidente che si tratta di un gioco impari e che le consultazioni referendarie sono destinate sistematicamente a fallire, a meno di incontrare il favore della maggioranza di governo e di essere accorpate ad un’altra consultazione elettorale su scala nazionale, come le elezioni politiche.

Considerata la previsione costituzionale del quorum, uno degli argomenti più utilizzati per legittimare la pratica dell’astensionismo attivo è la negazione di qualunque margine negoziale sul tema sottoposto a referendum. Quasi a voler scandire un ultimatum, gli oppositori ribadiscono che i costi pagati dall’eventuale esito positivo della consultazione non sarebbero semplici errori politici, bensì gravi colpe morali e istituzionali. Se ciò può apparire plausibile per gli argomenti della fecondazione assistita del 2005 («sulla vita non si vota» è stato uno degli slogan più celebri del comitato oppositore), sembra quantomeno sproporzionato per una materia tecnica come la legge elettorale, le cui proposte di modifica sono state sottoposte all’ultimo referendum del 2009. Il punto è che, una volta avviato il meccanismo, diventa difficile sottrarsi alla tentazione di sfruttare la scia dell’astensionismo passivo, trasformando il fronte del no nel fronte trasversale dell’astensione. Dovrebbe allora essere vero il contrario, ossia che, in linea di principio, tutto ciò su cui si legifera direttamente o indirettamente è negoziabile politicamente, moralmente e istituzionalmente, finché rimane nei limiti della Costituzione.

Il quorum, dacché fu concepito dai padri costituenti per salvaguardare la rappresentatività nell’esercizio della democrazia diretta, si è paradossalmente trasformato in un disincentivo alla partecipazione e in un ostacolo all’espressione della sovranità popolare. Soprattutto da quando lo strumento referendario è stato impugnato dalla società civile in contrapposizione alla politica, quest’ultima ha spesso cercato di sottrarsi alle istanze dei cittadini scoraggiando la partecipazione (attraverso l’ostruzionismo all’informazione e la fissazione di date sfavorevoli nelle quali andare a votare) e allo stesso tempo utilizzando l’astensionismo come alibi per conservare lo status quo. Una possibile soluzione per restituire dignità ed efficacia all’istituto referendario sarebbe di eliminare o abbassare drasticamente il quorum e alzare da cinquecentomila a un milione il numero di firme da raccogliere per indire un referendum abrogativo di iniziativa popolare. Da un lato, l’innalzamento delle firme da raccogliere garantirebbe una maggiore conoscenza e un maggior consenso intorno al quesito referendario; dall’altro l’irrilevanza del quorum responsabilizzerebbe sia i cittadini, che rinuncerebbero più difficilmente ad informarsi e a deliberare per ciò che li riguarda, sia i politici, che di fronte all’ineluttabilità della deliberazione popolare competerebbero alla pari e perciò cercherebbero di massimizzare la partecipazione, scegliendo peraltro delle date favorevoli per recarsi alle urne. L’abolizione o la revisione del quorum, pertanto, innescherebbe un circolo virtuoso in grado di spezzare i vizi dell’attuale meccanismo referendario, garantendo e insieme valorizzando lo spirito con cui l’Assemblea costituente ha previsto l’istituto del referendum. È questo uno dei punti fondamentali delle riforme istituzionali per promuovere la partecipazione democratica dei cittadini e la loro fiducia nelle istituzioni.
 
Di Sostiene Proudhon (del 06/04/2009 @ 21:54:54, in Politica interna, linkato 606 volte)

Per la redazione del Circolo Trieste Salario del PD

Si è conclusa domenica scorsa ad Amalfi la seconda scuola di formazione politica organizzata dal Partito Democratico. Amministratori e dirigenti locali, quadri, iscritti di base e studenti da tutta Italia hanno preso parte per tre giorni ad un ciclo di seminari e di workshop sul tema dell’ecologia e della sostenibilità ambientale. “AmbienteFuturo” ha raccolto il testimone di “GlobaleLocale”, la summer school di Cortona svoltasi a settembre, di nuovo sotto la direzione di Annamaria Parente, responsabile nazionale della formazione del PD, e del senatore Giorgio Tonini, con il contributo del responsabile nazionale per l’ambiente Ermete Realacci. Gli interventi dei relatori sono stati numerosi e hanno coperto gran parte degli argomenti relativi allo sviluppo sostenibile; tra gli eminenti intellettuali e i ricercatori presenti, vi erano Giorgio Ruffolo, Jean-Paul Fitoussi, Gianni Silvestrini, Edoardo Zanchini. Gli interventi di Bersani e Franceschini hanno infine testimoniato l’attenzione dei vertici del partito alle istanze proposte dalla scuola di formazione.

Il modello formativo proposto ad Amalfi è risultato radicalmente diverso da quello visto a Cortona. Laddove la summer school di Cortona aveva investito gli argomenti più disparati realizzando una sorta di festival della filosofia e della conoscenza, la scuola politica di Amalfi ha invece puntato su un solo grande tema, l’ambiente, concentrandovi tutte le energie. Inoltre, mentre la struttura di “GlobaleLocale” somigliava effettivamente a quella di un festival, la struttura di “AmbienteFuturo” si è dotata di strumenti assai più efficaci dal punto di vista formativo, quali seminari, workshop, gruppi di lavoro, laboratori. Se lo spirito di Cortona ha certamente arricchito mente e anima di tutti coloro che vi hanno partecipato, lo spirito di Amalfi ha più concretamente diffuso conoscenze e competenze riuscendo ad aggregare i suoi partecipanti attorno ad una visione comune del futuro. Compito, quest’ultimo, prioritario per il settore formazione di un partito politico e lodevole se raggiunto, come in questo caso, con metodo, rigore scientifico e una piattaforma di valori laici piuttosto che con l’indottrinamento o le ideologie.

Parlando di contenuti, il dato fondamentale di “AmbienteFuturo” è l’interdipendenza delle crisi economica ed ecologica. Le analisi, gli approfondimenti e le proposte sulle energie rinnovabili, sul decentramento e l’efficientamento energetico, sulla green economy e sul riscaldamento globale hanno evidenziato che affrontare il tema dell’ambiente significa affrontare il modello di sviluppo occidentale a trecentosessanta gradi, dai modi di produzione ai consumi e agli stili di vita dei singoli individui. Promuovere e diffondere il principio della sostenibilità comporta la dismissione delle vecchie categorie socio-economiche ormai dominio delle destre conservatrici e consente di ridiscutere finalmente una visione alternativa della società, proponendo un cambiamento strutturale dello status quo e non limitandosi a cercare di correggere ex post i difetti e le storture dell’esistente. La rivoluzione verde, perciò, non è solo una trasformazione tecnologica ma può essere l’opportunità per ridefinire il sistema dei rapporti sociali ed economici. La relazione conclusiva di Franceschini, a differenza di quella di Bersani, pare aver colto in pieno la portata e le potenzialità di quest’aspetto della questione ambientale. Il segretario del PD, oltre ai discorsi di rito, ha esplicitamente sconfessato l’ipotesi nucleare e ha promesso di cominciare a lavorare fin da subito per porre l’ambiente al vertice dell’agenda del partito e del dibattito pubblico. Mi sento di affermare che, se davvero il Partito Democratico deciderà di promuovere su larga scala il modello formativo e l’agenda politica di Amalfi, s’intraprenderà finalmente la strada di un nuovo corso politico.
 
Di Sostiene Proudhon (del 10/01/2009 @ 01:57:41, in Politica interna, linkato 689 volte)
Di seguito l'intervento che ho pronunciato all'assemblea "Il PD che vogliamo: riflessioni e proposte per ripartire" della sezione di Piazza Verbano (Roma).

Cari compagni e care compagne,

sono felice di potermi finalmente confrontare con tutti voi. Devo ammettere che questo momento si è fatto attendere più del previsto; sarà che non avevo mai preso parte alla politica attiva e non sono abituato ai tempi di un partito, o sarà la particolarità del momento che stiamo vivendo. Quel che importa è che ora siamo qui e possiamo finalmente discutere delle nostre prospettive per il Partito Democratico, della sua identità e della sua struttura. Una discussione, questa, mai svolta per davvero e rimandata troppe volte, ma che fino a quando non sarà risolta, ci impedirà di affrontare sul serio – cioè come un vero partito – i veri temi politici del paese. Sono convinto, infatti, che senza dotarsi di un’organizzazione solida e ben articolata sia difficile se non impossibile praticare un’azione politica efficace e legittimata. Poiché le questioni sociali ed economiche incalzano, spero proprio che il percorso avviato oggi giunga definitivamente a compimento con il congresso del prossimo autunno, e che stavolta non si ricorra a scorciatoie o a compromessi al ribasso ma si abbia il coraggio di contarsi, se necessario, per scegliere una linea politica forte, chiara e riconoscibile.

Non si tratta, ovviamente, solo di una questione di efficacia e di opportunità. E’, nel lungo periodo, soprattutto una questione di qualità: se i partiti sono le colonne di una democrazia, come sosteneva Bobbio, definire i modi e i tempi di un partito significa determinare la qualità della partecipazione dei ceti popolari alla vita pubblica. E’ vero che oggi le nuove tecnologie di massa consentono di accrescere l’ampiezza della partecipazione ma solo i partiti sono in grado di incidere sulla profondità di tale partecipazione. Detto in altre parole, le nuove tecnologie possono allargare il perimetro orizzontale della politica ma, lasciate a sé stesse, sono incapaci di provvedere alla qualità del dibattito e dell’agenda. D’altronde chi di noi si sentirebbe al sicuro in una sondocrazia, una democrazia dei sondaggi? La democrazia diretta è diventata tecnicamente possibile, ma più che un’utopia si rivelerebbe forse una distopia. Abbiamo invece bisogno di corpi intermedi che medino gli interessi individuali e sociali con l’interesse pubblico e generale, sia perché gli interessi devono essere filtrati e ragionati, sia perché devono essere aggregati per non rimanere dispersi e inefficaci. Se i partiti si ritirano, lasciano il campo alle lobby e alle corporazioni che ne fanno impropriamente le veci: ecco, non c’è niente di peggio di una partitocrazia senza partiti. Credo quindi che se vogliamo ristabilire il primato della politica non possiamo prescindere dal partito quale strumento di partecipazione e organizzazione dell’azione politica. Non un partito liquido e virtuale, ma un partito vero, strutturato, radicato sul territorio e propugnatore di una visione della società, aperta ma riconoscibile, forte ma non per questo immutabile. Un partito che abbia un rapporto dinamico tra la base e i suoi vertici e che non dissimuli l’accentramento del potere con primarie dimezzate e talvolta falsate.

Sarebbe quantomeno ipocrita rivendicare l’importanza del ruolo dei partiti in democrazia senza pretendere che anch’essi la pratichino al loro interno. Ma democrazia interna non significa cedere al leaderismo azzerando la vita del partito, tanto più se la competizione per la leadership non si svolge in campo aperto ma nasconde dietro il totem delle primarie un compromesso per la sopravvivenza dell’intera nomenklatura. Democrazia interna significa regole chiare e trasparenti per un confronto aspro, se necessario, attraverso il quale i giovani  possano risolvere la questione generazionale senza farsi cooptare dai dirigenti ma consumando una frattura politica, se ne hanno la forza e le capacità. Democrazia interna significa garantire la discussione politica nel partito e riconoscere la dialettica tra le correnti, perché impedire che il partito organizzi la propria vita tramite correnti politiche e programmatiche significa consegnarlo, di fatto, alle correnti personali, che sono però invisibili,  svuotate di ogni contenuto politico e soprattutto slegate dal controllo della base.

Mi auguro che non si indugi più sul da farsi e che ci si assuma la responsabilità di dare una linea politica a questo partito, perché le sfide che ci si parano davanti non ci permettono davvero di perdere un minuto di più di tutto il tempo che abbiamo già sprecato.
 
Di Sostiene Proudhon (del 20/12/2008 @ 12:12:55, in Politica interna, linkato 655 volte)

Andrea Romano li ha descritti come Compagni di scuola uniti da un forte senso di solidarietà intragenerazionale, questa è l’immagine che meglio rappresenta la classe dirigente riunitasi ieri alla direzione nazionale del Pd. Siamo sulla stessa barca, si son detti, e tutte le divergenze del mondo non dovranno minacciare la nostra autoconservazione. Delle critiche, delle linee politiche e delle questioni morali non ci importa granché.

Quel che rimane è una seduta di autocoscienza collettiva, un maldestro tentativo di esorcizzare lo psicodramma di un partito mai partito, semmai trasmesso in streaming come la direzione di ieri – simulacro della trasparenza tanto cara al manierismo radicale. Potremmo parlare di Tonini che, dopo aver plasmato la retorica veltroniana sull’equidistanza tra lavoro e imprese, sulla pace sociale e sull’inclusività, riscopre improvvisamente le ragioni del conflitto sociale; potremmo parlare di Bersani che contesta il partito liquido succube della società (in)civile o di D’Alema che sconfessa le primarie. Parlarne, a che pro? Infine hanno tutti appoggiato la relazione del segretario. La direzione intraprende tutte le direzioni, cioè nessuna direzione, alla deriva finché la barca ancora galleggia. Qui lo dico e qui lo nego.

Mesi fa alcuni l’hanno evocato, ma il congresso straordinario è stato subito derubricato; non è ancora il momento di fare le conte, non è mai il momento a quanto pare. Vorrei sapere come pensiamo di andare avanti fino all’autunno del 2009, ammesso che c’arriviamo interi. Non è più tempo di diversità morali, la questione morale stavolta non può coprire i vuoti politici, anche perché siamo noi a subirla. Serve una linea, serve una frattura politica, serve una competizione dialettica fra correnti e non un ipocrita compromesso di nomenklatura che finge di negarle e invece le manda in stallo; insomma serve un partito. La sommatoria dei dirigenti non fa una direzione politica.

 

E’ andata peggio di quanto avessi previsto. Le elezioni primarie per la Costituente dei Giovani Democratici sono terminate e, a giudicare da ciò che ho potuto vedere dal momento della loro indizione fino alla chiusura del mio seggio, hanno dimostrato l’estrema fragilità dei meccanismi democratici scelti da chi le ha organizzate e della coscienza democratica di alcuni tra quelli che vi hanno preso parte.

Fin dalla pubblicazione del regolamento delle primarie, non ho perso occasione per esprimere dubbi e perplessità ai miei compagni di sezione a Roma. Pensavo – e alla prova dei fatti continuo a pensarlo – che la presentazione di un’unica lista aperta per i candidati delegati all’assemblea nazionale fosse la soluzione sbagliata. L’elettore deve poter concorrere con il suo voto alla formazione di una maggioranza che traduca la sua volontà durante il confronto assembleare; a questo servono le liste, ad aggregare le istanze dei candidati delegati in un programma comune che sia riconoscibile dagli elettori, e perciò i candidati segretari, solitamente, si collegano ad una (ed una soltanto) di quelle liste, per farsi portavoce di quel programma. La presentazione di un unico listone, invece, ha chiamato ogni elettore a scegliere due rappresentanti indipendenti su mille, concedendo loro una cambiale in bianco de facto, e ad eleggere con voto disgiunto il segretario. Quest’impostazione da parlamento ottocentesco, romanticamente votata all’ideale dell’assemblea universalista, ha fortemente limitato il voto d’opinione contraddicendo la natura stessa delle primarie. Non è facile per quel cittadino che non abbia un rapporto personale con uno dei candidati, raggiungere un grado d’informazione tale da poter scegliere fra le decine (se non centinaia) di aspiranti delegati della sua circoscrizione; senza considerare l’efficacia reale del suo voto, che restando disaggregato (sganciato da una lista o da un programma) sfiora i minimi termini. Si è favorito, invece, il voto d’appartenenza o di scambio, sconfessando così il significato delle primarie, cioè l’allargamento della partecipazione democratica. Come nei parlamenti ottocenteschi, appunto, quel che rimane è il predominio del notabilato.

Nonostante la mia opposizione(!), i Giovani Democratici sono andati per la loro strada, e con loro i miei compagni e amici che hanno deciso di candidarsi; nonostante le mia disapprovazione(!), la macchina organizzativa delle primarie è andata avanti, ed io con lei, dal momento che il Cpp (Comitato promotore provinciale) mi ha nominato scrutatore del seggio di piazza Istria. Qui ho avuto modo di confermare le mie congetture, purtroppo. Durante le quattordici ore in cui il seggio è rimasto aperto, si sono avvicendati amici dei candidati, amici degli amici, cugini, compaesani, coinquilini, colleghi, in pratica tutte le categorie possibili di elettori meno una – il cittadino, solitamente disinteressato ai destini personali del candidato. Questo, però, è il meno, perché fare appello alla stima dei propri conoscenti non è un atteggiamento da condannare, soprattutto se si riconoscono e si criticano i limiti di un contesto così povero di contenuti, calato dall’alto, e si aspira a cambiare lo stato delle cose. Quel che invece non posso proprio mandar giù, è la consapevole ed entusiastica militarizzazione del proprio elettorato. Nei dintorni del mio seggio, e man mano sempre più vicino, si aggiravano alcuni soggetti, notabili dei nostri tempi, che non solo trascinavano a votare studenti completamente ignari di cosa stesse accadendo, ma vigilavano scrupolosamente sul buon esito del copiaeincolla dal santino alla scheda. Mi sono speso per quanto ho potuto affinché il voto restasse personale, libero e segreto, subendo insistenti pressioni, ma da solo e con una cabina elettorale a cielo aperto non ero in grado di garantire granché. Magari il mio è stato un caso limite ma di certo non un caso isolato o episodico, perché la natura stessa del regolamento delle primarie, come ho spiegato, premiava la cooptazione, la clientela, la nomenklatura.

Quando ho sentito parlare dei Giovani Democratici per la prima volta, ho innanzitutto sperato che non si riproducessero quelle dinamiche di ghettizzazione, tipiche delle vecchie organizzazioni giovanili abituate a ricalcare gli apparati del partito senior. Invece non solo, mi sembra, abbiamo cominciato col piede sbagliato, ma abbiamo addirittura peggiorato, se possibile, il modello delle primarie organizzate per Veltroni. Mi sbaglierò, lo spero, ma intanto mi servirà qualche settimana per digerire l’esultanza di quei ragazzi, candidati e notabili dei nostri tempi, che festeggiavano senza alcuna vergogna la loro vittoria ovvero la sconfitta della democrazia, che dir si voglia.
 
Di Sostiene Proudhon (del 28/06/2008 @ 14:04:44, in Politica interna, linkato 722 volte)

1. L’assoluzione disciplinare della Forleo da parte del Csm viene salutata con gioia dall’imputata e dagli stessi magistrati che l’hanno giudicata, quale dimostrazione dell’indipendenza dei giudici. Più che indipendenza, mi pare autoreferenzialità: se la cantano e se la suonano. Avrei apprezzato invece il coraggio di una sanzione che sapesse accompagnare al sacrosanto principio dell’indipendenza quello della responsabilità, perché l’autoindulgenza nuoce al profilo istituzionale della magistratura. Poi, magari D’Alema e Fassino erano davvero “consapevoli complici di un disegno criminale di ampia portata”; non sta a me dirlo come non sta al giudice per le indagini preliminari che ha il solo compito di costituirsi parte terza (ancor più terza del vecchio giudice istruttore, poiché a differenza di quest’ultimo non dispone dell’iniziativa probatoria) per valutare l’attendibilità del materiale probatorio e la fondatezza dei capi d’imputazione. Sorvoliamo pure sul fatto che la Forleo abbia confuso il destinatario della richiesta di autorizzazione a procedere (il Parlamento italiano invece di quello Ue): l’abnormità resta piuttosto evidente secondo me. Non da oggi il potere giudiziario attraversa una profonda crisi, e le principali responsabilità sono da additare alla politica che manca di fornire gli strumenti adeguati all’esercizio e al funzionamento della giustizia. Tuttavia la politica dovrebbe assumersi la resposanbilità, una vola e per tutte, di riformare l’ordinamento giudiziario stesso, rispettando la sovranità popolare con l’applicazione del risultato referendario sulla responsabilità civile dei giudici e ragionando sulla separazione delle carriere. Sono misure, queste, che non indeboliscono bensì rafforzano l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati - le garanzie consolidano la legittimazione del diritto.

2. Dunque i magistrati non son tutti dei santi, ma è sempre la politica a scagliare la prima pietra che con questo governo è diventata una vera sassaiola. Affrontare criticamente i punti di cui discutevo sopra non è facile se è in corso una guerra fra potere giudiziario e potere politico. Perciò è importante che, per quel che riguarda il potere politico, l’opposizione non sia lasciata nelle mani di Di Pietro. In primis perché per chinunque (figuriamoci per il Pd) è un dovere morale (parliamo di deontologia costituzionale e democratica) difendere l’autonomia della magistratura e contrastare il disfacimento delle istituzioni repubblicane, in secundis perché è necessaria un’opposizione politica che non scarichi le proprie responsabilità sull’azione giudiziara, finendo col danneggiare pure quest’ultima.

3. Dal partito liquido e autosufficiente al radicamento territoriale e alla strategia delle alleanze: ben venga, finalmente, la seconda opzione, ma non si può cambiare tanto radicalmente una linea politica senza convocare un congresso. Di democratico nel Pd v’è stato davvero poco finora, dalle primarie fino all’assemblea costituente; posso capire l’urgenza delle elezioni anticipate che imponevano una certa manovrabilità di brevissimo periodo, ma ora ci sono cinque lunghi anni da investire in un processo aperto, dinamico e trasparente. Fermo restando che bisogna rimescolarsi, un partito senza correnti non è un partito, è un comitato elettorale che esaurisce la sua attività al momento dell’elezione del leader; un partito vero è uno strumento di partecipazione costante, un luogo d’incontro e di dibattito permanente. E’ inevitabile che in un contesto del genere le istanze della base si aggreghino e sviluppino una dilaettica, talvolta competano. Se la leadership emersa da questo confronto non è in grado di esercitare la guida del partito, il problema non sono le correnti ma l’ordinamento interno del partito (vedi art. 49 della Costituzione...) o, al limite, il leader stesso. Fingere invece di superare la logica delle correnti per ritrovarsi sospinti da un compromesso di nomenklatura non solo è poco democratico, ma alla lunga non paga. Insomma, non serve a niente demonizzare le vecchie categorie novecentesche dei partiti di massa se poi dietro il marketing e la comunicazione si celano categorie ancora più vecchie, come quelle ottocentesche dei notabilati, dei trasformismi e della cooptazione.
 
Di Sostiene Proudhon (del 11/04/2008 @ 02:05:27, in Politica interna, linkato 577 volte)

Chiunque abbia frequentato questo piccolo quaderno d’appunti multimediale sa quanto sono distante dalle posizioni politiche che il Pd ha assunto finora, e comunque basta scorrere qualche riga per rendersi conto della mia convinta e appassionata adesione alle istanze tipiche del socialismo europeo. Mi sono perfino laureato, poche settimane fa, svolgendo una tesi smaccatamente socialista con al centro la proprietà privata e la classe operaia. La testimonianza, però, non appaga la mia coscienza politica: ho sempre ritenuto necessario confrontarmi sia con l’etica dei princìpi sia con l’etica delle responsabilità, talvolta in contraddizione fra loro. Perciò vorrei spiegare le ragioni che mi spingono a votare il Partito democratico, chiarendo che non si tratta di un voto d’appartenenza né di un voto d’opinione (non v’è una condivisione programmatica in senso stretto).

Mi sono da tempo convinto che la rappresentanzione più efficace dell’Italia di oggi l’abbia elaborata Nanni Moretti ne “Il Caimano”: il berlusconismo ha vinto, complici innanzitutto lo smarrimento di una sinistra capace solo di subire o di rincorrere e l’inesistenza di un quarto potere autonomo e indipendente. Una buona metà di questo paese forse non assalterebbe, come ne “Il Caimano”, i palazzi di giustizia moltov alla mano, ma ha ormai radicati nel proprio essere alcuni (dis)valori devianti rispetto alla tradizione democratica europea; dal fisco alla giustizia, dalle istituzioni fino alla Costituzione, esistono due italie distinte e incompatibili fra loro. Fintantoché non ricostruiremo un terreno condiviso di regole e valori democratici, parlare di politica – quella vera – sarà inutile. Non si tratta semplicemente di riformare le istituzioni (la Costituzione formale) ma di gettare le fondamenta di una nuova cultura civile e di cittadinanza (la Costituzione materiale). La stagione dell’antiberlusconismo, che aveva tutte le ragioni, non ha pagato, anzi ha acuito la frattura sociale del paese. Purtroppo credo che, ad oggi, sia troppo tardi per recuperare da sinistra; la priorità è disinnescare la destabilizzazione istituzionale, sociale e culturale della destra, perché smaltire le scorie del berlusconismo non sarà cosa facile e di breve durata. L’unica soluzione che mi si presenta davanti è il Partito democratico: il populismo morbido e rassicurante di Veltroni, che io trovo vacuo e politicamente inconsistente, è forse l’unico rimedio al populismo becero e dannoso di Berlusconi.

Il Pd di oggi è un ibrido impolitico che non mi augurerei di dover votare, ma nell’attuale contesto italiano rappresenta l’antidoto al berlusconismo e lo spiraglio per una riforma della politica. Come se il conflitto d’interessi non esistesse, come se Forza Italia e Fininvest non avessero perpetrato gli obiettivi della P2, bisogna fare i conti con l’altra metà del paese. Proprio per scongiurare la revisione della Resistenza e la glorificazione di Mangano invocate da Dell’Utri, bisogna fare buon viso e cattivo gioco, erodendo le basi del consenso berlusconiano e riannodando i fili della democrazia. Veltroni è alternativo a Berlusconi perché costituisce la premessa dell’alternativa di domani; è una possibilità, non una certezza, ma nel frattempo sono disposto a mettere da parte i temi a me più cari – il lavoro e la laicità – consapevole del fatto che non posso difenderli all’interno di un sistema malato. Se il Pd, superata questa fase di transizione, saprà (vorrà?) configurarsi come interprete credibile del socialismo europeo in Italia, non so dirlo. Questa volta ho deciso di sostenerlo, forse sbagliando, ma vi prego di perdonarmi: essere socialisti ed avere vent’anni in questo paese è davvero un’impresa impossibile.

 
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07/09/2010 @ 5.52.31
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